Oltre 4.000 anni fa veniva costruita la tomba di un notabile egiziano, durante il regno della VI dinastia. 78 anni fa veniva riportata alla luce, aggiungendo un tassello importante alla paziente ricostruzione degli egittologi internazionali. Oggi, quel luogo, è finalmente accessibile a tutti. Ecco la sua storia.

La stanza delle meraviglie è dischiusa. Spalancata al mondo, dopo quattro millenni dalla sua costruzione, affinché il mondo possa continuare a studiare, a vedere, a decodificare. O anche solamente a sgranare gli occhi, lasciando che la macchina del tempo si azioni: storie sotterranee, talmente lontane e straordinarie da apparire il frutto di una mitologia dell’origine, scritta chissà dove, chissà da chi. Ed è un viaggio nel solco del mistero e dell’ingegno, per un passato sigillato tra architetture iconiche e serie di geroglifici muti: infilarsi tra gli stretti corridoi di una tomba egizia, probabilmente, deve fare quest’effetto qui. Una vertigine spazio-temporale, un romanzo di fantascienza all’incontrario.

Il Cairo, decorazioni pittoriche dentro la tomba di Mehu
Il Cairo, decorazioni pittoriche dentro la tomba di Mehu

LA TOMBA DEL VISIR PRESENTATA DAL GOVERNO EGIZIANO

A Saqqara, a sud del Cairo, un nuovo miracolo si è compiuto. Una tomba monumentale, risalente agli albori della VI dinastia, dunque ai fasti dell’Antico Regno (periodo che andò dal 2350 al 2190 a.C.), è stata restituita a studiosi e visitatori di tutto il globo. Visitabile, finalmente, e in uno stato di conservazione eccellente. Lo ha annunciato il Ministero delle Antichità egiziano, che ha sostenuto il lungo processo di restauro e consolidamento: a inaugurarla, in questo primo scorcio di settembre, c’era l’egittologo Khaled El-Anany, al timone del Dicastero che ha avuto in capo i lavori; con lui il celebre collega Zahi Hawass, la Ministra dell’Immigrazione e degli Affari Esteri Nabila Makram e 12 ambasciatori stranieri con base al Cairo.
78 anni fa la scoperta. Nel 1940 una missione archeologica nazionale, diretta dall’egittologo Zaki Saad, portava alla luce questa camera mortuaria antichissima e di particolare bellezza, tra le più affascinanti “màstabe” della necropoli di Saqquara, nonché una tra le meglio conservate di quell’era.

La tomba di Mehu, immagini dal libro di Altenmuller
La tomba di Mehu, immagini dal libro di Altenmuller

MEHU, UN NOTABILE DELL’ANTICO REGNO

Universalmente nota come Tomba di Mehu, deve il suo nome a un Giudice supremo e Visir che visse al tempo del re Teti I – il primo sovrano della sesta dinastia – e probabilmente anche all’inizio del regno di Pepi I, attraversando dunque il brevissimo interregno di Userkara. Un notabile eccellente, fortemente legato alla famiglia reale (non si escludono parentele, dirette o indirette), il cui ruolo si deduce dalle 48 iscrizioni incise sulle pareti della camera funeraria: il lungo elenco di titoli di cui venne insignito nel corso della sua carriera.
La màstaba, però, venne usata anche come sepoltura di altri due personaggi, quasi certamente membri della famiglia: Meryreankh e Hotepka, rispettivamente – si presume – un figlio e un nipote di Mehu. A costruirla fu, secondo quanto riportato da un’iscrizione sulla facciata, tale Shepsipuptah, “principe ereditario”: per lo studioso Kanawati fu marito di Seshseshet, detta Sheshti, una delle nove figlie del Faraone Teti. È forse per nascondere questa iscrizione che, nel periodo di passaggio in cui regnò Userkara, la facciata venne coperta da spessi mattoni di fango.

La tomba di Mehu, Il Cairo, Saqqara
La tomba di Mehu, Il Cairo, Saqqara

MERAVIGLIE PITTORICHE

Dal punto di vista architettonico la sontuosa tomba è formata da una piccola anticamera, un corridoio lungo e stretto, una stanza centrale, due sale per le offerte, un ‘serdab’ (l’ambiente riservato alla statua del Ka, lo “spirito vitale” del defunto) e una corte interna con un ampio porticato. Alla camera funeraria principale si giunge attraverso un passaggio inclinato, il cui accesso si apre sul pavimento della corte. Nonostante la vasta area assegnata alla costruzione della tomba, l’architetto volle riservare lo spazio maggiore alla zona aperta, scegliendo per la restante parte la cifra della sintesi e dell’intimità.
Punto di forza sono le decorazioni, una sequela di bassorilievi dipinti che hanno il merito di illustrare con chiarezza lo stile dell’epoca, evidenziando similitudini estetiche e iconografiche con altre celebri tombe del periodo.
Sfavillanti i colori, riportati all’originario splendore grazie ai restauri, ma incredibilmente conservatisi nella quasi totalità delle superfici: interventi di grande finezza – superiori a quelli plastici e in certi casi utilizzati per correggere errori o ingenuità di chi aveva eseguito le sculture – concentrati soprattutto tra l’anticamera, la sala principale e il corridoio, a illustrare dettagliate scene di vita quotidiana.

