Modificare i monumenti storici è un bene? Può essere un modo per riparare agli errori del passato? Una questione che è alla base della querelle sul pantheon dei personaggi illustri rappresentati in una delle più grandi piazze d’Italia e d’Europa. Tutti uomini, naturalmente…

Non solo pandemia, toto Quirinale e diatribe di governo, nella discussione pubblica che ha fatto da sottofondo alle festività, tra la fine del 2021 e i primi giorni del nuovo anno. Ad occupare siti e giornali anche il dibattito improvvisamente fiorito intorno al celebre Prato della Valle di Padova, monumentale piazzale ellittico – secondo per ampiezza in Europa, dopo la Piazza Rossa di Mosca – nato tre secoli fa sulla scorta di una identificazione illuminata tra potere e cultura: a immaginarne l’attuale assetto, nel 1775, fu il facoltoso diplomatico Andrea Memmo, qualche anno dopo l’attribuzione del bene (di proprietà dell’Abbazia di S. Giustina) all’autorità demaniale. Un luogo in cui l’intreccio fra arte, urbanistica e architettura dischiude vicende locali e nazionali, continuando a suggerire spunti per una riflessione in tema di spazio pubblico, tra estetica, politica e storiografia.

Padova, Prato della Valle
Padova, Prato della Valle

PRATO DELLA VALLE A PADOVA. UN PANTHEON DI SCULTURE

L’antica area, trovatasi nel XVIII secolo in uno stato di degrado – per la conformazione cava e la tendenza paludosa del terreno,  per la mancanza di cure e per l’assenza che di un progetto di valorizzazione – nei secoli era passata attraverso molteplici trasformazioni, fin dall’originaria veste romana, quando la si conosceva come “Campo di Marte”. Bonificata e ripensata, la nuova “Isola Memmia” divenne un’idilliaca agorà monumentale, in cui allestire mercati, spettacoli, attività culturali, o da destinare al semplice transito dei cittadini. Memmo volle edificare qui, in mezzo al verde e lungo i due anelli dell’ellisse, un Pantheon dei personaggi illustri legati alla città: artisti, scienziati, letterati, autorità. Sculture collocate come da tradizione su degli alti plinti, figlie del classico furor celebrativo trasfuso nel chiarore della pietra e nella potenza plastica dei corpi.
Le opere furono realizzate tra il 1775 e il 1883 da diversi artisti, inclusa quella raffigurante lo stesso Memmo, innalzata dopo la sua morte, e quella del troiano Antenore, mitologico fondatore di Padova: una galleria di celebrità che va da Torquato Tasso ad Andrea Mantegna, da Ludovico Ariosto a Francesco Petrarca, da Galileo Galilei ad Antonio Canova (quest’ultimo nel doppio ruolo di icona e di autore, avendo in gioventù realizzato la statua n. 52, ritratto del matematico Giovanni Poleni, poi trasportata al Museo Civico di Padova e sostituita da una versione del vicentino Luigi Strazzabosco).

D. Cerato, L. Sacchetti, La nuova fiera nel Prato della Valle nella città di Padova, 1775 ca., incisione
D. Cerato, L. Sacchetti, La nuova fiera nel Prato della Valle nella città di Padova, 1775 ca., incisione

LA QUESTIONE FEMMINILE

78 sono attualmente le statue (40 lungo l’anello esterno e 38 lungo quello interno), ma secondo il disegno originario – mai completato – avrebbero dovuto essere dieci di più. Nel 1797 l’esercito di Napoleone ne abbatté 6, raffiguranti dei dogi veneziani, e più avanti 8 basamenti furono occupati da obelischi, mentre due sono tuttora vuoti. Ogni simulacro era stato concepito nel rispetto di un codice: vietato ritrarre persone ancora in vita, niente figure sacre (per quelle c’erano le chiese: lo spirito illuminista ben identificava la cifra laica dell’arte con funzione civica) e tutti i personaggi dovevano aver avuto un legame forte col Veneto e con Padova.
Su 78 sculture, però, nessuna fu mai intitolata a una donna. E non per un preciso intento politico, come è evidente dall’asciutto regolamento. Un fatto di costume, di cultura dominante. A pochissime donne, nei secoli, era stato consentito di emergere, di distinguersi in ruoli o attività di rilevanza sociale; nessuna aveva potuto aspirare a una carica politico-amministrativa; e coloro che erano riuscite a coltivare talenti e passioni, pur con risultati eccellenti – nascoste nell’ombra di mura conventuali, bollate come ribelli o relegate a una dimensione di puro diletto domestico – avrebbero scontato la solita condizione d’invisibilità o le reiterate meccaniche dell’occultamento e della cancellazione. Un vulnus, quello dall’augusto parterre padovano, che era e che resta fotografia di un’epoca, con tutto il portato critico che ne deriva, alla luce delle odierne prospettive femministe.

