Dal progetto ad una politica di sistema: l’accessibilità dei musei oggi
Negli ultimi anni l’accessibilità è diventata una parola ricorrente nei musei italiani, con esiti spesso discontinui e legati a singoli interventi. Per reggere nel tempo deve diventare un criterio ordinario di lavoro, capace di migliorare la qualità dell’esperienza e di incidere su processi e ruoli
L’accessibilità è fondamentale per aggiornare i musei al presente e accompagnarne la trasformazione. Perché questo accada occorre però rinnovarne anche gli interrogativi e i metodi. In Italia il tema è oggi molto presente; eppure, proprio la sua diffusione ha condotto ad esiti non sempre chiari sul piano operativo e progettuale. Da qui l’urgenza di scriverne, sulla scia della conversazione già in corso su queste pagine.
Scelte diverse, ovviamente, possono produrre effetti radicalmente diversi sul piano organizzativo, sugli impatti e sulla sostenibilità nel tempo. Quello che è possibile rilevare con continuità è come lo snodo, spesso, è nel metodo e nelle barriere che assumiamo come prioritarie.

Accessibilità nei musei: soprattutto per chi
Innanzitutto, per chi. Nel dibattito e nelle scelte quotidiane, l’accessibilità viene spesso letta quasi solo attraverso la lente della disabilità. Le ragioni sono comprensibili e si giustificano con la presenza di barriere fra le più invalicabili; barriere che tuttavia persistono ovunque a dispetto di una storia importante di rivendicazioni dei diritti che nella società ha prodotto risultati concreti, spesso anche legislativi.
Sulla scorta di questa accezione ben definita, in molti musei, negli ultimi anni si è così imparato a intervenire sulle barriere fisiche, sensoriali e cognitive sviluppando servizi e competenze specifiche: un dato certamente positivo e in divenire. Eppure, a distanza di alcuni anni di lavoro in questa direzione, oggi emergono con chiarezza anche i limiti di questo approccio.
Le soluzioni realizzate, anche quando di qualità, raramente hanno prodotto una trasformazione reale delle istituzioni, sia in termini di consapevolezza diffusa che sul piano dei risultati. Si sono aggiunti strumenti e accorgimenti, ma nella maggior parte dei casi i musei sono rimasti sostanzialmente quelli di prima: istituzioni conservative negli intenti e raramente orientate alle persone, così come nella tradizione museale italiana. Pratiche in cui la cura è spesso concentrata su patrimonio e saperi, mentre le soluzioni in grado di migliorare l’esperienza di visita sono tuttavia considerate un’aggiunta e non come criterio ordinario di progetto.
Spesso, inoltre, gli interventi per l’accessibilità nascono nell’ambito di un preciso finanziamento e, per questo, restano frammentari. Nel migliore dei casi vengono affidati a una figura dedicata, più spesso in area educativa, e hanno continuità finché quella persona non cambia ruolo o lascia l’istituzione.
Inoltre, associare l’accessibilità alla sola disabilità rafforza quel distinguo identitario fra gruppi che non sempre risponde ai modi in cui le persone davvero si vogliono riconoscere. In altre parole: le persone con disabilità cui queste proposte si rivolgono non si definiscono sempre, e soprattutto non solo, attraverso la disabilità.
A seconda delle situazioni una persona può essere al tempo stesso genitore, turista, cittadina curiosa, lavoratore, anziana. Se l’istituzione costruisce l’esperienza intorno a un’unica dimensione identitaria, riduce la capacità di risposta a una società che è più complessa e mobile delle categorie con cui proviamo a descriverla. E sul piano delle percezioni: questa impostazione chiarisce dove nascono le barriere, oppure rischia di farle ricadere sui gruppi sociali, mentre dipendono dall’ambiente e dalle scelte del museo? La distinzione implicita fra ciò che viene considerato standard e ciò che se ne discosta aiuta davvero a orientare le politiche o irrigidisce le categorie? Infine, un dato che merita attenzione: molte persone con disabilità sono anziane, spesso oltre i 75 anni. Quanto riusciamo a considerare questo elemento nella narrazione che costruiamo e nelle priorità di progetto? Come evitare che, anche senza intenzione, una lettura troppo rigida finisca per escludere altre persone?

Sedie a rotelle, passeggini e biciclette
Il modo in cui, come musei, dichiariamo di guardare il mondo è centrale: è un dato sempre di natura culturale, ogni volta ascrivibile ad un preciso contesto storico e geografico, ed è il primo livello sul quale occorre capacitare le istituzioni. Un esempio concreto lo offrono le pagine dei siti dedicate all’accessibilità, quando presenti. Conta innanzitutto il taglio: riferirsi alle sole persone su sedia a rotelle, nominare insieme sedie a rotelle e passeggini, oppure parlare più in generale di mobilità significa adottare sguardi molto diversi.
