Il San Sebastiano che rientra dal Giappone è un Caravaggio?

C’è un San Sebastiano che è partito per una mostra itinerante in Giappone e che è stato attribuito a Caravaggio. Parliamone.

Caravaggio (attr.), San Sebastiano, particolare. Collezione privata
Caravaggio (attr.), San Sebastiano, particolare. Collezione privata

Alla fine di febbraio chiuderà una coraggiosa e mirabile mostra itinerante in tre luoghi del Giappone tra Sapporo, Nagoya e Osaka, dal titolo Caravaggio: la verità dell’arte curata da Luigi Ficacci e Shigetoshi Osano per l’associazione culturale MetaMorfosi di Roma. Quaranta opere provenienti da importanti musei italiani e prestigiose collezioni private. Dieci i capolavori certi attribuiti a Caravaggio come il Bacchino Malato, il Davide con la Testa di Golia e il San Girolamo della Galleria Borghese. In mostra anche Il cavadenti degli Uffizi, il Suonatore di liuto ex Badminton, la Maddalena (Gregori) e la prima versione della Testa di Medusa. Le altre trenta opere sono preziose testimonianze d’epoca che attestano l’immediata fortuna della pittura del maestro lombardo e l’esistenza di un remunerativo mercato parallelo fiorito già nel Seicento che rispondeva alla domanda di banchieri, prelati, nobili e commercianti.

IL RAPPORTO TRA CARAVAGGIO E FINSON

Tra le opere in mostra ne ho seguita personalmente una, un San Sebastiano di collezione privata, opera vincolata ma senza un’attribuzione certa per mancanza di unanimità tra i critici d’arte interpellati. Il quadro è straordinario tanto che è partito per il Giappone con l’attribuzione a Caravaggio voluta espressamente dallo studioso e curatore della mostra Shigetoshi Osano.
In collezione privata dal 1945, la tela ha una provenienza non ancora definita in tutti i passaggi. Dalle parole di Giovanni Battista Bellori (1672) sappiamo che, riferendosi al Caravaggio,fu portata in Parigi la figura di San Sebastiano con due ministri, che gli legano le mani di dietro: opera delle sue migliori”. La tela potrebbe aver preso la via della Francia, da Napoli, ad opera di artisti vicini al Merisi quali Martin Faber e Louis Finson.
Dai recenti studi eseguiti in occasione della mostra Caravaggio a Napoli sono emersi alcuni dati interessanti circa il rapporto tra Caravaggio e Finson. Nel tentativo di screditare il luogo comune di un Finson solo copista del Caravaggio, ne è emerso invece che fu un rinomato pittore che aveva una fiorente bottega a Napoli. Il Merisi non fece neanche a tempo a raggiungere Napoli che ebbe la sua prima committenza, la perduta o mai realizzata pala per Niccolò Radulovich, noto commerciante, committente del Finson e del suo socio Abraham Winck, a cui aveva richiesto la realizzazione di un ritratto. Questa triangolazione di rapporti fu permessa dalla famiglia Colonna, grazie al loro mediatore per gli artisti Ludovico Tummulo, priore di San Domenico Maggiore. Secondo i recenti studi di Cristina Terzaghi, la pala Radulovich era destinata alla Cappella di San Vito allora esistente in questa chiesa per la cui Cappella De Franchis certamente Caravaggio dipinse la Flagellazione. Non abbiamo documenti dell’amicizia tra Caravaggio e Finson ma da emergenti elementi se ne deduce la possibilità. Oltre ai rapporti con Radulovich, il testamento di Finson redatto il 19 settembre 1617 testimonia il lascito al socio Winck di due dipinti del Merisi: una Giuditta ancora da trovare e la Madonna del Rosario (oggi a Vienna) che forse fu donata dal Caravaggio ai due soci in cambio di una probabile mediazione per la restituzione dei 200 scudi per la mancata realizzazione della commissione Radulovich, come si evince dai recenti studi di Gianni Papi.
Nella bottega del Finson, Caravaggio è molto probabile che dipinse una serie di quadri destinati al commercio, oltre che le commissioni di cui restano i contratti. Tanto che, quando si trattò di lasciare Napoli per un tempo che lui pensava limitato, perché a Malta serviva un pittore per il ritratto di Alof de Wignacourt, Gran Maestro dei Cavalieri dell’Ordine dell’Ospedale di San Giovanni di Gerusalemme, Caravaggio lasciò delle tele nella bottega di Finson forse incompiute e che probabilmente finì rientrato a Napoli.
È probabile che nella mani di Finson ci fossero, dunque, più opere del Merisi rispetto alle due in comune con il suo socio Winck. Questi originali servirono presumibilmente a realizzare le sue versioni delle invenzioni caravaggesche. A mio parere infatti non è corretto parlare di copie pedisseque di Finson da Caravaggio. Le sue versioni sono infatti riconoscibili, metteva del suo spesso, a cominciare dalla firma.

