A differenza di quanto accaduto durante le guerre, i musei oggi non devono salvaguardare la conservazione delle opere, ma la conversazione con il pubblico. Al momento solo online, ma in futuro questo approccio dovrà tradursi in azioni “sul campo”. Le riflessioni dello storico e critico d’arte Marco Bazzini.

Per fortuna non siamo in guerra. Questo non significa che la situazione non sia assai grave e che le conseguenze non siano importanti. A essere travolto dalla pandemia che ha ribaltato le nostre vite è anche il mondo dell’arte e dei musei, con risvolti ancora tutti da immaginare. Nonostante le incognite, credo sia possibile avanzare qualche riflessione per questi tempi di attraversamento a favore di quegli che verranno. Le guerre, quelle vere purtroppo, sono e continuano a essere in altre parti del mondo. Se veramente una infuriasse anche da noi, il mondo dei musei sarebbe stato chiamato alla difesa e all’evacuazione delle collezioni. Emergenza a cui davvero dovettero rispondere all’inizio degli Anni Quaranta del secolo scorso i funzionari dell’allora Direzione Generale per l’Antichità e Belle Arti del Ministero dell’Educazione Nazionale (allora i beni culturali non avevano un ministero autonomo), quando più volte dovettero traslocare i più importanti tesori artistici italiani fino a portarli in Vaticano (durante la Seconda Guerra Mondiale godeva di immunità territoriale) o in sperdute località alpine in modo da salvaguardarli nella loro integrità. E quando questo drammatico periodo imposto dal COVID-19 finirà, non sarà necessario dare vita a un nuovo Istituto Centrale per il Restauro come avvenne sempre nel secondo dopoguerra, perché di danni fisici al nostro immenso patrimonio non dovrebbero essercene. Quindi, fortunatamente, non si impone alcun problema di conservazione per i nostri musei, questione che appunto ci fa sostenere che stiamo vivendo qualcosa di estremamente grave ma diverso da una guerra.
Eppure anche questa volta e in un così inimmaginabile frangente chi lavora in un museo una chiamata dall’emergenza l’ha ricevuta. Una chiamata che, con la semplice inversione di due consonanti, potremmo dire, riguarda la conversazione e non più la conservazione. Attenzione, non è un semplice gioco di parole, perché gli artisti nel secolo scorso ci hanno insegnato che in arte anche il più piccolo spostamento dà origine a una nuova possibilità creativa e interpretativa.

MUSEI E DIALOGO

Infatti, in questo strano periodo che ci vede tutti chiusi nelle proprie case, i musei sono stati chiamati a mantenere aperto il dialogo con il pubblico. La reazione è stata quella di spostare la loro attiva presenza nella grande e magmatica rete social. Si è assistito a una frenetica corsa alle più diverse piattaforme dove sono andati in streaming i più diversi palinsesti, non tutti però con la stessa qualità. Infatti, come ogni emergenza, anche questa ha colto di sorpresa, ha colpito e costretto ad attivarsi quando non si era preparati. Ma nonostante le luminose sale dei musei talvolta siano state sostituite da stretti e un po’ oscuri salottini, quello che è successo è stato un passo decisivo e importante verso un mondo che almeno in Italia era rimasto fortemente emarginato. La speranza è che lo stare online di questi giorni, e di quelli purtroppo a venire, abbia superato i pregiudizi in cui era confinato ma abbia anche aperto gli occhi sulla irrinunciabile questione che i social, anche quando riguardano i musei, hanno bisogno di strategie e personale specializzato perché si sviluppi tutta la loro potenzialità. Quanto accade in questi giorni è comunque un’ottima palestra.
Credo, però, che il lato della conversazione non si possa esaurire soltanto virtualmente ma che debba diventare la vera altra missione, il vero altro polo a cui debba rispondere il museo post COVID-19. Infatti, il futuro del museo è essere sempre di più legato alla collettività di riferimento; a formare pubblici che devono generare senso di comunità. I musei dovranno essere luoghi di scambio in cui vivere vere esperienze, luoghi di verifica di valori condivisi e irrinunciabili dove all’offrire non deve semplicemente seguire il ricevere, come in uno scambio commerciale, ma da questo binomio far sbocciare il restituire, sia da parte del visitatore che del museo. Il museo dovrà mettersi in maniera ancora più aperta al servizio della città e dei suoi cittadini anche quando saranno “cittadini provvisori” come sarebbe più giusto considerare i turisti che, auguriamoci quanto prima, torneranno a visitare le sale ricche di opere e i nostri storici monumenti insieme agli altri visitatori.

NUOVI SCENARI NON SOLO VIRTUALI

Ho da sempre creduto che il museo debba oscillare tra conservazione, il suo vero essere da sempre, e conversazione. Oggi sono sempre più convinto che questo moto pendolare dovrà essere sempre più ritmico e frequente (oltre che frequentato). Una suggestione che non soltanto ritrovo nelle riflessioni solitarie di questi isolati giorni, ma anche nelle parole di Sir Nicholas Serota: “Nel ventunesimo secolo i musei migliori saranno quelli che creeranno spazi per la conversazione, il dibattito e lo scambio di idee, non meno che per l’istruzione”. Parole tratte dall’introduzione al libro Pezzi da museo (edito qualche mese fa da Sellerio e fortemente consigliato come lettura) e che ora risuonano in modo diverso al fine di aprire diversi scenari per il ruolo del museo nel mondo che verrà. Ma non sarà un passaggio automatico, le nuove idee andranno imposte (e questo riguarda anche le novità per quanto riguarda l’ambiente, la politica, l’economia, ecc.). Solo così il futuro sarà diverso da quanto abbiamo conosciuto fino a poco più di un mese fa.

Marco Bazzini

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Marco Bazzini
Marco Bazzini, storico e critico d’arte, vive in campagna. Ha svolto un’intensa attività didattica presso accademie e università come insegnante in numerosi master e corsi di specializzazione. Ha curato mostre e cataloghi per spazi pubblici e privati in Italia e all’estero, sia di arte sia di design. Ha collaborato con diverse testate di settore e fatto consulenze sull’arte contemporanea per diverse istituzioni pubbliche tra cui la Regione Toscana. Dal 2007 al 2013 è stato Direttore artistico del Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci di Prato. Attualmente è Presidente dell’Istituto Superiore Industrie Artistiche di Firenze (ISIA Firenze) ed è impegnato in progetti di sviluppo ed evoluzione sociale attraverso percorsi culturali.