Il ruolo della morte oggi. E il suo rapporto con l’arte

Tabù e fonte di terrore, la morte oggi è qualcosa su cui non si vuole riflettere. Ma quali sono le conseguenze? E come viene affrontata dall’arte?

Alessandro de Leo, dalla serie Mye Eye My Enemy, 2018
Alessandro de Leo, dalla serie Mye Eye My Enemy, 2018

Voglio solo scrivere di una parete bianca di manifesti come di carta da parati, di un morto a ricevere ospiti in casa sua. Nel mio ricordo c’è tutto questo e la colla per manifesti che non fa presa sull’umidità di cui il centro storico trasuda e lo scotch carta aggrappato ai pori del tufo quasi per miracolo. E poi, oltre alla colla e allo scotch e al miracolo, ci sono dei ragazzi seduti davanti al portone aperto, c’è una cassa audio con la musica di adesso e ci sono a terra delle bottiglie di birra vuote. Ci sono gambe scoperte e braccia scoperte e occhi inespressivi immersi in un mare di manifesti da lutto e ci sono le risate e la musica di sottofondo e c’è il lutto bianco come la carta e screpolato come il silenzio e c’è il silenzio. C’è il silenzio e c’è la musica e ci sono le gambe morte e le braccia morte e ci sono gambe vive e braccia vive. C’era la morte e c’è la morte e sulle sue gambe secche, seduti, i vivi, che non sanno di essere lì, che non sanno dove andare, che non vogliono cercare altre scale, altre sedie, che non sanno che in quella casa, esattamente dietro di loro, c’è la morte e che la morte può raggiungerli, che può raggiungere chiunque in un attimo e che è normale, non dovrebbero certo meravigliarsi. Hanno ragione a non meravigliarsi.
Dalle mie parti si allestisce una stanza, quella da pranzo generalmente, in cui poter andare a salutarlo per l’ultima volta, perlomeno in un ambiente familiare. In alcune case gli specchi vengono ancora coperti, si lasciano le porte aperte, si prepara un banchetto destinato alla raccolta delle firme, tovaglia rossa, pesante e gallonata d’oro, quadernone a righe e penna con la catenella. Si scrivono nomi. Nelle case tradizionaliste anche il portone rimane aperto tanto che, passandoci davanti, si scorgono il fresco delle scale e le pareti screpolate di umido. I muri fuori dell’abitazione tappezzati di manifesti da lutto, bianchi, incorniciati di angeli e di santi, con i caratteri vecchi e le parole giganti che più il morto è conosciuto, rispettato, più lo spazio libero si riduce.

Alessandro de Leo, dalla serie Mye Eye My Enemy, 2018
Alessandro de Leo, dalla serie Mye Eye My Enemy, 2018

Non siamo diventati indifferenti alla morte. È che ne siamo terrorizzati e l’abbiamo trasformata nel tabù del nostro secolo. Morire è una specie di inammissibile eventualità che ostacola l’inarrestabile cupidigia del progresso da cui siamo stati inghiottiti e di cui, contemporaneamente, contribuiamo a tener alto il ritmo. Il sociologo inglese Geoffrey Gorer in The Pornography of Death (1955) spiega come la morte, a partire dal XX secolo, abbia sostituito il sesso quale principale divieto e come essa, se vissuta in solitudine o se circondata di vergogna, sia paragonabile all’atto della masturbazione in un’ottica religiosa. Effettivamente, anche solo pensando alle modalità e alle tempistiche con le quali ci occupiamo di una situazione di lutto, si può intuire quanto la morte ci spaventi e quanto gravi sulle nostre esistenze: viviamo e agiamo come se non dovessimo morire mai, trattando la concezione epicurea della morte (“Il male, dunque, che più ci spaventa, la morte, non è nulla per noi, perché quando ci siamo noi non c’è lei, e quando c’è lei non ci siamo più noi”: Lettera sulla felicità a Meneceo, III sec. a.C.) come un mantra da ripetere ogni giorno per vivere leggeri. Il lutto finisce quindi con il piombarci addosso e, per far sì che causi il minor numero di danni, che rimanga impresso pochissimo, che non faccia troppa paura, circoscriviamo tutto a un paio di giorni al massimo e anche l’agenzia funebre procede istantaneamente all’avvio delle pratiche legali ed estetiche legate al rito finale, che, quasi in tutti i casi, avviene la mattina stessa o il giorno successivo. Non c’è tempo per metabolizzare la morte. E il quasi totale annullamento del rito corrisponde a un annullamento della comunità, come spiega il filosofo contemporaneo Byung-Chul Han ne La scomparsa del rito (Nottetempo, 2021, p.144).

Alessandro de Leo, dalla serie Mye Eye My Enemy, 2018
Alessandro de Leo, dalla serie Mye Eye My Enemy, 2018

L’ARTE E LA MORTE

La concezione dell’arte in ogni età della Terra – consapevolmente o meno – come una possibilità di immortalità, come Otto Rank (1863-1934) sosteneva, come un prolungamento della vita oltre la caducità del corpo, oltre la limitatezza del tempo di cui l’essere umano dispone, probabilmente oggi non è così univoca e indice di ciò è il posto che essa occupa nella società, il ruolo che le affidiamo nella comunità e il peso che essa occupa nella quotidianità. Eppure il conflitto tra vita e morte trova da sempre, più involontariamente che lucidamente, una risoluzione inesorabile nell’arte, come se la produzione di un’opera fosse assimilabile a una procreazione biologica, a un parto, da cui colui che verrà generato, quasi in ogni caso un oggetto morto, potrà continuare a essere anche quando il soggetto che lo ha messo al mondo avrà cessato di esistere. In questa modalità di esperienza femminile e circolare e innata, il vuoto che intercorre tra opera e artista viene riempito per mezzo di un terzo elemento, lo spettatore. Il fruitore costituisce la parte statica, immobile nell’accettazione di ciò che viene proposto, ma comunque ne è il passaggio fondamentale perché ci sia una continua comunicazione tra la vita e la morte, tra l’artista e l’opera.
La morte, sempre presente e mai risolta, misteriosa, inafferrabile, impossibile da catturare nella sua totalità, è fonte inesauribile di ispirazione e di confronto, un punto nodale di ricerca da cui si attinge costantemente e in cui si confluisce inevitabilmente, anche senza esserne totalmente coscienti. Per questo motivo risulta quasi impossibile tracciare una storia della morte nell’arte dalla comparsa dell’uomo sulla terra a oggi. Più semplice sarebbe, invece, individuare alcune figure di artisti delle cui opere la morte e l’ossessione di essa costituiscono le grandi chiavi di lettura.

Carmelania Bracco

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Carmelania Bracco
Carmelania Bracco (1997), laureata nel 2018 in Decorazione presso l'Accademia di Belle Arti di Foggia con una tesi sperimentale sul postmodernismo, frequenta il Biennio di Decorazione Arte Ambientale. È interessata all'arte contemporanea e al rapporto che essa intrattiene con la scrittura. Nel 2018 ha partecipato alla Terza Notte di Quiete, progetto sostenuto da ArtVerona.