L’esplosione di iniziative digitali ha dimostrato che la cultura vuole farsi sentire e teme per il proprio futuro. Ma ora servono idee concrete, capaci di adattarsi e anticipare i cambiamenti di domani.

Ogni crisi è un po’ come un trasloco, un capodanno o una frontiera verso non si sa dove. È un nuovo inizio con la conseguente obbligatoria necessità di ripensarsi sinceramente, di fare buoni propositi sperando di non disattenderli troppo in fretta perché in gioco c’è la sopravvivenza. E di buttare le cose inutili di cui ci siamo inutilmente appesantiti la vita.
Cambia il modo di vedere il futuro ma come sempre in ogni crisi nascono le opportunità, più o meno quello che diceva anche De André. Cambia o almeno dovrebbe l’idea di cultura e, soprattutto, dell’economia che le sta dietro e che dovrebbe al contrario scattare in avanti. Perché c’è un’emergenza, l’idea di come salvarsi da un invisibile iceberg per non trasformarsi in Titanic, per non dimostrarsi un vitello dai piedi di balsa. Perché se il futuro sarà diverso, diverso dovrà essere il modo di pensare, mentre troppo spesso si riciclano idee come regali di Natale, cambiando la carta ma non destinatario.
In questi giorni la cultura sta riempiendo i dibattiti, scuotendo le ali più velocemente di un colibrì. C’è una enorme richiesta di visibilità, un’offerta digitale come mai prima e che non si sia avvezzi al mezzo lo si nota. Ma è anche vero che è grazie alla cultura e alle arti che gli arresti domiciliari sembrano un po’ più sopportabili. Ci hanno tolto la vicinanza dei corpi ma ci consoliamo leggendo, ascoltando musica, guardando film e serie tv, visitando musei in ogni parte del mondo. La cultura ci rende un servizio e qualcosa in cambio si aspetta. L’ipercinesia degli operatori culturali in questi tempi di segregazione è il frutto della paura e della volontà di una affermazione: noi esistiamo. Ma l’effetto è quello del criceto sulla ruota o, a pensarla bene, di chi si allena sul tapis roulant in attesa di una maratona. Di certo nulla che crei nuovi spazi di fruizione, nuovi mercati, nuovi pubblici. Nulla che, così com’è, servirà a qualcosa in futuro.
Niente sarà più come prima, lo dicono tutti, tutti dicono anche che andrà tutto bene e questo non è così certo. Che il futuro sia migliore o peggiore del passato non possiamo saperlo. Sarà di certo diverso e diverso dovrà essere il nostro modo di pensare a ogni cosa: come sostenersi, cosa fare, chiedersi davvero per chi facciamo quello che facciamo. Recuperare il rapporto con la creatività.
La cultura è preoccupata, e a ragione, per la propria sopravvivenza. Ogni settore lo è anche in questo strano microcosmo. Lo sono gli editori e i librai, la filiera dell’arte dagli artisti ai collezionisti, il teatro il cinema, i musei, la musica tutta. Da qui la valanga di proposte volte a sostenere l’offerta culturale. Leggiamo richieste di nuovi fondi, sostegni, meno tasse, bonus, iva ridotta, agevolazioni eterogenee e carità che anche se pelosa va bene lo stesso. Una ricetta antica condita da una bulimica voglia di sopravvivere e da tanto rumore. Già, e poi?
Chi sta annegando difficilmente pensa a quando sarà con i piedi asciutti, ma la sopravvivenza di una istituzione culturale non ha senso senza un’idea di futuro di più ampio respiro. Siamo tutti naufraghi, in questo momento, ma senza gli attrezzi per vivere sull’isola deserta su cui attraccheremo i soldi che chiediamo per arrivarci saranno solo una inutile sottrazione a chi per merito, oculatezza o fortuna sarà compatibile con il nuovo ambiente.