Il punto è che cosa intendiamo, davvero, per accessibilità. Per me, ad esempio, vuol dire menzionare su un sito anche i fasciatoi o, più in generale, le sedute, perché da quella scelta emerge un suggerimento implicito su come ripensare la relazione fra le persone: una relazione paritaria, in cui persone diverse hanno bisogni e desideri diversi, ma senza dichiarazioni di principio.
Infine, ma non per importanza, restringere il campo, lascia sullo sfondo barriere decisive che condizionano ugualmente l’accesso alla cultura. Barriere culturali, sociali, linguistiche, economiche, legate alla familiarità con i codici del museo, al carico sensoriale, al carico emotivo, di rappresentazione: ostacoli spesso sovrapposti, anche ai precedenti, ma che comunque richiedono attenzioni e soluzioni ancora diverse.
Come fare, dunque? Gli interventi puntuali sono necessari ma per essere efficaci devono accompagnarsi – o ancora meglio: essere preceduti – da un cambiamento strutturale.
Un altro esempio ancora: è relativamente semplice produrre alcuni testi in easy to read (si pensi alle storie sociali, strumenti pre-visita) pensati soprattutto per persone con disabilità cognitiva o bassa alfabetizzazione. Ma è più complesso rendere la comunicazione complessiva del museo più chiara e leggibile, lavorando su linguaggio, gerarchie informative, processi editoriali interni, policy monitorabili nel tempo. Sia easy to read che lingua piana diffusa sono necessarie ma la seconda incide sul modo in cui l’istituzione costruisce le proprie informazioni, sulle diverse figure coinvolte, dalla governance alla curatela, sul tono di voce dell’istituzione e sul suo posizionamento per chiunque.
E poi il nodo dei contenuti, forse il vero cuore dell’accessibilità. Il domandarsi quali significati e messaggi vogliamo trasmettere, quali intuizioni. Come rendere questi luoghi significativi per le persone: non solo questioni di rappresentazione, pure essenziali, ma soprattutto di interpretazione. Se l’accessibilità dei musei equivale a quella di un aeroporto o di un supermercato, evidentemente, abbiamo un problema.
Due livelli di azione per agire nei musei
Per uscire da questa impasse serve dunque un cambio di mentalità, articolato su due livelli.
Il primo è quello dell’Universal Design, che orienta la progettazione ordinaria verso soluzioni utilizzabili dal maggior numero possibile di persone, fin dall’inizio: percorsi comprensibili e rilevanti, segnaletica chiara, testi leggibili, sedute diffuse, strumenti digitali coerenti, informazioni anticipate su ciò che il visitatore troverà e molto altro. Sono pratiche che qualificano ogni museo e incidono fortemente sull’esperienza di chiunque. Questo livello è chiave anche in termini organizzativi in termini di competenze e responsabilità diffuse: di nuovo, come menzionato, entrano per forza in gioco il lavoro della direzione, della curatela, della comunicazione, dell’accoglienza, oltre alla solita educazione: tutti devono essere formati e avere chiare responsabilità e mansioni.
Il secondo livello è quello che parte da bisogni specifici, spesso di persone con disabilità ma non solo, e che trova risposta in soluzioni che lo sono altrettanto, gestibili da una persona di riferimento. Si tratta dunque di concepire interventi mirati costruiti con competenze specialistiche e con un confronto reale con le persone destinatarie. Qui spesso si parla di inclusive design: quando si progettano soluzioni specifiche, i livelli di integrazione con la struttura ci possono essere ma nell’esperienza di molte realtà non sono quasi mai davvero incisivi.
Ciò che diviene essenziale è invece l’integrazione fra i due approcci, ovviamente quando coerente. In un museo accessibile coesistono così testi in lingua piana, strumenti tattili, informazioni per la gestione degli stimoli, formati dedicati, testi in easy to read. La ricchezza delle soluzioni (e la qualità) può partire solo dal coinvolgimento di consulenti esterni, user finali, dallo studio e dal benchmark. Tutto lo staff è coinvolto, lavora in una direzione condivisa, l’accessibilità è trasversale: il presupposto di qualsiasi progettazione.
A questo punto però le preoccupazioni che emergono sono ricorrenti e per questo vale qui anticiparle: questa complessità non deve far paura perché l’accessibilità è innanzitutto un processo per cui mettere a fuoco cosa fare prima e cosa dopo, le priorità urgenti incrociate con le istanze di fattibilità. Ci vorranno anni magari, magari si potranno mettere a terra solo alcune azioni, e poche alla volta, ma in ogni caso il metodo definisce la qualità degli output finali. Non bisogna avere fretta di arrivare ai risultati, anche se questo significa lasciarsi sfuggire un bando. Perché se le cose vengono fatte male spesso non si rifanno più, e questo è molto più grave che la falsa percezione di un’opportunità mancata.
