Una mostra fotografica a Roma sul valore antropologico delle feste popolari in Italia 

Sono 28 gli scatti che al Museo di Roma fanno la mostra “Legami intangibili” che racconta, attraverso il lavoro di 5 fotografi, come la festa nel nostro Paese sia diventata un linguaggio dell’anima e il paesaggio specchio delle comunità che resistono al tempo

Si apre come un viaggio nella memoria collettiva del Paese, la mostra “Legami intangibili” al Museo di Roma in Trastevere che presenta gli esisti di una ricerca etnografica nelle regioni italiane compiuta da cinque fotografi tra il 2022 e il 2024. Progetto in cui la fotografia è stata usata come uno strumento di documentazione antropologica e realizzato, a cura dell’Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale, grazie ai fondi del bando pubblico “Strategia Fotografia 2022”.  

Nel silenzio ancestrale che segue ogni festa, quando le strade tornano vuote e la musica sembra dissolversi nell’aria come un residuo di voce, si avverte quella che Ernesto de Martino avrebbe chiamato la crisi della presenza: la perdita, da parte dell’uomo, della capacità di mantenersi saldo nel mondo e di dare senso alla propria esistenza di fronte alle forze del caos. In questo quadro, l’istituto festivo, rito caratterizzato innanzitutto da un peculiare assetto culturale, serve a ricomporre la crisi della presenza, a restituire all’uomo – e alla comunità – un senso di continuità, di appartenenza e di dominio simbolico sul tempo, attraverso il rito, il canto, la danza e la ripetizione. È da questa soglia che prende forma la mostra Legami intangibili. Ventotto paesaggi festivi in mostra, ospitata al Museo di Roma in Trastevere, dove cinque fotografi e fotografe – Marina Berardi, Barbara Di Maio, Francesco Faraci, Francesco Francaviglia e Fausto Podavini – restituiscono al pubblico un viaggio visivo che attraversa l’Italia dei riti, dei paesaggi, dei corpi e delle memorie. Un progetto esito di una ricerca etnografica nelle regioni italiane compiuta tra il 2022 e il 2024 e realizzato a cura dell’Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale, grazie ai fondi del bando pubblico “Strategia Fotografia 2022”.  

La festa raccontata nella mostra “Legami intangibili” al Museo di Roma 

La festa, per De Martino, non è mai solo un evento. È un dramma sacro in cui la comunità tenta di rimettere ordine nel caos del tempo, di ritrovare, almeno per un giorno, la propria presenza al mondo, le proprie radici, volgendosi indietro verso il tempo dei primordi.  

Le fotografie di Berardi, Di Maio, Faraci, Francaviglia e Podavini sono frammenti di un’Italia che si aggrappa alla festa come ultimo atto di resistenza comunitaria. Nei corpi dipinti, nelle maschere, nei gesti collettivi ed apotropaici che si ripetono ogni anno come un esorcismo contro l’oblio, si avverte ciò che Alfonso Maria Di Nola chiamava il bisogno del sacro come necessità antropologica, quella tensione inestinguibile dell’uomo a ricreare un legame con l’oltre, anche quando il divino tace.   

I fotografi in mostra al Museo in Trastevere 

Ma il sacro, nelle immagini della mostra, non appare come presenza luminosa: è piuttosto un’assenza che grava, una nostalgia che attraversa i volti e i paesaggi malinconici. La festa non è più un varco verso la trascendenza, ma un gesto che tenta di evocarla, di ricordarla, di rianimarla; un rito in cui la comunità non tanto celebra, quanto tenta di non dimenticare di essere esistita. Fausto Podavini, nel documentare il Maggio di Accettura, cattura questa tensione nella materia stessa del paesaggio: gli alberi innalzati, le corde, i corpi che si aggrappano al tronco come se si aggrappassero alla continuità della specie divenendo parte della geografia. È un gesto che rimanda all’antico sacrificio arboreo, all’unione fra cielo e terra, ma che oggi appare quasi malinconico nella sua reiterazione all’identico: un rito che continua a compiersi anche se il suo significato originario si è perduto, come un corpo che danza senza più ricordare la musica.  