NUOVE STRADE PER RIPARTIRE

In altre parole: il virus si sta portando via gli anziani. Anagraficamente, in maniera tragica ora, ma di certo si accanirà ancor di più sulle menti vecchie nelle prossime fasi, dalla 2 in poi.
Facciamo un esempio comunque virtuoso. Una delle operazioni che sta prendendo piede e che rimane una delle più interessanti in circolazione è partita dal mondo della ristorazione americana e poi importata qui in Italia: la possibilità tramite una piattaforma online di sottoscrivere dining bonds che permetteranno di andare a cena in futuro nel nostro ristorante preferito, se riaprirà. Lo stesso cominciano a fare le librerie, come la MarcoPolo di Venezia e altre. E questo è ciò che si ritrova anche nelle parole di Carlo Fuortes sul Corriere della Sera: la proposta di emettere titoli di credito da tramutare in abbonamenti e biglietti, in opere d’arte, libri, e dischi. Questo è certamente un punto forte e nuovo nel rapporto tra operatori culturali e fruitori/interessati/collezionisti/spettatori. La possibilità di vivere finanziariamente questa fase attutendo il silenzio a cui siamo sottoposti. Una dichiarazione di normalità imprenditoriale per un settore non sempre avvezzo a pensarsi tale e che prova a reggersi anche con le proprie forze non pensando solo agli aiuti esterni. Pensando alla sostenibilità, finalmente.
Ma ogni imprenditore sa che la continuità aziendale è una visione di medio periodo che necessita di una strategia. Perché i bond sono una soluzione tampone così come il decreto liquidità, un anticipo fatture che presto o tardi dovremo restituire: incassiamo oggi per beni e servizi futuri. Rimane il fatto che domani lavoreremo per pagare i nostri debiti monetari e di riconoscenza. Occorrerà allora usare questo tempo sospeso per fare uno sforzo: aumentare gli spazi, i pubblici, le entrate. Apprendere le basi dell’imprenditoria, la proposta di valore, la visione strategica. Allargare lo sguardo, creare reti che sappiano veicolare i valori condivisi esaltando le specificità dei singoli abbandonando i primadonnismi, crescere come sistema perché, diciamocelo, la cultura non è mai stata sistema e nessun progetto è mai sopravvissuto da solo. In futuro, almeno in quello prossimo, la mobilità sarà certamente molto limitata e cambieranno le nostre abitudini. Viaggeremo meno ma più in profondità, alla curiosità non rinunceremo ma dovremo trovare il modo di soddisfarla diversamente. Cambierà il rapporto con le comunità locali, che torneranno a essere centrali, ma d’altro canto sarà ancor più evidente come la condivisione del patrimonio cognitivo sia un fenomeno globale.
E che sia il 2020, almeno in questo, aiuta. È in questo che entra in ballo la tecnologia, ad esempio. È in questo che servirà investire in questi giorni. Immaginarci Berliner e andare oltre i 2200 posti della sua Philarmonie, avvicinare nuovi pubblici tramite nuove filiere, quelli che saranno impossibilitati a raggiungerci.
Meno spettatori nelle sale non vogliono dire meno gente che guarda i film, anzi, ma solo il passaggio a una economia diversa che da piramidale diventa condivisa, una offerta fruitiva più corrispondente alla domanda, una visione della cultura collettiva e di servizio in cui al centro ci siano le persone e non la cultura stessa. L’informatizzazione ha smontato la struttura verticale della conoscenza dando attuazione a ciò che sosteneva Peter Sloterdijk: “L’humanitas dipende dallo stato della tecnica”.

TECNOLOGIE DI IMPRESA

A questo proposito facciamo un altro esempio che parte da una questione controversa. Prima tutti che chiedevano a gran voce la riapertura, ora tanti librai contrari mentre ALI, che in teoria dovrebbe esserne portavoce, rimane favorevole. Questo, al di là delle singole prese di posizione, dimostra come sia necessario immaginare nuovi modi di pensare per offrire un servizio nuovo che in questo caso solo in parte è la banale compravendita di un oggetto. La tecnologia potrà ovviare, come già ha cominciato a fare, a ridurre impasse simili all’attuale e facilitando la vita ai lettori. La Postcovid age del libro passerà da sistemi che permettano di sapere in quale libreria tra quelle in rete possa trovare il libro desiderato, di eseguire pagamenti da remoto, di ottenere comunque l’indispensabile assistenza del libraio che sappia indirizzare e trovare alternative, di ricevere il libro direttamente a casa se desiderato.
Quindi: certamente ben vengano le azioni a sostegno, i nuovi ponti Morandi perché ognuno possa attraversare il proprio personale Polcevera e in primo luogo l’allargamento della platea dell’Art Bonus per strutturare davvero il rapporto tra organizzazioni culturali e privati, in primo luogo le imprese, su cui sarebbe opportuna una sensibilizzazione sul lavoro delle società benefit a indirizzo culturale.
Ma è anche l’ora di fare uno scatto in avanti in termini di organizzazione, struttura, impegno, utilizzo virtuoso delle tecnologie. Di impresa. “Quando non può lottare contro il vento e il mare per seguire la sua rotta, il veliero ha due possibilità: l’andatura di cappa che lo fa andare alla deriva, e la fuga davanti alla tempesta con il mare in poppa e un minimo di tela. La fuga è spesso, quando si è lontani dalla costa, il solo modo di salvare barca ed equipaggio. E in più permette di scoprire rive sconosciute che spuntano all’orizzonte delle acque tornate calme”. Henry Laborit ci indica la rotta; la fuga da quello che è stato finora. Se avremo salva la pelle non saranno finiti i problemi. E quando il gioco si farà duro allora sì che la cultura dovrà davvero cominciare a giocare creando valore e non aggiungendo rumore.

Franco Broccardi

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Franco Broccardi
Dottore commercialista. Esperto in economia della cultura, arts management e gestione e organizzazione aziendale, ricopre incarichi come consulente e revisore per ANGAMC, Federculture, ICOM, oltre che per musei, teatri, gallerie d’arte, fondazioni e associazioni culturali. È coordinatore del gruppo di lavoro "Economia e cultura" presso il CNDCEC.