Un pittore italiano sta trasformando il Quattrocento in una favola psichedelica. In mostra a Milano
Dopo un affresco contemporaneo ispirato a Paolo Uccello, Domenico Ruccia torna in mostra a Milano con una nuova e interpretazione della pittura toscana del Quattrocento, dove i cavalieri si mescolano alle geishe e agli animali fantastici. Fino al 30 ottobre nello spazio BOXBOX della Galleria Alessandro Albanese
Lasciarsi trasportare indietro nel tempo, in uno di quei paesaggi rurali di inizio Rinascimento affrescati alle pareti dei palazzi principeschi. Tra colline e grotte rocciose, tra alberi che si diradano per lasciare il posto a piccoli gruppi di persone, si apre un mondo fatto di cavalieri, leggende e storie bibliche mescolate alla realtà. È questo l’universo a cui la pittura di Domenico Ruccia (Bari, 1986) è capace di dare vita, mettendolo in dialogo con il presente attraverso colori psichedelici e cangianti. La sua nuova mostra a Milano, presso lo spazio BOXBOX della galleria Alessandro Albanese, porta in scena una serie di lavori inediti che proseguono questa ricerca singolare, studiata nel limes tra pittori del calibro di Paolo Uccello e Sassetta e suggestioni provenienti dall’Oriente.

Domenico Ruccia in mostra a Milano da Alessandro Albanese: una ricerca in itinere
Lo avevamo visto nel 2024 da Renata Fabbri, sempre a Milano, con una serie dichiaratamente ispirata alle atmosfere cavalleresche di Paolo Uccello. Allora le tele si giocavano su una palette glaciale, sui toni dell’azzurro e del verde acqua. Oggi, la prima cosa a colpire è il mutamento cromatico: qui dominano il magenta, il rosso e il rosa, che fanno da fondale a scene ugualmente ispirate alla pittura centro-italiana del Rinascimento.
È il segno di una ricerca che prosegue, cercando nuove ispirazioni stilistiche e iconografiche, pur rimanendo sempre nella sfera di influenza di pittori “cortesi” come Paolo Uccello e Sassetta. Quest’ultimo – “il pittore più sfortunato di tutti quelli del suo periodo”, come commenta l’artista ricordando le sue lezioni in Accademia – diventa fonte diretta da cui prendere in prestito convenzioni iconografiche da plasmare in modo nuovo. Il topos delle Tentazioni di Sant’Antonio ne è un esempio calzante, chiaramente identificabile tra i protagonisti di una delle tele.
Le sculture di Domenico Ruccia
Questa mostra, però, porta con sé anche un medium inedito: la ceramica. Alle opere su tela si aggiunge infatti una serie di sculture squisitamente artigianali, plasmate a mano, senza strumenti e in modo molto sperimentale, che si riconnettono in qualche modo alle stesse atmosfere dipinte. Agglomerati rocciosi, creste con scaglie acuminate riconducibili, forse, a cime di montagne immaginarie scaturite dai suoi mondi pittorici. Lo smalto brillante dalle tinte vivide e cangianti fa da ulteriore trait d’union, lasciando aperto l’interrogativo su quale sia – posto che esista – il legame tra scultura e disegno. Per l’artista è una nuova strada sperimentale: ancora non sa dove lo porterà.
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Geishe e santi nella mostra di Domenico Ruccia a Milano
Avvicinandosi ai dipinti, diventano nitidi i protagonisti. Come un popolo abitante di una terra misteriosa e un po’ selvaggia, così prendono vita i soggetti immaginati da Ruccia. Nelle folle numerose si distinguono figure orientaleggianti: donne, soprattutto, ma anche anziani uomini circondati da un’aura di sacralità, in cui sembra di riconoscere alcune popolari storie di santi. Le Tentazioni di Sant’Antonio si lasciano individuare facilmente in una delle ultime tele del percorso, con il santo che spicca in primo piano circondato da figure demoniache. Il soggetto, ripreso da un originale di Sassetta, è un eloquente esempio del processo creativo messo in atto dall’artista, che nasconde nelle sue finestre di colore sanguigno – questo è l’effetto cromatico prevalente – citazioni colte dal passato. Ne deriva una reinvenzione del Rinascimento toscano con variazioni oniriche e fantasiose, in cui fanno capolino frequenti incursioni orientali. Geishe dai kimono avviluppati sui corpi sottili, alberi con tronchi esili e fronde vaporose, vicine alle stampe di Hokusai e Hiroshige, si stratificano con il mondo quattrocentesco creando un mélange unico. A questo si aggiungono – coronamento del gioco di rimandi e incroci storico-artistici – evidenti brani di non finito, con il disegno lasciato emergere sul colore di fondo. Un’ulteriore citazione che lascia all’immaginazione dell’osservatore il piacere di ampliare lo spazio e i soggetti rappresentati, prolungando il sogno fiabesco che ogni tela sa evocare.
Emma Sedini
Milano // fino al 30 ottobre 2026
Domenico Ruccia. La sera non finisce mai uguale
SPAZIO BOXBOX – Via Antonio Stoppani, 36
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