Perugino e Burri a confronto. Parlano i curatori della mostra a Perugia

Nonostante i cinque secoli che li separano, Alberto Burri (Città di Castello, 1915 – Nizza, 1995) e Pietro Perugino (Città della Pieve, 1446 – Fontignano, 1923) possono essere letti insieme, a partire dal colore che più di tutti li accomuna: il nero

NERO Perugino Burri, prorogata fino al 7 gennaio 2024, è sicuramente una mostra fuori dagli schemi, che mette le une accanto alle altre le opere di due artisti separati da un arco temporale di quasi mezzo millennio, accomunati dalla loro origine umbra ma fatti risaltare nelle loro impreviste consonanze e insospettabili affinità. Le sale di Palazzo Baldeschi al Corso a Perugia diventano teatro di un confronto emozionante, che vede susseguirsi a coppie i dipinti dei due maestri, in un allestimento che li esalta e li inquadra con una regia luministica di grande impatto scenografico.
Ce ne parlano i due curatori, Vittoria Garibaldi e Bruno Corà.

Pietro Vannucci detto il Perugino, 1497 ca, Ritratto di giovinetto, Gallerie degli Uffizi. Crediti Gabinetto Fotografico delle Gallerie degli Uffizi. Photo Francesco del Vecchio
Pietro Vannucci detto il Perugino, 1497 ca, Ritratto di giovinetto, Gallerie degli Uffizi. Crediti Gabinetto Fotografico delle Gallerie degli Uffizi. Photo Francesco del Vecchio

Come è nata l’idea di questa mostra, e quali sono, oltre la comune origine geografica, le affinità tra i due artisti che l’hanno ispirata?
V.G. L’idea iniziale della mostra NERO Perugino era quella di valorizzare una tavoletta della Fondazione Perugia raffigurante la Madonna con Bambino e due cherubini, dipinta su fondo nero da Perugino intorno al 1496. E che, di conseguenza, portava ad approfondire un tema strettamente legato all’arte d’Oltralpe e a Venezia che vede l’artista utilizzare, negli anni Novanta del Quattrocento, il colore nero per il fondale di piccoli dipinti di carattere sacro o per i ritratti. L’incontro, cercato, con Bruno Corà e la Fondazione Burri ha poi rivoluzionato il progetto. La possibilità di attualizzare e rendere contemporanea una scelta coloristica altamente qualificante fatta dal pittore ha portato ad accostare tra loro le opere dei due protagonisti di questo incontro, Pietro Vannucci e Alberto Burri, e scoprire impensabili e straordinarie assonanze tra i due più grandi artisti umbri, lontani quasi cinquecento anni l’uno dall’altro, ma attivi nell’ambito di affini sensibilità formali, cromatiche, spaziali e, tra queste, il nero. La mostra ha così assunto il titolo NERO Perugino Burri.
B.C. Che la pittura di Burri si sia distinta per la sua radicale poetica e linguaggio materico è ormai assodato quanto che quella del Perugino fu distinta da soavità, compostezza e grazia, anche se ritenuta di maniera. Eppure, a entrambi sono stati attribuiti aspetti caratteriali come il rifiuto dell’intellettualismo e l’inclinazione allo scetticismo derivabili, secondo taluno, dalla comune appartenenza alla radice umbra. Ma qui, a coniugare le rispettive azioni, si è deciso che fosse l’impiego fatto da entrambi, almeno per un certo periodo di tempo, del colore nero.

Quali sono le motivazioni che hanno determinato in Perugino questa predilezione per il nero?
V.G. In Perugino l’attenzione per il colore, per tutti i colori è costante lungo tutta la sua carriera e quindi, in misura minore e solo per una decina di anni, anche il nero. Già nel corso della formazione nella bottega del Verrocchio è attento alle novità arrivate a Firenze con i pittori dei Paesi Bassi, e con la successiva frequentazione dell’area adriatica e i viaggi a Venezia ha modo di approfondire queste conoscenze. I fiamminghi usavano il fondo nero o scuro fin dai primi del Quattrocento, in particolare nei ritratti, per far risaltar meglio gli altri colori, per dare profondità al dipinto e una dimensione nuova alle ombre. E lo facevano utilizzando l’olio come legante dei pigmenti. Perugino è uno dei primi pittori italiani a recepire questa novità. Partendo da una base scura era possibile ottenere effetti e tonalità diverse rispetto a una base chiara, senza per questo rinunciare alla luminosità e al colore, compreso il nero che, anzi, risulta più caldo e morbido.

E per quanto riguarda Burri?
B.C
. Burri adopera il nero nel corso di tutta la sua vicenda pittorica. Al punto che, nell’ordinare personalmente la Collezione delle sue opere lasciata in dote alla nativa Città di Castello, la definisce ponendo a caposaldo della raccolta quel Nero 1, catrame del 1948 che si può ammirare in Palazzo Albizzini, e a traguardo finale, della stessa raccolta da lui disposta nell’ultimo degli ex seccatori di tabacco, il ciclo dei dieci Nero e Oro, 1993. Il nero si rivela per Burri un colore matrice da cui iniziare ogni possibile nuova avventura e nella cui memoria sono comprese anche tutte le esperienze precedenti che, idealmente, si sono concluse in esso. Il nero è sinonimo di ignoto e della tensione nel conseguimento della conoscenza, ma anche della virtualità e della potenzialità. Ogni essere umano è avvertito sui due termini misteriosi dell’esistenza: la nascita e la morte, di cui in realtà si ignora tutto. L’insieme di questi e altri aspetti e proprietà storiche del nero ha probabilmente costituito per Burri una frontiera con cui misurarsi, un’entità con cui entrare in sfida.