Padova, Prato della Valle. Statua n. 44, raffigurante Andrea Memmo
Padova, Prato della Valle. Statua n. 44, raffigurante Andrea Memmo

LA MOZIONE RIPARATRICE: INTENZIONI E LIMITI

Lo scorso 21 dicembre, nell’aula consiliare di Palazzo Moroni, due consiglieri della maggioranza di centrosinistra, Margherita Colonnello e Simone Pillitteri, presentano una mozione: due basamenti di Prato della Valle sono vuoti? Mettiamoci una donna. Un’unica nota difforme, su un palcoscenico tutto sinapsi e testosterone. Una donna illustre, come quegli uomini solennemente rappresentati, a voler evidenziare con nuova forza la fastidiosa stortura e insieme a volerla sanare, sia pure simbolicamente. Del resto, non si tratterebbe di modificare l’assetto della piazza, di inserire elementi architettonici nuovi o di discostarsi dall’identità del luogo. Il plinto sta là, ad attendere un volto e una storia, e anche una statua idonea sarebbe subito disponibile, coerente per tema, epoca, soggetto: il ritratto marmoreo a figura intera di Elena Lucrezia Cornaro Piscopia, oggi conservato presso Palazzo del Bo, storica sede dell’Università di Padova, potrebbe essere spostato e ricollocato. Piscopia, nota come la prima donna laureata al mondo, ottenne l’ambito riconoscimento presso l’ateneo padovano il 25 giugno del 1678, dopo aver vinto le resistenze della Chiesa e della società per la sua “sconveniente” attitudine di studiosa.

La statua di Elena Lucrezia Cornaro Piscopia, custodita presso l'ateneo padovano
La statua di Elena Lucrezia Cornaro Piscopia, custodita presso l’ateneo padovano

Iniziativa lodevole nell’intento, apparentemente corretta nella forma. Ma è davvero così necessario, o meglio così sensato, apportare una ‘correzione’ a un’opera di 3 secoli fa? È intellettualmente onesto, storiograficamente opportuno, socialmente utile, revisionare uno splendido prodotto dell’ingegno umano, di cui sono adesso identificabili anche le anomalie, gli errori d’impostazione, le manchevolezze, le aberrazioni culturali? È giusto modificare un’istantanea storica, nella sua natura preziosa di documento, di monumento, di testimonianza, alterando l’eco di un’assenza che è, in quanto tale, eloquente, stratificata, intrisa di significati e di memoria?
E no, che non ha senso. Se non quello della toppa, della sofisticazione, dell’addendum etico, fingendo di riparare oggi  al vuoto di ieri, quando ancora era interamente da inventare, e da caricarsi sulle spalle, quel faticoso e complicato cammino per la conquista di una moderna coscienza collettiva dei diritti civili.

Un ritratto su tela di Elena Lucrezia Cornaro Piscopia
Un ritratto su tela di Elena Lucrezia Cornaro Piscopia

LE VOCI CRITICHE

Tranchant ed efficace il parere del Prof. Carlo Fumian, docente universitario di Storia contemporanea, convinto che “fare la storia con la toponomastica e lo spostar monumenti come fossero Lego è un gioco pericoloso e poco intelligente“. E anche a volerlo leggere come un sabotaggio discreto, o ancora come un’operazione di rimodulazione e aggiornamento, per continuare a far vivere al presente un’opera intrinsecamente aperta, come aperte sono tutte le opere d’arte, d’architettura, di letteratura, resta quel gusto amaro della ricucitura facile, dell’accomodamento triste, un ‘vorrei ma non posso’ che assegna a un’unica, solitaria presenza lo scettro di paladina e il destino di rattoppo. Nel suo ottimo articolo su “Libero” Luca Beatrice usa parole dure contro la proposta, pur apprezzabile negli intenti e condivisibile nei presupposti critici: “Una donna su 78 è proporzione persino avvilente, suona da contentino umiliante, una tassa da pagare al politicamente corretto senza una profonda convinzione culturale. Non si può e non si deve riscrivere la storia soltanto per mondarsi la coscienza, facendoci eredi di un senso di colpa che peraltro non ci appartiene”.
Sul “Foglio”, la raffinata nota di Adriano Sofri si chiude con una riflessione: “si integri pure la gran piazza con qualche statua supplementare, per risarcimento. A me pare però che casi così puri, per così dire, di unilateralità maschile, di tale inavvertita naturalezza, possano avere un futuro illustre restando così come e dove sono, tal quali, semplicemente cambiando destinazione o, se la parola sembri troppo solenne, didascalia. Che visitatrici e visitatori, scolaresche e gruppi in pensione, vi siano attratti dalla inesplicabile singolarità. “Guardate bene i monumenti, contateli, girategli attorno, e poi rispondete alla domanda: che cosa notate di strano? Di stranissimo?”.
Critico anche lo storico dell’arte Davide Tramarin, ex segretario del PD padovano, pronto a stigmatizzare un intervento che “solo in apparenza pare semplice (…) ma che in realtà è profondamente sbagliato e irrispettoso nei confronti della storia e del ‘valore materiale’ di uno dei monumenti più rappresentativi e importanti non solo di Padova, ma d’Italia e d’Europa”.

