L’arte classica si fa pop. Una mostra al Museo Nazionale Romano con un allestimento multimediale

La riproduzione del classico nei secoli, dai romani, a Canova, ai fotografi contemporanei. Una mostra immersiva con luci, specchi e video mapping

NONE collective, Caleidoscopio, Il classico si fa pop, Palazzo Massimo, photo credits, Cristina Vatielli, NONE collective
NONE collective, Caleidoscopio, Il classico si fa pop, Palazzo Massimo, photo credits, Cristina Vatielli, NONE collective

Nelle sedi di Palazzo Massimo e Crypta Balbi del Museo Nazionale Romano è in svolgimento Il classico si fa pop. Di scavi, copie e altri pasticci che mostra come copiare i capolavori classici sia una prassi storica e consolidata, dai romani a Giovanni Trevisan, detto Volpato. Possiamo ricondurre all’artista la prima “produzione seriale” di copie, realizzate in biscuit, che venivano vendute ai turisti del Grand Tour come souvenir. Promossa dal Museo Nazionale Romano con Electa, la mostra è ideata da Mirella Serlorenzi che l’ha curata con Marcello Barbanera e Antonio Pinelli, mentre l’allestimento e i contenuti multimediali sono realizzati da NONE collective, un collettivo artistico che si muove sul confine tra arte, design e ricerca tecnologica. “La mostra vuole raccontare la storia millenaria della fortuna dell’antico, attraverso il tema della copia, della sua riproducibilità dall’arte antica fino all’arte pop”, afferma Daniela Porro, Direttore del Museo Nazionale Romano. “L’argomento centrale è quindi quello delle copie, presenti già nell’arte romana, come i Discoboli che presentiamo qui, e non solo i due capolavori di Palazzo Massimo, che sono in fondo riproduzioni romane del Discobolo di Mirone, capolavoro del mondo ellenistico, fino alla fotografia di Mapplethorpe, che raffigura un modello statuario proprio come le sculture con cui dialoga”.

NONE collective, Caleidoscopio, Il classico si fa pop, Palazzo Massimo, photo credits, Cristina Vatielli, NONE collective
NONE collective, Caleidoscopio, Il classico si fa pop, Palazzo Massimo, photo credits, Cristina Vatielli, NONE collective

IL CONCEPT

La mostra è nata da una scoperta archeologica, effettuata otto anni fa a Via Urbana, dove sono state rinvenute delle ceramiche che poi si è capito appartenere al periodo neoclassico, e in particolare alla fabbrica di Giovanni Volpato”, racconta ad Artribune Mirella Serlorenzi. “Un personaggio straordinario che ha dato vita a quella che possiamo chiamare industria dell’antico, e che tra le sue tante attività, produceva biscuit, ovvero statuine in una ceramica bianca porosa che sembrava marmo, di grandi opere d’arte per poterle vendere ai turisti del Grand Tour”. Si vuole quindi mettere in luce il concetto d riproducibilità dell’opera, trasportandolo anche nell’arte antica, quando “le opere d’arte non erano uniche e irripetibili ma anch’esse prodotti seriali”, afferma l’ideatrice della mostra. “In Grecia le statue venivano realizzate, in particolare quelle degli atleti, per essere poste in spazi pubblici e celebrare comunque la bellezza del corpo, la fisicità, legate allo svolgimento delle Olimpiadi. Queste opere meravigliose vengono copiate in età romana ma hanno un significato diverso, di cultura classica, e quindi vengono poste per decorare spazi pubblici ma anche spazi privati”.

LE DUE SEDI

Un’esposizione che viaggia nel tempo senza seguire una cronologia, dall’arte antica alla contemporanea, tra originale e riproduzione. Nella sede di Crypta Balbi sono esposte le ceramiche e i materiali rinvenuti nello scavo archeologico, come le statuette a tutto tondo in biscuit. “Mentre a Palazzo Massimo in particolare ci siamo occupati di narrare l’ispirazione all’antico, quindi il modello greco, il modello romano, la riproposizione del tema nel periodo neoclassico fino ad arrivare al contemporaneo con Vezzoli”, spiega Mirella Serlorenzi. “In questo gioco quasi al caleidoscopio, l’antico viene riproposto senza una cronologia continua, estrapolato nei significati attribuiti nelle varie epoche, dove però l’apparato multimediale e le immagini hanno la parte più importante del racconto”.

NONE collective, Caleidoscopio, Il classico si fa pop, Palazzo Massimo, photo credits, Cristina Vatielli, NONE collective
NONE collective, Caleidoscopio, Il classico si fa pop, Palazzo Massimo, photo credits, Cristina Vatielli, NONE collective

L’ALLESTIMENTO

Un allestimento che si avvale di video mapping, di un ‘Caleidoscopio’ dove due statue dei Tirannicidi si disperdono riflesse in un tunnel di 8 m di specchi. “Abbiamo pensato di dare un’impronta pop alle statue”, afferma Mauro Pace, designer del NONE collective. “Volevamo sdoganare il concetto di opera in quanto capolavoro, facendo un lavoro di serialità”, come accade nella sala del ‘Discobolo’ dove il concetto viene enfatizzato con una multi-proiezione sulle reti metalliche che intervallano le cinque statue classiche. “Parliamo di un tema molto colto, molto raffinato, un po’ per studiosi che però il Museo Nazionale Romano vuole far apprezzare, far comprendere a un pubblico più ampio”, afferma Daniela Porro. “Per questo motivo l’allestimento presenta un’impostazione pop che utilizza le più moderne tecnologie, proprio per far comprendere e apprezzare questo argomento”.

– Ilaria Bulgarelli

Evento correlato
Nome eventoIl classico si fa pop. Di scavi, copie e altri pasticci
Vernissage13/12/2018 ore 19 solo su invito
Duratadal 13/12/2018 al 07/04/2019
CuratoriMarcello Barbanera, Mirella Serlorenzi, Antonio Pinelli
Generearcheologia
Spazio espositivoCRIPTA BALBI
IndirizzoVia Delle Botteghe Oscure 31 - Roma - Lazio
EditoreELECTA
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Ilaria Bulgarelli
Ilaria Bulgarelli (Roma, 1981) ha studiato presso l’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”, conseguendo la laurea triennale in Ingegneria Edile, poi presso “Sapienza Università di Roma”, per terminare i suoi studi con la laurea specialistica in Architettura. Un mix di studi scientifici e creativi che si vanno a fondere con la sua passione per l’arte. Sarà proprio questa passione a condurla verso l’arte contemporanea frequentando il Master of Art della LUISS Creative Business Center. Una formazione che le permette di curare mostre dal progetto curatoriale all’allestimento, collaborando così con artisti di arte contemporanea. È uno stage presso la redazione di “Rai Arte” e una collaborazione con l’ufficio stampa di MondoMostre, a portarla verso la comunicazione e il giornalismo.