Una grande mostra su Raffaello apre il 27 gennaio a Bergamo. I curatori raccontano l’impianto dell’esposizione: le opere giovanili, la formazione, il San Sebastiano, la riscoperta nell’Ottocento, le citazioni raffaellesche nell’arte contemporanea.

Bergamo anticipa di due anni le celebrazioni per i cinquecento anni dalla morte di Raffaello (Urbino, 1483 ‒ Roma, 1520). L’Accademia Carrara e la GAMeC si uniscono per il progetto congiunto Raffaello e l’eco del mito (mostra ospitata dal 27 gennaio nelle sale della GAMeC, con un’appendice all’interno della Carrara). Abbiamo intervistato i curatori prima che aprisse la mostra. Spazio, per cominciare, a Maria Cristina Rodeschini – direttrice della Fondazione
Accademia Carrara e curatrice, con Emanuela Daffra, della sezione “storica”, – alla quale seguirà l’intervento di Giacinto Di Pietrantonio, curatore della sezione sul contemporaneo.

MARIA CRISTINA RODESCHINI

Presentando la mostra lei ha dichiarato che si tratta di un’operazione allo stesso tempo di ricerca e apprezzabile dal grande pubblico. Può spiegarci le caratteristiche che vanno in queste due distinte ma convergenti direzioni?
Il cuore della mostra batte grazie alla presenza nelle collezioni dell’Accademia Carrara di un magnifico dipinto di Raffaello databile intorno al 1503. Attorno al dipinto abbiamo costruito un racconto affascinante che dichiara e approfondisce le sollecitazioni che provengono dalla corte di Urbino e dagli artisti che attraggono l’attenzione di Raffaello. Il padre Giovanni Santi muore quando il figlio è giovanissimo, ma gli lascia una avviata bottega e una facilità di rapporti che Raffaello, una volta cresciuto, saprà abilmente fruttare. Altri artisti come Pintoricchio, Perugino, Signorelli attraggono la sua attenzione. Dipanare questa matassa non era facile, e soprattutto è stato arduo dimostrarla per immagini; è motivo di soddisfazione esserci riusciti mettendo in scena un percorso rigoroso, chiaro e, ci auguriamo, attrattivo. Gli inizi di Raffaello sono rappresentati da diverse sue opere tra il 1500 e il 1505: la sala che le ospita sarà un vero scrigno di bellezza nel dimostrare la rapidissima progressione della sua capacità di essere un eccellente e innovativo pittore.

Una delle sezioni più interessanti della mostra è quella che si occupa della ripresa dell’opera di Raffaello nell’Ottocento.
L’Ottocento ha dedicato una speciale attenzione a Raffaello, che si intensifica all’atto dell’apertura della sua tomba al Pantheon a Roma. Gli artisti ritornano a lui, narrano la sua vita, copiano o si riferiscono alle sue celebri opere, con un atteggiamento di vera e propria devozione. Raffaello è stato anche uomo che ha saputo godersi la vita e dunque il leggendario Ritratto di donna (con tutta probabilità la raffigurazione della bellezza, piuttosto che di una persona), noto come La Fornarina, testimonia quanto anche la sua vita leggendaria abbia contato per gli artisti romantici.

Raffaello, San Michele e il drago, 1505 ca. Musée du Louvre, Parigi. Credits Paris, Musée du Louvre, Département des Peintures
Raffaello, San Michele e il drago, 1505 ca. Musée du Louvre, Parigi. Credits Paris, Musée du Louvre, Département des Peintures

Si tratta chiaramente di una mostra dall’impianto ampio e ambizioso, ma allo stesso tempo ha dei legami col territorio.
Il San Sebastiano di Raffaello proviene dalla Raccolta di Guglielmo Lochis che, pur essendo stato corteggiato nell’Ottocento per la cessione della sua collezione alla National Gallery di Londra, non cedette alle lusinghe e in morte lasciò la sua straordinaria raccolta alla città di Bergamo. Il meglio della collezione Lochis si fuse con il lascito di Giacomo Carrara, fondatore del museo. La mostra, dunque, nel valorizzare un dipinto delle collezioni del museo, parla a gran voce di Bergamo e della finissima tradizione del collezionismo d’arte che la contraddistingue dal Cinquecento. Insomma, una mostra che parte dal museo e vuole ritornare al museo.

Può tracciare un bilancio dei primi due anni di riapertura dell’Accademia Carrara? Con la mostra su Raffaello si apre una nuova fase?
La riapertura della Carrara, con il grande sforzo di rinnovare l’ordinamento delle collezioni, restaurare la sede storica, modernizzare gli strumenti per stabilire con il pubblico relazioni nuove, è stato un passo importante, ma ancora da precisare e migliorare perché tutto ciò abbia un futuro. L’entusiasmo iniziale è stato comunque travolgente, ma quello su cui bisogna lavorare è la tenuta dell’interesse del pubblico. Il passaggio istituzionale da Museo Civico a Fondazione è stato altrettanto indispensabile. Ora molta energia si sta concentrando sul fronte della ricerca e su progetti espositivi in collaborazione con istituzioni museali internazionali, oltre che sulla valorizzazione delle collezioni. La città è abituata da anni a ospitare grandi mostre, ma indubbiamente quella di Raffaello ha l’ambizione di lanciare il museo in una prospettiva internazionale. I prestiti che nell’occasione sono stati garantiti dalle principali istituzioni internazionali sono un segnale positivo e importante.