PARTECIPATA E CONTEMPORANEA

Ampi tuttavia i consensi, raccolti nel corso di un dibattito sempre più acceso, giunto anche oltreconfine, sulle pagine del “Guardian”. Daniela Mapelli, primo Rettore donna dell’Università padovana, ha accolto l’idea con favore, pur nutrendo delle perplessità sulla scelta del ritratto di Elena Cornaro Piscopia: “La sua statua l’abbiamo già nel nostro ateneo e quella è la sua casa – ha spiegato al “Corriere della Sera” – Per il Prato della Valle non si deve pensare necessariamente a lei. È giusto che nella scelta venga coinvolta la città intera”.
Sulla stessa lunghezza d’onda le attiviste padovane dell’associazione Mi Riconosci, nata nel 2015 con l’obiettivo di difendere dignità ed eque retribuzioni per i lavoratori dei Beni Culturali: la questione è urgente ma non affrontabile in modo semplicistico, dicono. “Non crediamo che spostare una copia sia il modo migliore per onorare Elena Cornaro Piscopia”, ha spiegato Cristina Chiesura, che per l’associazione ha lavorato a un censimento dei monumenti italiani al femminile. Il problema è di metodo e sta nella scelta del soggetto. Si tratterebbe, aggiunge, “dell’unica statua seduta in mezzo a statue in piedi. E non crediamo neppure che ci si debba concentrare intorno a una sola statua e una sola figura femminile (…): siamo certe della necessità di avviare un ragionamento più ampio sul Prato”.  Ovvero, processi partecipati e democratici, col coinvolgimento delle Istituzioni e dei cittadini, per arrivare a identificare una o più figure da inserire nello storico contesto monumentale.
E a proposito di Istituzioni, un placet ufficioso è arrivato anche dal Soprintendente Fabrizio Magani, convinto dell’opportunità di “dotare la città di un nuovo modello di ispirazione”. Anche in questo caso, però, non è nella movimentazione della marmorea Piscopia che si intravede la soluzione. La proposta di Magnani va in una direzione radicale: se il gesto è figlio della contemporaneità, che lo sia per davvero, senza equivoci e dissimulazioni. Meglio scegliere una donna del nostro secolo e interpellare un artista padovano. E d’istinto il pensiero va all’infinita serie di robette e robacce che le amministrazioni italiane vanno affidando ad anonimi artisti locali, al di fuori di qualunque seria valutazione critica e metodologica in tema di progettazione artistica nello spazio urbano. Un rischio che, speriamo e crediamo, non correremmo in un così prestigioso contesto.
Ora, al di là del criterio campanilista avanzato dal Soprintendente, che potrebbe rivelarsi assai limitativo – saggio sarebbe invitare un artista di altissimo rilievo o comunque scegliere il progetto migliore con un bando internazionale – resta dubbia la validità di una simile incursione, nel segno della cesura filologica: da un lato con il merito di dichiarare fino in fondo la natura del gesto, evitando la “contraffazione” del monumento, dall’alto con il pericolo di combinare un pasticcio dal punto di vista estetico, oltre che storico.

La mappa del Gramsci Monument di Hitschhorn
La mappa del Gramsci Monument di Hitschhorn

