Sull’Appennino sopra Parma c’è la casa museo di un raffinato pittore naïf
A Urzano la casa museo di Bruno Bricoli in arte Colibri raccoglie le opere di un artista autodidatta che seppe creare uno stile unico. Nei suoi quadri rappresentava poeticamente un’umanità affaticata e scorci urbani silenziosi
Convintamente anarchico, irriducibilmente laico, uomo riservato e ironico, Bruno Bricoli (Parma, 1926-1996) fu professore di Economia Politica all’Università di Parma e, all’età di 44 anni, decise di cominciare a dipingere, così da trovare uno spazio di libertà e autenticità, al di là del suo “piccolo opprimente inferno quotidiano”.

Il rapporto di Bruno Bricoli con l’arte
Bricoli, da ragazzo, si era già dedicato all’arte della caricatura e, in un’intervista pubblicata in occasione di una mostra allestita a Parma nel 2002, dichiarò: “Nel 1970 dipinsi tre quadri, digiuno di qualsiasi tecnica: sapevo soltanto che per diluire i colori serviva l’olio di lino e non quello d’oliva”. L’anno successivo presentò alcune sue opere al Premio Nazionale dei Naïfs a Luzzara, inaugurando una consuetudine che durò per tutta la vita e che lo mise in contatto con artisti e intellettuali, da Antonio Ligabue a Cesare Zavattini. Negli anni successivi il pittore riuscì ad aggiudicarsi numerosi premi e medaglie a Luzzara e in altre manifestazioni dedicate agli artisti autodidatti, sia in Italia sia all’estero.
Il nome d’arte di Bruno Bricoli: Colibri
Bricoli decise di firmare le sue opere con lo pseudonimo Colibri ricavato dall’anagramma del cognome: “Per coerenza e per sberleffo ho adottato un nom de plume ricco di piume e di un gran becco”, scrisse con acume e ironia il pittore, che si espresse anche mediante la scrittura, con racconti in cui spesso si intersecano i personaggi raffigurati nelle tele.
Il museo di Colibri tra le colline di Urzano
Nella casa natale di Colibri a Urzano, borgo sperduto nell’Appennino parmense, dal 2011 si può visitare un museo che fa parte della rete Case e studi delle persone illustri dell’Emilia-Romagna: in quelle antiche stanze, che sanno ancora di vita vissuta, si espongono numerose opere di Bricoli insieme agli arredi originali e al suo atelier, dove tutto è rimasto com’era nel 1996, anno in cui morì il pittore. Sul cavalletto c’è ancora Tribuno, l’ultimo suo dipinto, incompiuto. Entrare in quegli ambienti equivale a immergersi nelle “favole” variopinte di Colibri, scoprendone gli esordi – davvero ingenui – e poi seguendo il formarsi di uno stile unico, inconfondibile, che viene definito naïf, ma allo stesso tempo affonda le radici in una raffinata cultura, in una tecnica tutt’altro che modesta e in un’apertura internazionale (l’artista ebbe un legame molto forte con la Francia e tanti sono i dipinti con vedute urbane d’Oltralpe). Bricoli, come sottolinea Marzio dall’Acqua in un saggio scritto per la mostra del 2002, si serviva “di un linguaggio minimo, che si era liberato da tutte le scorie culturali, da tutti gli eccessi, riducendo al fare, al raccontare, ad un gioco, che tuttavia per lui fu sempre di una estrema serietà”.
Una tavolozza vivace per un’atmosfera cupa
Osservare decine di dipinti di Colibri appesi nel tinello, nel salotto, nelle camere da letto, significa immergersi in un universo colorato che a prima vista appare ingenuo e infantile, ma lascia pian piano emergere uno spessore più profondo. Alcuni elementi iconografici ricorrenti definiscono una ricerca accurata e minuziosa, spesso carica di intensa tragicità: gli alberi spogli e neri – metafora dell’isolamento e della solitudine dell’artista –, con i loro rami piegati verso la terra, sono testimoni silenziosi del paesaggio che spesso è ricoperto di neve, perché “Il blu, il rosso e il giallo non sarebbero colori se non esistessero il nero e il bianco”. Il cielo invece è sempre blu – una miscela di blu di Prussia e bianco di titanio che l’artista usa anche nelle vesti, per dar luce ai neri – e solo una minuscola nuvoletta rompe l’uniformità della campitura che sembra, come sostiene Marzio dall’Acqua, un espediente per chiudere la scena; quasi come un fondo oro, ma privo di preziosità e di misticismo.
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I protagonisti dei quadri di Colibri
L’umanità protagonista nei dipinti è quella che circondava Colibri – che peraltro si autoritrae di frequente nelle vesti di musicista, “nuvolaio”, arrotino –, e si incontrano quindi i lavoratori dei campi, con mani e piedi giganti, corpi possenti, schiene curve, teste coperte da pesanti cappelli o fazzoletti a trattenere i capelli, nel caso delle donne. I volti sono affaticati dalla durezza della vita e non c’è spazio per il sorriso. Talvolta sulle tele si stagliano personaggi riconoscibilissimi: un allampanato Don Chisciotte, Garibaldi in carrozzina che contempla il mare da Capraia, Emilio Vedova sullo sfondo di piazza San Marco, Gelsomina e Zampanò, in omaggio a Fellini. Ci sono anche gli animali, i galli soprattutto, con il loro piumaggio sontuoso sui toni dell’azzurro e i bargigli rosso sangue: lo colpirono molto quelli di Ligabue, ma i galli di Colibri, anche quando lottano, paiono un po’ vezzosi. Il racconto visivo di Bruno Bricoli rappresenta, quindi, una lucida sintesi della sua “condizione umana” che l’artista sceglie di rappresentare con una tavolozza essenziale, con prospettive anticlassiche e con figure possenti e severe: è un’arte unica, dimenticata e senza dubbio da riscoprire.
Marta Santacatterina
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