Caravaggio (attr.), San Sebastiano. Collezione privata
Caravaggio (attr.), San Sebastiano. Collezione privata

PICCOLA STORIA DEL SAN SEBASTIANO E DELLE SUE 3 VARIANTI

Ma tornando al San Sebastiano, è dunque plausibile che giunse in Francia con Finson. Dalla Francia si sa che giunse a Bologna nel 1877 quando il Duca di Montpensier, re Filippo d’Orléans, vi acquistò il palazzo di Galleria. In questo stesso luogo il quadro fu oggetto di campagne fotografiche sia ad opera di Anderson che di Alinari. Da parte di questo ultimo gli scatti appartengono agli anni 15 o 20 del Novecento. Fu acquistato dal nonno degli attuali proprietari negli anni del dopoguerra. E nel 1951 partecipa alla mostra milanese su Caravaggio di Roberto Longhi che lo definisce “prossimo all’originale” ancora da trovare. Nel 1960 l’opera viene trasferita a Roma e nel 1975 Maurizio Marini rintraccia questo dipinto che inserirà nel catalogo degli autografi del Merisi dopo il restauro di Giuseppe Cellini avvenuto nel 1989.
Di questo stesso soggetto ad oggi sono state rintracciate altre tre versioni. La prima custodita nella sagrestia del duomo di Como e ampiamente studiata da Cristina Terzaghi in un saggio del 2009. La seconda replica datata 1628, rinvenuta da Longhi, apparve in Francia, attribuita erroneamente a Jean Leclerc. Una terza copia, in un’altra collezione privata sempre a Roma, è stata rintracciata da Maurizio Marini nel 1977. Quest’ultima di gusto finsoniano è stata attribuita a Martin Faber.
Questo San Sebastiano, fu probabilmente realizzato durante il primo soggiorno napoletano di Caravaggio, per il diretto riferimento con la Flagellazione della chiesa di san Domenico, e anche per uno specifico richiamo a un’altra Flagellazione, contemporanea, oggi custodita al Musée des Beaux-Arts di Rouen. In questo dipinto, come nel san Sebastiano, le uniche note di colore sono rappresentate dal rosso intenso e dal bianco dei panni o indumenti lasciati a terra in basso a sinistra. I pochi colori brillanti richiamano anche i toni della Madonna del Rosario, oggi a Vienna, altro dipinto che la critica ha recentemente ri-condotto al primo tempo partenopeo del pittore.

