Anniversari leonardeschi, dubbi leonardeschi. L’editoriale di Renato Barilli

Anche Leonardo da Vinci rientra fra gli artisti più inflazionati in quanto a omaggi espositivi. Soprattutto nel cinquecentenario della sua morte che cade in questo 2019. Ma Renato Barilli solleva qualche dubbio.

Leonardo da Vinci, Ritratto di dama (La Belle Ferronnière o “Presunto ritratto di Lucrezia Crivelli”) (1493-1495 circa) - Parigi, Musée du Louvre, Département des Peintures, Collezione dell’Imperatore Francesco I
Leonardo da Vinci, Ritratto di dama (La Belle Ferronnière o “Presunto ritratto di Lucrezia Crivelli”) (1493-1495 circa) - Parigi, Musée du Louvre, Département des Peintures, Collezione dell’Imperatore Francesco I

In una puntata precedente di questa rubrica ho deprecato la mala abitudine nostrana di “far piovere sul bagnato”, cioè di insistere a mettere in mostra artisti ben noti, senza che le reiterate esposizioni presentino particolari caratteri di novità e approfondimento. Caso tipico, il povero Warhol, che anche in questo momento è visibile sia a Parma sia a Cortina, ritengo senza alcunché di memorabile in entrambi in casi.
Ma ahimè questo andazzo coinvolge anche artisti massimi, non ne è esente neppure il grande Leonardo, di cui appunto si insiste a organizzare mostre a ripetizione cogliendo vari pretesti. Io stesso ho partecipato a una mostra a lui dedicata, in un posto certo splendido, la Venaria Reale, e in un’occasione solenne, il 2011 dei 150 anni dall’unità d’Italia, ma nello stesso momento gli era dedicata una mostra ben più completa e autorevole alla National Gallery di Londra. Poi è stato quasi d’obbligo che Milano lo rimettesse in scena nel 2015, con riferimento all’Expo. Ora scattano i cinque secoli dalla morte (1519) e si scalda i muscoli perfino il Louvre, mentre già si rimprovera il nostro Stato di arrivare tardi a un appuntamento così importante. E ogni volta fioccano le istanze a spostare capolavori, col dilemma se dire di sì o di no.

Mi sono sentito indotto a mettere nero su bianco un mio dubbio cruciale, che cioè due famosi ritratti attribuiti al genio di Vinci non siano usciti dalle sue mani”.

Di fronte a tanta movimentazione di prestiti e relativi trasporti eccezionali, e spese ingenti, si deve invece deprecare, sul versante che conta, una esiguità di contributi scientifici, come se questi fossero un dato marginale. Posso dire di uno di questi “assordanti silenzi”, per usare una formula trita, di cui sono stato vittima io stesso. Infatti, nel bel mezzo di un simile fitto traffico di mostre leonardesche, mi sono sentito indotto a mettere nero su bianco un mio dubbio cruciale, che cioè due famosi ritratti attribuiti al genio di Vinci, la Dama dell’ermellino, e più ancora La belle ferronnière, non siano usciti dalle sue mani. Ha aderito a questa mia tesi uno dei nostri migliori “modernisti”, Antonio Pinelli, che ha accettato di pubblicare un mio saggio in questo senso sulle sue autorevoli Ricerche di storia dell’arte (n. 120, 2016), una delle poche riviste del settore sopravvissute alla crisi del cartaceo. Non sto qui a riassumere le mie motivazioni, che si appoggiano sul fatto che fino agli inizi del secolo scorso i competenti anche più agguerriti davano il primo di quei ritratti al Boltraffio, e del secondo, che pure è stato posto trionfalmente nella copertina del catalogo per la mostra più “ufficiale” fra tutte, la milanese del 2015, non esiste alcun riferimento nei cenni biografici sull’artista, e dunque attribuirlo a lui è pura e semplice illazione.
Temevo una pioggia di contestazioni, magari anche di improperi, con proclamazione del classico “sutor, ne ultra crepidam”, tu, povero untorello di misere cronache del contemporaneo, come osi varcare una soglia solenne, muoverti nelle maestose sale del palazzo? E invece, silenzio, forse in base a un altro stereotipo, “non ti curar di lui ma guarda e passa”. E dunque, magari si insista pure nel replicare le mostre, ma si curi l’alibi di giustificarle come spunti per approfondire le indagini.

Renato Barilli

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #47

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Renato Barilli
Renato Barilli, nato nel 1935, professore emerito presso l’Università di Bologna, ha svolto una lunga carriera insegnando Fenomenologia degli stili al corso DAMS. I suoi interessi, muovendo dall’estetica, sono andati sia alla critica letteraria che alla critica d’arte. È autore di numerosi libri tra cui: "Scienza della cultura e fenomenologia degli stili" (1982, nuova ed. 2007), "L’arte contemporanea" (1984, nuova ed. 2005), "La neoavanguardia italiana" (1995, nuova ed. 2007), "L’alba del contemporaneo" (1995), "Dal Boccaccio al Verga. La narrativa italiana in età moderna" (2003), "Maniera moderna e Manierismo" (2004), "Prima e dopo il 2000. La ricerca artistica 1970-2005" (2006), "La narrativa europea in età moderna. Da Defoe a Tolstoj" (2010), "Autoritratto a stampa" (2010), "La narrativa europea in età contemporanea. Cechov, Joyce, Proust, Woolf, Musil" (2014). Presso Bollati Boringhieri ha pubblicato "Storia dell’arte contemporanea in Italia. Da Canova alle ultime tendenze" (2007) e "Arte e cultura matariale in Occidente" (2011). È stato organizzatore di molte mostre sull’arte italiana dell’Ottocento e del Novecento.
  • Massimo Ravecca

    La dimensione speculare, inclusiva, la si ritrova nella manifestazione
    del genio umano. A partire dal Gesù dei Vangeli, ma anche nelle opere e
    nelle vite dei geni in generale e soprattutto in quelli nel campo
    artistico, di Leonardo da Vinci e Michelangelo Buonarroti in
    particolare. Nelle opere degli artisti americani Jackson Pollock, Andy
    Warhol e nell’italo argentino Lucio Fontana la dimensione speculare e/o
    inclusiva è addirittura nella tecniche di esecuzione. Mentre Leonar

  • http://www.athanor-arte.com Domenico Ghin

    Dubbi leonardeschi ci sarebbero anche per il quadro più pagato della storia o il bidone più grande della storia : il Salvator Mundi . A parte l’attribuibilità, quello che traspare da queste celebrazioni come nelle altre è la spasmodica convergenza, come se oltre non ci sia più nulla. Per carità nessuno le mette in discussione, anzi ben vengano, ma è il modo come vengono organizzate e finalizzate, in primis, l’interesse principale sembra sia soprattutto per i fondi che vengono messi a disposizione.
    Invece di funzionare come un volano per promuovere le conoscenze di tutto il territorio interessato anche e soprattutto in prospettiva turistica. Finite le celebrazioni poi il nulla, la desertificazione.
    L’unico caso che ricordi abbia prodotto effetti positivi post evento è l’Expo di Milano di cui benefici anche oggi sono ben visibili .