Francesco Francaviglia, invece, nei suoi scatti sulla corsa dei nudi di Lentini, mostra la persistenza della carne come linguaggio sacro: un corpo che si espone, che si espia, che tenta, attraverso la sofferenza e la nudità, di riappropriarsi del proprio diritto a sentire. Ma ciò che affiora non è l’eroismo, bensì la fragilità: il corpo come reliquia, come strumento di memoria più che di fede.  

In Barbara Di Maio e Francesco Faraci la festa diventa soprattutto spazio urbano, ferita sociale, rito impoverito ma non sconfitto. I volti dei bambini di Palermo, i quartieri marginali, i cortei che si snodano tra palazzi e rovine: tutto parla di una comunità che si ostina a celebrare, pur sapendo che la celebrazione non restituirà ciò che è perduto. La malinconia che attraversa queste immagini non è estetica, ma antropologica: è il sentimento di una civiltà che, pur consapevole della dissoluzione dei propri fondamenti simbolici, continua a ripetere il rito come ultimo atto di appartenenza.  

Marina Berardi, infine, sposta lo sguardo verso le feste del presente, verso i paesaggi virtuali, le sagre reinventate, le comunità effimere dei social, dove la festa non si radica più nel territorio ma si diffonde nel flusso digitale: il Carnevale di Tricarico, si fa eco di quella indagine sui riti di Febbraio di Annabella Rossi, che nel suo Carnevale si chiama Vincenzo aveva mostrato come dietro la maschera si nasconda non la fuga dal reale, ma il suo rovesciamento. Qui il rito si è smaterializzato: la comunità è un insieme di presenze senza luogo, di corpi senza tatto, di memorie condivise ma non incarnate. Eppure anche in questo sfilacciamento, la fotografia diventa uno strumento di salvezza: testimoniare l’assenza significa ancora, in qualche modo, resistere alla sua cancellazione.   

In mostra a Roma un viaggio fotografico che attraversa tutta l’Italia 

Legami intangibili è dunque un viaggio che attraversa l’Italia come un sogno crepuscolare: i paesaggi sembrano respirare un’aria sospesa, i corpi appaiono insieme vivi e lontani, le feste come echi di una civiltà che ha conosciuto il sacro e ora tenta di riscriverlo nell’immagine. È, in fondo, ciò che De Martino avrebbe chiamato il “lavoro della memoria culturale”: un tentativo di trattenere il mondo sull’orlo della sua fine, di impedire che l’oblio diventi totale. Le fotografie non mostrano soltanto feste, ma processi di sopravvivenza simbolica, residui di presenza. Guardando queste immagini si comprende che la festa, oggi, è una soglia malinconica: non più celebrazione della vita, ma meditazione sulla sua transitorietà. È un rito che non promette salvezza, ma testimonia un desiderio di continuità. È l’ultimo linguaggio possibile tra l’uomo e la terra, tra il ricordo e il tempo.  
Come scriveva Alfonso Maria Di Nola, ogni festa è una forma di resistenza al nulla: ed è forse questo che la mostra più intensamente ci consegna, la percezione cioè, che la festa, pur privata della sua forza originaria, resta uno degli ultimi atti antropologici che una comunità può compiere verso se stessa, un gesto che rievoca quanto l’uomo, ancora una volta, non voglia scomparire.  

Fabio Petrelli   

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Fabio Petrelli

Fabio Petrelli

Nato nel 1984 ad Acquaviva delle Fonti, è uno storico dell’arte. Laureato nel 2006 presso l’Accademia di Belle Arti di Roma con una tesi in storia dell’arte (Storie notturne di donne. La rappresentazione perturbante della donna dal XV secolo ad…

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