LA PRIMA FRECCIA CHE TRAFIGGE IL SANTO

Anche in questo caso Caravaggio ha voluto rappresentare il momento più importante nella vita del Santo: il suo martirio. Egli ha fotografato letteralmente il momento in cui il Santo realizza che verrà martirizzato. I due sgherri stanno ancora legandolo mani e piedi intorno a un albero, quando il suo corpo viene colpito dalla prima freccia. Nello stesso istante il volto, abbassandosi verso la freccia, si contrae in una espressione di sofferente stupore. La grandezza di Caravaggio sta nel fatto di non aver dipinto “in scena” il carnefice. Il senso di questa mancanza sta nel fatto che il carnefice è dalla parte di chi guarda: il carnefice è ognuno di noi.
Al rientro in Italia l’opera sarà sottoposta a un intervento di restauro e a una campagna completa di indagini diagnostiche, con la speranza di fare luce su un altro capolavoro.

– Giulia Silvia Ghia

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

G.P. Bellori, Le vite de’ pittori, scultori e architetti moderni, Roma, 1672, ed. a cura di E. Borea, con introd. di G. Previtali, Torino, 1976, p. 232.
R. Longhi, Mostra di Caravaggio e dei caravaggeschi, Milano, 1951, p. 37, cat. 50, ried. in R. Longhi, Studi caravaggeschi, I, 1943-1968, Firenze, 1999, p. 89, scheda 50, e Id., ‹‹Sui Margini caravaggeschi››, Paragone, 11, 1951, p. 32-33.
M. Marini, Michelangelo Merisi da Caravaggio, pictor praestantissimus, pp. 527-529, scheda 85, Roma, 2005
M. C. Terzaghi, Il san Sebastiano con due mnistri di Caravaggio: novità attraverso la copia della cattadrale di Como, pp. 25-34, in ‹‹Bullettin de l’Association des historiens de l’art italien››, n° 15-16, Istituto Italiano di Cultura, Parigi, 2009-2010.
G. Papi, Nuova luce su Finson, il vero ruolo dell’artista fiammingo durante il soggiorno napoletano di Caravaggio, https://www.aboutartonline.com/caravaggio-napoli-gianni-papi-nuova-luce-su-finson-il-vero-ruolo-dellartista-fiammingo-durante-il-soggiorno-napoletano-di-caravaggio/

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AutoreMichelangelo Merisi da Caravaggio
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Giulia Silvia Ghia
Laureata in Storia dell’Arte all’Università La Sapienza di Roma nel 1996. Diplomata in Restauro presso l’Istituto Superiore per la Conservazione ed il Restauro nel 2001. Diplomata come Curatore di mostre con il professore Ludovico Pratesi. Specializzata in Studi storico-artistici e di tutela e valorizzazione del patrimonio culturale e dell’ambiente presso l’Università LUMSA di Roma nel 2006 e in Management dei Beni e Servizi Culturali presso la Business School del Sole 24 Ore nel 2013. Curatrice di diversi cataloghi per mostre, di saggi e volumi legati principalmente alla produzione artistica seicentesca. Relatrice a diversi seminari e convegni sulla tecnica artistica e sul deterioramento dei materiali costitutivi della pittura del Seicento. Nel 2016 crea in collaborazione con la John Cabot University il master in Gestione e Digitalizzazione del Patrimonio Culturale, per permettere alla nuove generazioni che lavoreranno in campo culturale di imparare facendo. Da novembre 2016 è membro del CdA del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia. È consulente del Fondo Edifici di Culto del Ministero dell’Interno. Dal 2017 è professore aggiunto presso la New Jersey City University, in New Jersey. Dal 2018 è membro del comitato didattico dei corsi di alta formazione dell’Università La Sapienza, per il centro tecnologico di eccellenza della Regione Lazio. Presidente da sette anni della non profit Verderame progetto cultura, da lei ideata, con sede a Roma e in USA, che lavora come facilitatore e ponte tra beni culturali bisognosi di cure e privati “mecenati”. Collabora con diversi musei italiani e lavora alla realizzazione di progetti in favore della conservazione, valorizzazione e fruizione, anche da parte del pubblico diversamente abile, dei Beni Culturali mediante il reperimento di fondi privati non solo italiani. Gli studi e l’esperienza maturata sul campo fanno di lei un’imprenditrice culturale.

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