Alberto Burri, Nero Cellotex, 1968, Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri. Photo Alberto Sarteanesi
Alberto Burri, Nero Cellotex, 1968, Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri. Photo Alberto Sarteanesi

La mostra si sviluppa per giustapposizioni di coppie di dipinti dell’uno e dell’altro maestro affiancati, in cui emergono sorprendenti affinità tematiche e compositive. La rassegna però si apre con il Ritratto di Francesco delle Opere degli Uffizi, eseguito nel 1494, l’unico degli otto esposti a non avere il fondo nero ma con uno struggente paesaggio alle spalle, accostato a uno dei primi dipinti materici di Burri, il Catrame del 1949…
V.G. Il Ritratto di Francesco delle Opere è un dipinto ricco di colori, di luce, di paesaggio, di acqua, di cielo, di bellezza. Scelto qui proprio perché non ha un fondo nero. Preannuncia quanto farà di lì a poco Perugino lasciandosi guidare dall’essenza del nero, quando non sarà più necessario aggiungere molto altro. Il nero lo troviamo nell’abito, che si apre lasciando intravedere il rosso della sottostante casacca e nel copricapo ma la consonanza con il dipinto di Burri che gli viene accostato è soprattutto data dalla comune scelta cromatica predominante, il rosso e il nero, la spazialità e l’equilibrio tra i vari elementi delle composizioni.
B.C. Il Catrame del 1949 è certamente uno dei dipinti che segnano la prima fase del linguaggio materico e astratto di Burri avviato solo un anno prima, nel 1948, dopo gli esordi pittorici nella prigionia militare di Hereford in Texas durante la Seconda guerra mondiale e la susseguente breve stagione figurativa quasi completamente poi sconfessata.

Quando compare il fondo nero nel Perugino?
V.G. Il fondale nero compare per la prima volta tra le opere del Perugino nella cimasa della Pala dei Decemviri commissionatagli il 6 marzo 1495 per la Cappella del Palazzo comunale. È Giovanni Bellini che lascia forse l’impronta più forte nell’introduzione del nero nei suoi dipinti. Perugino aveva assimilato anche le esperienze fiamminghe e gli esiti delle loro ricerche a Firenze e Roma, ma il significato che il pittore veneziano dà al nero è diverso. Perugino ne recepisce il valore intimo, avvolgente, che induce a un dialogo interiore e crea un diaframma con il mondo reale. Il pittore usa il nero, non solo nel suo valore materico, ma come strumento di interazione.

Se tutti gli altri quadri del Perugino in mostra hanno dunque il fondo nero, solo tre opere di Burri, oltre al succitato catrame, che però ha anche degli inserti di ocra e di rosso, tendono al nero monocromo: un Ferro, un Cretto e un Cellotex. Gli altri anche nel titolo sembrano alludere ad altri colori: Rosso, Rosso Plastica e Bianco Plastica…
B.C. In Rosso del 1953, posto in compresenza del Cristo morto del Perugino e in cui si può intravedere il residuale fantasma di una possibile forma concepita ma poi abbandonata di un torso crocifisso, il cuneo nero e una serie di segni anch’essi neri bilanciano quella composizione. Rosso Plastica del 1962, messo accanto al Cristo coronato di spine, ostenta il nero come una tenebra nel cratere della plastica rossa, mentre in Bianco Plastica del 1966, in coppia con la Vergine del Perugino, il nero si espande, respira e si dilata rivelando altri coefficenti di grado timbrico che definiscono anche l’opposizione del bianco che ne segna la diversità di qualificazione pittorica e spaziale.

In tutto otto coppie di quadri, ma la rassegna si conclude con due lavori di Burridella serie Nero e Oro, esposti da soli, senza, diciamo così, controparte, che chiudono la mostra. Qual è il loro significato?
B.C. Le ultime due opere di Burri lo proiettano sino ai giorni nostri e sono emblematiche del rapporto del nero con la luce. In esse si ripete e si rinnova un principio di dualismo universale. Alle tenebre si oppone la luce e nella pittura, ancora più del bianco, l’oro. I due dipinti Nero e Oro del 1993, realizzati da Burri poco più di un anno prima della sua scomparsa, vogliono risvegliare il fasto e l’essenza pittorica di un lessico della pittura aurea bizantina nel nostro tempo. Tali opere finali di Burri, mentre offrono un lascito considerevole alla pittura successiva alla sua, obiettivamente rendono pittoricamente emblematico il viaggio drammatico della condizione umana dalle tenebre alla luce e viceversa.

Alberto Mugnaini

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Alberto Mugnaini

Alberto Mugnaini, storico dell’arte e artista, si è laureato e ha conseguito il Dottorato di Ricerca all’Università di Pisa. Dal 1994 al 1999 ha vissuto a New York, dove è stato tra i fondatori del laboratorio di design “New York…

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