Che cosa hanno da dirsi le opere d’arte e le piazze (s)politicizzate?
La nostalgia postmoderna ha fornito lo strumento perfetto, negli ultimi decenni, per giocare con la memoria senza il rischio di cambiare davvero le cose. Anche nella politica e nell’arte
Un esempio di come funziona la società androidizzata.
Se la nostalgia è da mezzo secolo il veicolo principale non solo di relazione con il passato ma con la realtà, è chiaro che questo meccanismo funziona non solo a livello culturale, ma anche e soprattutto a livello sociale e politico. Ciò vuol dire che virtualmente ogni comportamento, ogni scelta e ogni azione vengono operati ricalcandoli su modelli predefiniti, secondo una subroutine che richiama dati passati senza produrre esperienza o consapevolezza.
Il concetto della “piazza” in Italia
Dunque, ciò che vediamo in questi giorni e in questi giorni nelle piazze italiane conferma precisamente, e tristemente, questo dispositivo. Come ha scritto puntualmente Federica D’Alessio, infatti: “Le piazze non soltanto non sono sufficienti, probabilmente in questa fase non sono neanche necessarie e rischiano di essere addirittura scivolose. Perché rappresentano solo il luogo della visibilità e non esiste un reale movimento dietro di esse. Non esprimono un contropotere, non esprimono una società che si autorganizza, solo segmenti bisognosi di esserci “con i corpi” nella convinzione che questo basti. Non basta nel modo più assoluto, e non è neanche un valore in sé, a dirla tutta. Piuttosto sta diventando, per molti, un feticcio. Che si trascina appresso tutto il narcisismo che ci affligge. Le piazze torneranno a essere di lotta quando chi scende esprimerà un programma politico, un obiettivo chiaro, misurabile, da ottenere, e un contropotere attorno al quale questo obiettivo prende forma e avanza. Le piazze dell’impotenza e della mera visibilità, da 30 anni a questa parte, hanno contribuito solo alla spoliticizzazione del nostro Paese. (A scanso di equivoci e per prevenire il prossimo predicozzo di qualcuno: ero presente in tutte). La differenza fra praticare il conflitto e scimmiottare il conflitto”.
Il tema del conflitto e l’arte
Ecco, “la differenza fra praticare il conflitto e scimmiottare il conflitto”: sta tutto lì, in pratica. Così come nella differenza tra cambiare il mondo e sognare di cambiare il mondo; o tra costruire una nuova arte e sognare di costruire una nuova arte.
La nostalgia postmoderna ha fornito lo strumento perfetto, negli ultimi decenni, per giocare con la memoria senza il rischio di cambiare davvero le cose, con tutte le responsabilità che esso comporta inevitabilmente. Perché ciò che viene dopo può essere insoddisfacente, certo – e lo sarà sicuramente, se il termine di paragone continua ad essere una versione idealizzata, impossibile, perfetta e ripulita (redacted) di “ciò-che-c’era-prima”.
E nonostante questo – anzi, proprio per questo – ciò che viene creato è comunque preferibile a ciò che viene sognato. Perché esso (progetto politico, progetto artistico o culturale, progetto sociale) risponde comunque ad alcune delle esigenze e delle istanze dell’oggi, invece di presentarsi come un colto e inutile omaggio a quello che è stato.
Ogni traduzione della tradizione è comunque un tradimento.
Quando anche l’arte rinuncia alla complessità
E invece, che si tratti del gioco delle parti stucchevole tra ‘antagonisti’ e ‘polizia’ o dell’ennesima declinazione del post-post-concettuale condito magari di ironia fuori tempo massimo e definitivamente cringe, si continua a livello generale a preferire la dimestichezza con gli aspetti più triti di ciò che già conosciamo, con abitudini che sappiamo essere cattive e dannose… anche mentre tutto il resto crolla.
Sempre Federica D’Alessio sottolinea: “‘Spetta alla polizia mantenere l’ordine pubblico dentro i cortei del movimento’, leggo in un post assurdo che sta facendo migliaia di like. È la prima volta che sento dire una roba simile in diversi decenni di cortei, ed è decisamente sintomatico dell’amnesia generale e del livello di spoliticizzazione collettiva – ormai oltre la soglia del non ritorno – che una frase simile possa passare come fosse normale quando di normale non ha nulla e nella storia dei movimenti operai nessun corteo ha MAI delegato alle forze dell’ordine il mantenimento del controllo al suo interno. Spogliarsi di responsabilità e autogiustificarsi così per le proprie debolezze e per non saper più tenere le piazze è una ammissione di sconfitta senza pari.”
Che cos’è il degrado cognitivo
Come abbiamo spesso sottolineato a proposito del fenomeno della enshittification, in questo momento storico siamo in presenza di uno spaventoso processo di degrado cognitivo. Vale a dire, non assistiamo più a scarti significativi nel ruolo, nella funzione e nell’interpretazione (di un rapporto di causa-effetto, per esempio, o di un’opera d’arte se è per questo), come è pure avvenuto nel passato più o meno recente, ma all’erosione della base stessa di quel ruolo, di quella funzione e di quell’interpretazione: non si conoscono più gli antefatti, non si ha idea di come si fa quella determinata cosa. Una degradazione che sfocia nella cancellazione.
E questo è un problema grave oltre che inedito, perché intacca il senso stesso di una cultura e di una civiltà: io posso anche smontare e decostruire quel sistema, ma prima durante e dopo lo devo conoscere a menadito (meglio ancora, in effetti, e in maniera più completa e profonda, che se volessi semplicemente preservarlo). Invece, se non so nulla e non dispongo più neanche degli strumenti rudimentali per sapere, sto aprendo la strada a qualcosa che è sconosciuto, che magari è anche molto antico – ma che di sicuro non è niente di buono.
In questo senso, il “gioco delle parti” può essere momentaneamente confortevole e consolatorio, ma non fa altro che dilazionare ulteriormente, paralizzare in attesa che questo qualcosa si manifesti compiutamente. Non un’idea particolarmente brillante, in ogni caso, da qualunque punto di vista la si consideri.
Christian Caliandro
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