La tomba di Mehu, falsa porta dorata
La tomba di Mehu, falsa porta dorata

Un lungo lavoro di cesello, per una scrittura simbolico-narrativa che seduce e accompagna il cammino. Ci sono i suonatori di flauto che intrattengono i raccoglitori di grano, gli inservienti che catturano le manguste durante la caccia, i coccodrilli che si accoppiano o che ingoiano pesci a testa in giù, e ancora la pesca con reti, navi e barche a vela, i fabbri a lavoro, immagini a tema culinario o con danze acrobatiche.
Mehu viene rappresentato in diversi contesti, ad esempio mentre caccia nella foresta o nel corso di un viaggio in nave, raffigurato a poppa mentre dorme sul suo talamo. Tra le figure illustri compare anche Mereruka, il noto sacerdote della Piramide di Teti, la cui gigantesca màstaba di famiglia si distingue, nella necropoli di Saqqara, come la più grande e sfarzosa tomba dell’Antico Regno: qui l’uomo viene raffigurato insieme a un domestico che gli prepara il letto. Straordinario, infine, il finto portale dipinto nei toni del bronzo e dell’oro, interamente ricoperto di illustrazioni e geroglifici.

LO SCRIGNO SVELATO. UN VIAGGIO POSSIBILE TRA LA VITA E LA MORTE

La tomba di Mehu è dunque una pregevolissima opera d’arte e architettura, ma anche un utilissimo archivio di immagini e informazioni su tradizioni, personaggi, usi e costumi, dinastie, titoli, simboli e credenze relativi a un periodo storico complesso e remoto, ancora oggetto di faticose ricostruzioni. E nonostante fosse menzionata nei principali testi di letteratura egittologica già a partire dal 1940 – anno del suo rinvenimento – la tomba restò inaccessibile agli studiosi fino al 1998, quando ne scrisse in un prezioso volume il noto egittologo tedesco Hartwig Altenmüller. Pagine importanti, in cui per la prima volta vennero tradotte le iscrizioni e descritte con cura le decorazioni murarie, con tanto di studi comparativi. C’erano anche delle fotografie, la maggior parte in bianco e nero e alcune a colori: difficile, nonostante l’ottimo lavoro del fotografoDieter Johannes, inviato dal German Institute, restituire totalità prospettica e ampiezza della struttura, a causa degli spazi molto stretti. Il reportage si concentrava soprattutto su dettagli, porzioni ambientali, porte, steli e sezioni di muri.
Oggi questo scrigno non è più un tesoro nascosto: visitare il luogo dell’eterno riposo di Mehu diventa possibile, per tutti. Oltre lo sforzo dell’immaginazione, oltre gli apparati documentari. E ancora una volta nel contatto con la morte si rivela un surplus di vita, di desiderio, di memoria, nella tensione tra concretezza quotidiana e senso del sacro, tra simboli notturni ed energia diurna, tra attaccamento all’esistenza e sua trasmutazione spirituale. Incastro che la civiltà egizia coltivò e restituì, con singolare potenza.

Helga Marsala

Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Helga Marsala
Helga Marsala è critico d'arte, giornalista, notista culturale e curatore. Insegna all'Accademia di Belle Arti di Roma, dove è anche responsabile dell'ufficio comunicazione. Collaboratrice da anni di testate nazionali di settore, ha lavorato a lungo come caporedattore per la piattaforma editoriale Exibart. Nel 2011 è nel gruppo che progetta e lancia la piattaforma Artribune, dove ancora oggi lavora come autore e membro dello staff di direzione. Svolge un’attività di approfondimento teorico attraverso saggi e contributi critici all’interno di pubblicazioni e cataloghi d’arte e cultura contemporanea. Scrive di arti visive, arte pubblica e arte urbana, politica, costume, comunicazione, attualità, moda, musica e linguaggi creativi contemporanei. È stata curatore dell’Archivio SACS presso Riso Museo d'arte contemporanea della Sicilia e membro del Comitato Scientifico, collaborando a più riprese con progetti espositivi, editoriali e di ricerca del Museo. Cura mostre e progetti presso spazi pubblici e privati in Italia, seguendo il lavoro di artisti italiani ed internazionali. Da gennaio 2018 è Consulente per la Cultura del Presidente della Regione Siciliana.