Una passeggiata immaginaria al Museo e Real Bosco d’Altromonte

Il ciclo delle passeggiate immaginarie prosegue al Museo e Real Bosco d’Altromonte, che riserva non poche sorprese.

Reggia di Quisisana, corte interna
Reggia di Quisisana, corte interna

Al Museo e Real Bosco d’Altromonte, tra le collezioni che il pubblico può ammirare perdendosi nei suoi corridoi lunghi come spilli e nelle sue sale davvero imponenti, ce n’è una a dir poco singolare: e non perché sfoggi opere più significative di quelle presenti nelle altre raccolte del Museo, dove tra l’altro è possibile trovare tutta la freschezza della storia dell’arte medioevale e moderna posta in sequenza grazie a un impeccabile percorso filologico, ma per il semplice motivo che questa collezione, la cosiddetta Collezione Delli Abies Grassi, ha un duplice volto che muta a seconda delle stagioni e dell’ora in cui si va a visitarla. A questa prima caratteristica, di certo non secondaria, va aggiunto anche che se di mattina le opere sono lì e ti guardano anziché farsi semplicemente contemplare, di pomeriggio ti interrogano sulle nozioni fondamentali della matematica, della geografia, della letteratura, dell’elettrodinamica o della linguistica generale. Ma mai e poi mai su questioni riguardanti l’arte. L’arte, per le opere in questione, è un tabù, almeno secondo il parere dei tanti visitatori che, da ogni parte del mondo, ci vanno per vivere il brivido di partecipare al quiz pomeridiano.
Assieme alla collezione principale, donata nel 1758 dal Duca De Gatti Magri, che vanta al suo interno anche un preziosissimo Cimabue identico al piccolo Cristo deriso aggiudicato in un’asta a Senlis per appena 24 milioni e 180mila euro (tasse comprese), quella Delli Abies Grassi, lascito dall’omonimo e coltissimo Conte palatino alla città di Nausiana, rappresenta dunque, per le sue insolite peculiarità, il maggiore attrattore culturale del Museo d’Altromonte, dove ad accogliere lo spettatore è, prima di avviare il viaggio alla scoperta dell’arte, un magnifico e sorridente giardino al cui interno è presente un grazioso meleto da cui Mariolino Il Kamikaze, con grande sapienza, fa venir fuori gramolate da urlo.
Dopo aver assaporato una di queste squisite e dissetanti cremosità di frutta, al piano terra, attorno all’atrio del Museo, si incontrano la Biblioteca dell’antico Regno di  Nausiana, l’Auditorium, il Gabinetto dei disegni e delle stampe, il Bookshop, la Sala Edunia, l’Altromonte caffè, l’ufficio informazioni e la biglietteria dove è possibile procurarsi, per 3 euro e 33 centesimi, un biglietto giornaliero che permette di visitare il Museo e le sue sale per tutto l’arco della giornata, forse per consentire al pubblico di esaminare la famigerata Collezione Delli Abies Grassi a orari diversi e guardare dunque quel duplice volto delle opere di cui tutti parlano, scrivono, raccontano.

Cimabue, Cristo deriso, 1280, tempera su fondo oro su una tavola di legno di pioppo, 25,8x20,3 cm, collezione privata
Cimabue, Cristo deriso, 1280, tempera su fondo oro su una tavola di legno di pioppo, 25,8×20,3 cm, collezione privata

IL PERCORSO DI VISITA

La visita elettrizzante ha inizio al primo e unico piano del grande edificio, una Reggia costruita tra il 1721 e il 1750 per essere adibita appunto a spazio museale. Qui, in 28 sale comunicanti tra loro e collegate in alcuni casi dai due estesi corridoi rivestiti di velluto color sommacco, la prima collezione che si ha modo di attraversare è composta da una sfilata di oggetti provenienti dalla Sconosciuta ma ben articolata Wunderkammer. Dalla settima sala, proprio dove ha inizio il primo corridoio che collega l’ala sud a quella nord, è allestita la tanto attesa e anche agognata Collezione Delli Abies Grassi che, e vale la pena sottolinearlo, si presenta davvero come qualcosa di inopinabile. E non solo perché, come suggerisce la guida, le opere ti guardano, ma per il motivo principale che i personaggi in esse raffigurati escono dalle cornici e si prendono come delle vacanze quotidiane, stanchi forse di mantenere sempre la stessa posa e di stare immobili nella stessa cornice. Mentre infatti il Cristo risorto di un Anonimo artista vissuto tra il 1265 e il 1370 esce dallo strazio della scena in cui è stato collocato per passeggiare con Giovanna d’Arco e salutare con disinvoltura i tre visitatori che in quel momento si trova d’avanti (tra questi c’è Giulia Perugini, una valorosa storica dell’arte contemporanea che si occupa di metodi e metodologie della didattica dell’arte, il cui sguardo incredulo la dice lunga), Ippomene e Atalanta, finalmente mano nella mano, vanno a far visita a un vecchio busto di Ovidio. Stanca di piangere, un’Addolorata secentesca a sua volta chiacchiera piacevolmente con un San Sebastiano slegato dalla colonna e risanato dagli angeli.
A un certo punto, forse dopo qualche ora (e in una situazione del genere il tempo si dissolve come neve al sole), questi personaggi diventano diafani, ritornano nelle loro cornici, alle loro pose composte e, nel giro di pochi secondi, c’è un cambio di scena, con altri personaggi, altre atmosfere.

