National Gallery, Londra – fino al 25 giugno 2017. La National Gallery mette in luce, tra opere e lettere autografe, l’amicizia, la collaborazione e gli attriti fra Michelangelo Buonarroti e Sebastiano del Piombo: due artisti che hanno segnato, in maniera diversa, la storia dell’arte e del Rinascimento romano. Nonostante la produzione artistica di Michelangelo brilli incontrastata, accanto alle opere del collega, il museo londinese sa raccontare in modo encomiabile le dinamiche di un’alleanza strategica e travagliata, restituendo gli uomini accanto agli artisti.

“Dunché non mi negate più d’essere unicho, quand’io ve lo scrivo, perché n’ò troppi testimoni; e ècci un quadro qua, Idio gratia, che me ne fa fede a chiunche vede lume”. Sono parole d’incoraggiamento, tratte da un messaggio di Michelangelo Buonarroti (1475-64) a Sebastiano del Piombo (nato Luciani, 1485-47), risalenti al 1525, che meglio descrivono il sentimento di rispetto dell’artista fiorentino verso il collega veneziano. Probabilmente più insicuro del “terribile” Michelangelo, come lo definisce Papa Leone X secondo le parole di Sebastiano, in una lettera del 1520. L’artista veneto, dal canto suo, difenderà a spada tratta il Buonarroti, attribuendo l’indole irascibile del fiorentino a un inarrestabile tormento creativo, che numerosi contemporanei, del resto, ascrivono al volubile Michelangelo. A Londra incontriamo opere monumentali, bozzetti e repliche, accanto a numerose lettere autografe, per accompagnarci lungo un percorso nato da una sfida: analizzare il sodalizio creativo tra i due artisti dal 1511 fino alla morte di del Piombo, nel 1547. E la scommessa si concentra, in particolare, sulle composizioni a quattro mani.

CONTRA RAFFAELLO

Sebastiano, musicista di professione, si avvicina alla pittura più tardi rispetto a molti suoi colleghi, formandosi a Venezia nella bottega di Giovanni Bellini prima e in quella di Giorgione poi. Più giovane di Michelangelo di dieci anni, incontrerà il Buonarroti a Roma durante l’esecuzione degli affreschi per Villa Farnesina. Nella Roma del 1511, alla corte di Papa Leone X, Raffaello e Michelangelo sono in aperta, reciproca rivalità; e presto l’autore del David vedrà nel giovane Sebastiano, ormai di stanza a Roma, una possibilità di contrastare maggiormente il rivale. Michelangelo cercherà di influenzare quest’ultimo Sebastiano sul fronte del disegno e della composizione, preliminari alla pittura, fornendogli disegni preparatori per diverse commissioni, specialmente quelle sacre. Alla National Gallery troviamo una prima opera paradigmatica rispetto a tale sodalizio: l’unione delle abilità michelangiolesche nel disegno e del naturalismo e colorismo veneti di Sebastiano (Lamento sul Cristo Morto, 1512-16 circa). Dell’opera è possibile vedere anche il retro: sulla tavola sono abbozzati una testa e dei dettagli anatomici, anch’essi eseguiti in sinergia. Un dialogo per immagini.

Michelangelo Buonarroti, Studio di mani (verso), circa 1510-11, 27,2 x 19,2 cm. Albertina, Vienna. Courtesy National Gallery
Michelangelo Buonarroti, Studio di mani (verso), circa 1510-11, 27,2 x 19,2 cm. Albertina, Vienna. Courtesy National Gallery

RITRATTI PAPALI

Nel 1520 l’artista veneziano scriverà poche sintetiche righe al Buonarroti, quest’ultimo lontano da Roma, su una scomparsa inaspettata e compianta ben oltre i confini di Roma: “Compare mio charo, poste salutationes etc., credo havete saputo come quel povero de Rafaello da Urbino è morto: di che credo vi abbi despiaciuto assai, et Dio li perdoni”. Scomparso l’Urbinate, con Michelangelo a Firenze per completare la facciata della chiesa di San Lorenzo, Sebastiano diventerà l’artista di punta alla corte papale. E lo sarà specialmente durante il pontificato di Clemente VII, assurto al soglio pontificio nel 1523. Clemente sarà il committente di vari ritratti; e sarà sempre più attraverso la ritrattistica che Sebastiano primeggerà a Roma, specie con commissioni gentilizie e papali. A Londra è in particolare un ritratto, tra le opere di Michelangelo, a rendere giustizia a Sebastiano come primus inter pares fra i ritrattisti del tempo. Con un primo piano eseguito su una lastra di ardesia, un volto emaciato e la testa isolata nello spazio, fluttuante tra una veste nera e in penombra, il Ritratto di Clemente VII del 1531 circa è un’istantanea degli effetti del tempo, e del potere, su un uomo di stato. Un memento mori per uso privato, in tempi segnati da episodi drammatici a sfondo religioso, come il Sacco di Roma (1527).

