Guerra in Ucraina. I centri di accoglienza della Polonia raccontati dal fotografo Francesco Faraci

Parole e scatti del fotografo Francesco Faraci (Palermo, 1983), in questi giorni in Polonia per documentare l’emergenza, e anche l’umanità, dei centri di accoglienza per i rifugiati ucraini

I primi occhi che incontro, al mio ingresso alla Stazione Centrale di Varsavia, sono quelli di una bambina. Non ha ancora un anno, la madre è giovanissima. Mi avvicino, la piccola allunga una mano, afferra il mio dito. Ha due enormi occhi celesti, sorride. Mi ricordo perché, per quanto mi riguarda, la fotografia è più che un lavoro. Molto di più. Ancora e sempre sarà l’arte di tendere una mano, l’arte dell’incontro.

I CENTRI DI ACCOGLIENZA DI VARSAVIA RACCONTATI DA FRANCESCO FARACI

La stazione centrale è stata trasformata in un grande centro di accoglienza per i rifugiati ucraini che fuggono dal conflitto. Tutto è organizzato alla perfezione. Al loro arrivo trovano un pasto caldo, beni di prima necessità. Sono quasi tutte donne e bambini. I loro mariti, i compagni, i fidanzati sono rimasti in Ucraina a combattere. Hanno visi stanchi, grosse occhiaie, in mano sporte con qualche genere alimentare. E poi molte persone anziane e fisicamente provate. Un fiume di gente. Quando sembra che la stazione si sia finalmente svuotata, ecco che arriva la prossima ondata. Come non si fermi mai. Sono decine, centinaia. Parlo con loro, dicono che alla fine questa guerra saranno loro a vincerla. Forse molti perderanno tutto o magari nel tragitto hanno già perso qualcosa, qualcuno e non lo sanno. Sono pieni di speranza, fra le pieghe dei loro sorrisi si scorge però chiaro un sottofondo di malinconia, di tristezza. Non c’è possibilità, né voglia, di essere distaccati. È il tempo di mettere in campo tutta l’umanità, tutta l’empatia possibile. E questo, credo, vale per ognuno di noi, al di là di qualunque legittima considerazione geo-politica.

GUERRA IN UCRAINA. IL RACCONTO DI FRANCESCO FARACI

Non capisco quello che dicono, molti non parlano inglese e ci si intende a gesti. Un sorriso, uno sguardo caloroso, un abbraccio in qualche caso. Soprattutto con i bambini. Uno di loro mi regala la sua pallina. Da una punta all’altra della stazione, giochiamo a tirarcela. È felice, sono felice con lui. A fine giornata incontro un fotografo polacco. Non parla inglese, a gesti mi dice che ha ottant’anni. Si accompagna a un bastone, ha la faccia di chi nella vita ne ha viste tante. Ha una macchina fotografica al collo, va incontro alle persone, le accarezza. Non abbiamo molto da dirci, ma entrambi sappiamo che non serve. Ci abbracciamo forte. Poi lo vedo andare via, di schiena, trascinandosi dietro una gamba malconcia. Chiunque tu sia, fratello, buon viaggio.

– Francesco Faraci

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