OSSESSIONE MONUMENTALE

Quella del Prato della Valle è solo l’ultima querelle, a proposito di statue, che in Italia ha appassionato professionisti del settore e comuni osservatori. I monumenti in piazza non vanno più di moda in Occidente, da circa un secolo oramai, eppure non smettiamo di parlarne. Di litigare, di infiammare la discussione, di romperci la testa sul perché, sul come, sul cosa, sul senso residuo e su quanto abbiamo ancora da capire, da fare a pezzi, oppure da ricostruire. Quasi un’ossessione, quella per le statue en plein air. Odiate, amate, rimosse, tirate giù con rabbia, inaugurate con orgoglio, ripensate in modo comico, goffo, qualche volta geniale. Un sentimento diffuso ovunque, per un tema ampio – che va dalla cancel culture al ruolo del monumento nella contemporaneità – declinato qui secondo specifiche connotazioni (su tutte, l’assenza di una cultura di livello, tra investitori privati e decisori pubblici, in fatto di arte pubblica contemporanea).
Che la postmodernità abbia definitivamente accantonato l’approccio romantico e celebrativo dell’opera-monumento, nel nome di una precarietà di volta in volta definita processuale, performativa, relazionale, concettuale o propriamente antimonumentale, è un fatto. Gerard Vilar, con un azzeccato ossimoro, parla a proposito di “performance monumentale”. All’enfasi sul simulacro, segno di identità chiusa, specchio del potere, avamposto della memoria collettiva e simbolo del comune sapere-comprendere-sentire, è via via subentrata una priorità del “contesto” e del “processo”. Prospettiva rafforzata ulteriormente nell’era della rivoluzione digitale e della smaterializzazione virtuale. Molti sono i casi che si potrebbero menzionare, anche quando l’idea di tributo e di memoria restano in ballo (vedi la serie di ambienti-monumenti temporanei dedicati da Thomas Hirschhorn a quattro pensatori contemporanei, Gramsci, Deleuze, Spinoza, Bataille). E sono opere-archivio, sculture attraversabili o al centro di processi di riqualificazione, luoghi d’incontro e di studio, occasioni di socialità, cellule in trasformazione.

Alfredo Pirri, Compagni e angeli, bozzetto per un'opera monumento sul terreno adiacente alla Casa di reclusione e interno della stessa, Turi (BA)
Alfredo Pirri, Compagni e angeli, bozzetto per un’opera monumento sul terreno adiacente alla Casa di reclusione e interno della stessa, Turi (BA)

Ma anche – senza rinunciare alla forza dell’oggetto e della formalizzazione – opere stricto sensu, scultoree o installative, transitorie oppure permanenti, che però funzionano in relazione a specifici ambiti e a dinamiche complesse (sempre in tema gramsciano, un altro esempio, stavolta italiano, è quello del progetto di Alfredo Pirri, un dispositivo scopico e architettonico, un monumento civile in forma di spazio abitabile, intitolato al concetto di “evasione”: posto di fronte al carcere di Turi, in Puglia, è pensato per proiettare visivamente il cittadino all’interno della cella di Gramsci, attualmente inaccessibile).
Una prospettiva filosofica, dunque, per cui l’opera, accolta nello spazio, ri-genera lo spazio medesimo, che non è più continuum indifferenziato. E lo lascia essere, divenire, lo rende contesto vitale e lo trasforma in una molteplicità di piani e di topoi che intorno a essa si definiscono.
Così, tornando all’invisibile eroina padovana, la cui autorevole voce aleggia tra i volti virili del grande Prato, ci si chiede perché, in luogo di certe soluzioni un po’ alla buona, non si lavori al di qua della linea del passato, lasciando riposare nel proprio spazio di testimonianza ciò che ormai è stato e che porta con sé meriti e demeriti di un tempo concluso. E perché invece non si spinga in avanti la riflessione. La nozione stessa di monumento, in relazione ai contesti urbani, ai progetti d’architettura e alla visionarietà di un’arte declinata al presente, deve continuamente ripensarsi, recuperando quanto dell’antica funzione civica può ancora appartenerci e immaginando forme e sviluppi all’orizzonte. Trasformazioni importanti, chiaramente leggibili in ambito museale, che anche nello spazio pubblico provano – con maggiore resistenza e difficoltà – a inaugurare grammatiche nuove.

–       Helga Marsala

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Helga Marsala
Helga Marsala è critica d'arte, giornalista, editorialista culturale e curatrice. Insegna all'Accademia di Belle Arti di Roma, dove è stata anche responsabile dell'ufficio comunicazione. Collaboratrice da anni di testate nazionali di settore, ha lavorato a lungo come caporedattore per la piattaforma editoriale Exibart. Nel 2011 è nel gruppo che progetta e lancia la piattaforma Artribune, dove ancora oggi lavora come autore e membro dello staff di direzione. Svolge un’attività di approfondimento teorico attraverso saggi e contributi critici all’interno di pubblicazioni e cataloghi d’arte e cultura contemporanea. Scrive di arti visive, arte pubblica e arte urbana, politica, costume, comunicazione, attualità, moda, musica e linguaggi creativi contemporanei. È stata curatorice dell’Archivio S.A.C.S (Sportello Artisti Contemporanei Siciliani) presso Riso Museo d'arte contemporanea della Sicilia e membro del Comitato Scientifico, collaborando a più riprese con progetti espositivi, editoriali e di ricerca del Museo. Cura mostre e progetti presso spazi pubblici e privati in Italia, seguendo il lavoro di artisti italiani ed internazionali. Dal 2018 al 2020 ha lavorato come Consulente per la Cultura del Presidente della Regione Siciliana e dell'Assessore dei Beni Culturali e dell'Identità Siciliana.