Meleto centenario di Jasnaja Poljana, Tenuta Lev Tolstoj (oggi casa museo dello scrittore) nello Ščëkinskij rajon (Russia)
Meleto centenario di Jasnaja Poljana, Tenuta Lev Tolstoj (oggi casa museo dello scrittore) nello Ščëkinskij rajon (Russia)

DOMANDE E RISPOSTE

Chi riesce a fermarsi qualche ora in più al Museo, dalle 14:30 in poi potrà infatti notare che nelle cornici ci sono soltanto ritratti attenti a guardare gli spettatori e a richiamare la loro attenzione con delle domande. Un giovanotto sui 27 anni chiede impettito se qualcuno conosce la costante di Coulomb, una dama chiede a un passante di recitare Odi, Melisso di Leopardi di cui tanto serba nel cuore i versi, una ragazza dalle lunghe trecce rosse spinge per avere informazioni su Whyalla, una bambina (somiglia tanto alla piccola Bia de’ Medici ritratta da Bronzino tra il 1542 e il 1545) chiede la radice quadrata del caos e un misterioso vecchio assilla con le stesse domande (quanto pesa la terrà? Qual è il colore del dolore? E quale il rumore della riflessione?) ripetute quasi anancasticamente. Insomma un momento imbarazzante, e soprattutto per chi non ha la pronta risposta perché il nostro interlocutore di turno, a ogni passo falso o risposta tentennante se non proprio errata, fa corrispondere una tonante e abbondante pernacchia.
Tra gli arazzi settecenteschi dell’imponente Sala Nuvolani, poco prima dell’uscita, e ancora intimoriti da tutte quelle voci e moleste richieste interrogazioni e pernacchie pernacchiette pernacchione, si vede, sotto la didascalia numero 4 rossa e sghimbescia, una mensolina bianca su cui è collocato un libro azzurro, dimenticato. Si tratta di Arte y Crisis. Para una reflexion sobre nuestro tiempo, il volume uscito dal Primiero Encuentro Internacional de la Crítica de Arte organizzato nell’ottobre 1980 al Museo Popular de Arte Contemporáneo de Villafamés, che forse vale la pena rileggere, quantomeno ricordare.

Antonello Tolve

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Antonello Tolve
Antonello Tolve (Melfi, 1977) è titolare di Pedagogia e Didattica dell’Arte all’Accademia Albertina di Torino. Ph.D in Metodi e metodologie della ricerca archeologica e storico artistica (Università di Salerno), è stato visiting professor in diverse università come la Mimar Sinan Güzel Sanatlar Üniversitesi, la Beǐjin̄g Yuy̌ań Daxué, l’Universitatea de Arta si Design de Cluj-Napoca e la Universidad Central de Venezuela. Critico d’arte e curatore, è stato commissario in diverse giurie internazionali. Tra i suoi libri si ricordano “Gillo Dorfles. Arte e critica d’arte nel secondo Novecento” (La Città del Sole, 2011), “ABOrigine. L’arte della critica d’arte” (PostmediaBooks, 2012), “Ubiquità. Arte e critica d’arte nell’epoca del policentrismo planetario” (Quodlibet, 2013), “La linea socratica dell’arte contemporanea. Antropologia Pedagogia Creatività” (Quodlibet, 2016), “Istruzione e catastrofe. pedagogia e didattica dell’arte nell’epoca dell’analfabetismo strumentale” (Kappabit, 2019), “Me, myself and I. Arte e vetrinizzazione sociale ovvero il mondo magico del selfie” (Castelvecchi, 2019), “Atmosfera. Atteggiamenti climatici nell’arte d’oggi” (Mimesis, 2019). Ha curato con Stefania Zuliani il volume di Filiberto Menna, “Cronache dagli anni settanta. Arte e critica d'arte 1970-1980” (Quodlibet, 2017) e, con S. Brunetti, “Il sistema degli artisti. Collezione, conservazione, cura e didattica nella pratica artistica contemporanea” (Mimesis, 2019). Dal 2018 e Direttore della sede romana della Fondazione Filiberto e Bianca Menna e dal 2014 è curatore della Gaba.Mc – Galleria dell’Accademia di Belle Arti di Macerata.