In Italia, istituzioni di dimensioni diverse ci stanno provando a fare bene, anche con poco, e soprattutto riuscendoci. Ma non ha senso parlare di best practices, quello che ci occorre è davvero sollecitare buone pratiche consolidate.

Co-progettare: solo a determinate condizioni
Negli ultimi anni l’accessibilità è andata spesso di pari passo con la parola co-progettazione. È un segnale positivo, che risponde alle più corrette istanze di partecipazione (Nulla su di noi senza di noi) che tuttavia non sempre produce spontaneamente i risultati sperati. Il rischio principale è che l’istituzione, proprio perchè priva di competenze reali e risorse, si appoggi ai soli destinatari finali, più spesso con disabilità, chiedendo supporto senza remunerazione.
L’equivoco di questo presunto win-win sta alla base perché la co-progettazione funziona quando valorizza il sapere delle persone, anche nato dall’esperienza diretta, ma a fronte di una cornice di competenza – anche perché altrimenti diventa difficile anche definire la qualità delle collaborazioni. Le persone con disabilità conoscono bene le barriere e riconoscono quando una soluzione è pensata con cura e quando resta un aggiustamento. Questo sapere è indispensabile e va riconosciuto in percorsi di indagine e mappatura degli ostacoli. Nel mezzo, però, serve anche un sapere professionale diverso: competenze di progettazione e di accessibilità museale, capacità di portare benchmark anche internazionali, competenze interpretative e di tradurre bisogni reali in soluzioni praticabili dentro vincoli e responsabilità specifiche dei musei (ed è talvolta il limite di alcuni interventi con origine dalla sola sfera sociale o medicale). Per questo una buona co-progettazione richiede tempo ma anche risorse adeguate e competenze diverse e complementari.
Le formule possibili sono molte, dalla sola consultazione ad un allineamento dei linguaggi e principi, ma obiettivi e ruoli vanno chiariti. I rischi sono quelli che vediamo in giro, anche in musei importanti che si vantano di aver coinvolto le persone destinatarie: progetti mal riusciti, che trascurano principi di design universale anche quando sarebbe stato possibile applicarli, che non considerano l’estetica come principio per l’usabilità e soprattutto l’interpretazione e la complessità museale. Il rischio maggiore, pur con buone intenzioni, è produrre l’effetto opposto: rafforzare uno stigma intorno alla disabilità e alla stessa accessibilità, proponendo soluzioni mal fatte, semplificate in modo paternalistico: e alla base c’è solo un errore di progettazione.
Il nodo della governance
Il punto di svolta, nel lungo periodo, sta però solo nella governance. Gli interventi che giocano sull’esperienza di visita e la sua qualità sono necessari e visibili ma sappiamo anche che la loro tenuta nel tempo dipende da ciò che accade prima e dopo: dalla pianificazione alla distribuzione delle responsabilità, dalla definizione di policy alla strategia. Se le didascalie sono ogni volta inutilmente complesse, se l’exhibition design sbaglia l’altezza delle vetrine ad ogni mostra, se il personale di sala non sa come comportarsi quando entra una persona cieca, il problema è sempre a monte: mancano una formazione complessa e mancano delle policy, solo per citare delle questioni.
Quando l’accessibilità diventa un criterio ordinario, accompagna tutti i processi: la programmazione, la produzione, la scelta dei fornitori, le scelte editoriali, le modalità di accoglienza, la gestione delle informazioni e così via. Servono chiaramente linee guida condivise, costruite dal basso, che diano indicazioni chiare e una visione almeno triennale. E questo, contro ogni difesa preventiva, si può pianificare anche vivendo di bandi e fondi pubblici.
In Italia oggi il tema è maturo per passare dalla somma di interventi frammentari alla costruzione di politiche, anche minime. E, guardando anche agli Stati Uniti, dove anche l’accessibilità è stata assurdamente considerata in modo ideologico, osserviamo che resiste quando diventa un criterio stabile di lavoro, presente trasversalmente nelle pratiche. A quel punto smette di essere una soluzione aggiuntiva che chiunque può rimuovere, ed incide sulla qualità complessiva dei luoghi e la loro rilevanza. Ma soprattutto si fa modello e promuove la diversità non tanto come valore, ma più semplicemente come dato da riconoscere e assumere.
Maria Chiara Ciaccheri
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