Giorgio de Chirico, Autoritratto, 1931. Collezione privata, Bergamo. Photo Studio Fotografico Luca Carrà © Giorgio de Chirico by SIAE 2017
Giorgio de Chirico, Autoritratto, 1931. Collezione privata, Bergamo. Photo Studio Fotografico Luca Carrà © Giorgio de Chirico by SIAE 2017

GIACINTO DI PIETRANTONIO

Quali sono le opere più importanti incluse nella sezione contemporanea? Si tratta per la maggior parte di riferimenti iconografici o di stile?
Vuoi farmi litigare con gli artisti viventi, o con gli eredi di quelli morti? Per un curatore vale il vecchio detto napoletano: “Ogne scarrafone è bello a mamma soja”. I riferimenti sono maggiormente iconografici, soprattutto legati al ritratto e all’autoritratto. Questo è dovuto al fatto che le opere a tema religioso non interessano agli artisti moderni e contemporanei. Tuttavia non mancano riferimenti stilistici, come per le due grandi opere, La scuola di Roma e La costellazione del Leone, di Carlo Maria Mariani, o per la Ri-Velata di Galliani.

Citare Raffaello è stata una tendenza “sparsa” o ha riguardato precisi movimenti e momenti storici dell’arte contemporanea? Le citazioni raffaellesche moderne e contemporanee sono opera per lo più di artisti italiani o anche internazionali?
La tendenza è sparsa, anche se intorno agli Anni Venti, con l’esperienza di Valori plastici, Raffaello vive una sua attualità in artisti come de Chirico, ad esempio. Pensiamo poi fuori dall’Italia ad artisti come Picasso, che dichiara di preferire Raffaello a Michelangelo e Leonardo. Famosa è anche la citazione di Picasso: “Da bambino sapevo dipingere o disegnare come Raffaello, ma ci ho messo tutta la vita per dimenticarlo e diventare Picasso”.

Per un artista contemporaneo citare Raffaello ‒ invece di un altro artista del passato ‒ è una scelta di campo? O, nel fecondo calderone del postmoderno, “una citazione vale l’altra”?
Non farei di tutta l’erba un fascio, perché Raffaello ha delle qualità che interessano proprio agli artisti “postmoderni” e oltre ‒ per esempio Salvo, Ontani e Vezzoli si autoritraggono come Raffaello per varie ragioni e va precisato che tutti e tre hanno anche una predilezione per de Chirico. Inoltre Salvo nel suo libro, oramai introvabile, Della Pittura (1986), cita più volte Raffaello come metro di paragone per stabilire il valore dell’arte. Va anche sottolineato che Salvo, agli inizi, si autoritrae in veste di impiegato, operaio…, ma quando decide di autoritrarsi come artista sceglie Raffaello. Al contrario ci sono artisti come Christo che isolano ritratti di Francesco Maria della Rovere, o Mariella Bettineschi che si interessa alla Fornarina, mentre per Roccasalva e la Beecroft si tratta di riferirsi a forme e pose “generiche” raffaellesche, per non parlare di Fabro, che dà una sua personalissima interpretazione de Lo sposalizio della Vergine, o di Ettore Spalletti, che isola il colore rosa dell’incarnato delle opere di Raffaello per farne uno dei suoi quadri “astratti”.

Francesco Vezzoli, Self Portrait as a Self Portrait (After Raffaello Sanzio), 2013. Courtesy l'artista. Photo Alessandro Ciampi
Francesco Vezzoli, Self Portrait as a Self Portrait (After Raffaello Sanzio), 2013. Courtesy l’artista. Photo Alessandro Ciampi

Giulio Paolini ha realizzato un’opera raffaellesca appositamente per la mostra.
Paolini è forse l’artista che più di tutti ha lavorato su Raffaello fin dalla metà degli Anni Sessanta. Nella mostra è presente con due opere. Una del 2015, Non senso della visita, ispirata a Lo sposalizio della Vergine che si trova a Brera. E una nuova, che sarà esposta alla Pinacoteca Carrara al posto del San Sebastiano di Raffaello, che si sposta alla GAMeC per la mostra. L’opera di Paolini si basa su una foto a colori della stessa dimensione del San Sebastiano di Raffaello in cui ha individuato alcune particolarità geometriche (la linea retta della freccia che il santo tiene in mano come fosse una penna, o un pennello, la linea circolare dell’aureola, del collo, della scollatura dell’abito) e di conseguenza ha tracciato sulla foto una serie di linee e cerchi. Un gioco geometrico sulla sezione aurea, se vogliamo.

Stefano Castelli

Articolo pubblicato su Grandi Mostre #8

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Evento correlato
Nome eventoRaffaello e l'eco del mito
Vernissage26/01/2018 su invito
Duratadal 26/01/2018 al 06/05/2018
Autore Raffaello
CuratoriMaria Cristina Rodeschini, Giacinto Di Pietrantonio , Emanuela Daffra
Generearte antica
Spazio espositivoGAMEC - GALLERIA D'ARTE MODERNA E CONTEMPORANEA
IndirizzoVia San Tomaso 53 24121 - Bergamo - Lombardia
EditoreMARSILIO
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Stefano Castelli
Stefano Castelli (Milano, 1979) è giornalista, critico d'arte e curatore. Si è laureato in Scienze Politiche all'Università degli studi di Milano con una tesi di filosofia politica su Andy Warhol come critico sociale. Ha vinto nel 2007 il concorso per giovani critici indetto dal Castello di Rivoli con un saggio su "Scatologicità e Pop Art in Bruce Nauman". Come giornalista scrive per Artribune, dal 2011, e Arte Mondadori, dal 2007. Come curatore è impegnato nella scoperta di giovani artisti e ha curato una trentina di mostre tra gallerie e musei. Come critico ha scritto tra l'altro per la mostra Big Bang, Museo Bilotti, Roma, 2008. Il suo taglio critico è orientato a una lettura politico-sociale dell'arte e a una lettura dell'estetica come fenomeno non disgiungibile dall'etica.