RITRATTI DIVINI

Il piglio rivoluzionario di Michelangelo emerge in tutta la sua grandezza, a Londra, specialmente con due statue del Cristo Risorto: tra le opere per cui la mostra vale una visita. La prima è del 1514-15, iniziata dal Buonarroti ma abbandonata in corso d’opera per via di una venatura scura nel marmo, quindi completata postuma nel primo Seicento. Una seconda versione è eseguita dall’artista tra il 1519 e il ‘21 (in mostra, una copia dell’originale, quest’ultimo conservato a Roma, nella chiesa di Santa Maria sopra Minerva). Michelangelo rappresenta il Cristo redentore secondo i modelli della statuaria antica, nudo come il Doriforo di Policleto, e il David di Piazza della Signoria: di entrambi, ritroviamo la stessa posa chiastica. Del David, in particolare, l’incarnazione dell’ideale umanistico del Rinascimento, conciliato con l’iconografia cristiana. La versione del Cristo più tarda, tuttavia, sarà più articolata, preludio del redentore del Giudizio Universale (1536-41). Accompagnano le statue i disegni preparatori michelangioleschi, oltre a numerosi bozzetti di Cristo e Dio padre di Sebastiano (debitori del soffitto della Cappella Sistina).

Michelangelo Buonarroti e anonimi, Cristo risorto, marmo. Monastero di San Vincenzo Martire, Bassano Romano. © Alessandro Vasari. Courtesy National Gallery
Michelangelo Buonarroti e anonimi, Cristo risorto, marmo. Monastero di San Vincenzo Martire, Bassano Romano. © Alessandro Vasari. Courtesy National Gallery

MICHELANGELO IL TERRIBILE

Sarà infine una delle opere più emblematiche di Michelangelo, di ritorno da Firenze a Roma nel 1534, a decretare la fine di una collaborazione e un’amicizia ventennale. All’indomani della commissione del Giudizio Universale nella Cappella Sistina, Sebastiano consiglierà a Michelangelo di decorare la cappella a olio; Michelangelo opterà poi per l’affresco, nonostante un’iniziale approvazione rispetto al consiglio del collega. Più tardi, il fiorentino negherà tale suo assenso. Michelangelo sarà freddo perfino al domani della morte di Sebastiano, mantenendo un generale giudizio di sufficienza verso l’artista veneto, definendolo “pigro”. La produzione artistica di Sebastiano diminuirà nei suoi ultimi anni, ma Michelangelo non riconoscerà, infine, nemmeno l’importanza della sua Visitazione (1533-36 circa), influente per gli artisti del circolo romano.

RITRATTO SENZA AUTORE

Spicca, in conclusione, un ritratto. Qui, Michelangelo è effigiato con la stessa aria austera delle opere del tempo che lo raffigurano, ma in modo più sereno; l’inizio di un sorriso ne attenua la severità. Le condizioni compromesse del dipinto non facilitano un’identificazione definitiva, ma stile e tecnica sembrano indirizzare verso Sebastiano. La capacità introspettiva del secondo, nonostante la grandezza inarrivabile del maestro, rimane intatta nei suoi ritratti. Nonostante la mostra di Londra si sia fatta sfuggire la possibilità di omaggiare del Piombo con opere più importanti, ci regala una perla in chiusura. Se il ritratto di Michelangelo fosse suo, Sebastiano ci avrebbe lasciato l’immagine più penetrante ed enigmatica del suo mentore.

Elio Ticca

Londra // fino al 25 giugno 2017
Michelangelo and Sebastiano
NATIONAL GALLERY
Trafalgar Square
www.nationalgallery.org.uk

Dati correlati
AutoriMichelangelo Buonarroti, Sebastiano del Piombo
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Elio Ticca
Nato a Nuoro nel 1988, si laurea allo IUAV di Venezia in arti visive e dello spettacolo. È in partenza per il Regno Unito per approfondire i propri studi in storia dell'arte alla University of Leeds, attratto dalle connessioni fra l'arte di ogni tempo, i gender studies, gli studi warburghiani, le scienze umane e le discipline umanistiche contemporanee. Cerca un proprio Gesamtkunstwerk personale sulla tela, attraverso l'obiettivo della videocamera, con un violino, attardandosi nella città nel tentativo di lasciarla. Spinto dalla passione verso (vecchie) nuove forme estetiche, necessarie allo sviluppo umano, collabora con Artribune dal 2013.

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