Scandalo opere false a Noto: risponde Vittorio Sgarbi

Il critico d’arte risponde sul caso L’impossibile è a Noto. E sferra un attacco dei suoi alla storica dell’arte Mariastella Margozzi, incaricata come consulente dal Tribunale.

L’impossibile è Noto, immagine della mostra
L’impossibile è Noto, immagine della mostra

Ho letto il resoconto puntuale di Aldo Premoli, che merita alcune mie riflessioni critiche e giuridiche. Vorrei dire, costituzionali.
Difficile, se non incredibile, arrivare a un così straordinario paradosso: tutti hanno letto del sequestro di 26 quadri ritenuti falsi, alla mostra straordinaria e sorprendente “L’impossibile è a Noto”, organizzata da Sicilia Musei, con opere di una sola importante collezione di artisti del Novecento, da Picasso a Depero, da Mirò a Dalì, da Boccioni a Balla, da de Chirico a Kandinskij. La notizia è che sono tutti buoni. Disegni e opere, spesso minori, ma indici del gusto e della sensibilità di un generoso collezionista, come Massimo Carpi, che li ha acquistati nelle principali aste del mondo e presso le più serie gallerie italiane.
Le opere non sono in vendita, nessun falsario è stato identificato, nessuno ha proposto di vendere i dipinti contraffatti a nessuno. Perché dunque l’irruzione dei Carabinieri del nucleo tutela patrimonio culturale, adusi a spacciare opere false come originali (vedi la “Tavola Doria”, recuperata come Leonardo, e oggi generosamente classificata come di Francesco Morandini detto il Poppi, pittore minimo), esponendole al Quirinale? Risposta: perché la Fondazione de Chirico ha messo in dubbio l’autenticità di quattro disegni. Lecito.

LE OPERE SONO VERAMENTE FALSE?

Ma questo non significa che siano falsi. La capacità di giudizio dell’amico Paolo Picozzi, presidente della Fondazione (con il quale io ho realizzato la mostra su “De Chirico e la nuova Metafisica” a Osimo), non comporta la certezza che i disegni non siano autografi. Se qualcuno avesse ancora dimestichezza con la letteratura italiana ricorderebbe la “Notizia di Didimo Chierico” di Ugo Foscolo, dove si legge : “e, per apologia, a chi gli allegava evidenti ragioni, rispondeva in intercalare: OPINIONI . Portava anche rispetto ai sistemi altrui, o forse anche per noncuranza, non muovevasi a confutarli; certo è che io, in sì fatte controversie, l’ho veduto sempre tacere, ma senza mai sogghignare; e l’unico vocabolo, ‘opinioni’, lo proferiva con serietà religiosa”. Difficile pretendere che un giudice, nella fattispecie il sostituto procuratore Fabio Scavone, si rifaccia a Foscolo per i suoi procedimenti; ma basterebbe che si rifacesse alla recentissima sentenza numero 13461 del 26 giugno 2019, della sezione specializzata in materia di impresa del tribunale di Roma, nella quale si assume che è possibile richiedere all’autorità giudiziaria l’emissione di un provvedimento volto ad acclarare determinate circostanze di fatto, a condizione che queste comportino un vantaggio o una lesione (a seconda che si tratti di accertamento positivo o negativo) concreta ed attuale, e non potenziale, all’interesse sostanziale che la parte deduce in giudizio.

CHI PUÒ STABILIRE QUANDO UN’OPERA È FALSA

L’unico soggetto deputato a stabilire l’autenticità di un’opera d’arte, ha rimarcato il Tribunale, è soltanto l’artista che l’ha realizzata. E, per ciò che riguarda la presunta competenza di una asserita fondazione, che “il diritto di attestazione dell’autenticità non spetta neppure agli eredi dell’artista defunto. Questi ultimi, quali titolari dei diritti morali d’autore, riconosciuti loro dagli artt. 20 e 23 della Legge Italiana sul Diritto d’Autore, sono legittimati a rivendicare la paternità di un’opera realizzata dall’artista e a lui non attribuita, ma non hanno altresì la facoltà di agire in giudizio per ottenere una mera dichiarazione di autenticità (o non autenticità) delle sue opere. Alla morte dell’artista l’autenticità è oggetto di vari expertise, più o meno qualificati, che possono essere, senza intenzione di dolo, da chiunque rilasciati nell’esercizio di un diritto alla libera manifestazione del pensiero (art. 21 della Costituzione).
Procedere, pertanto, a un accertamento, in termini di verità, in sede giudiziale, si concretizzerebbe soltanto nel conferimento di maggiore valore a un determinato parere a discapito di un altro, producendo così un’alterazione delle peculiari dinamiche che contraddistinguono il mercato dell’arte
”. Più chiaro di così! A rendere ancora più forte questa fondamentale sentenza c’è l’improvvida scelta, del candido sostituto procuratore Scavone, di interpellare, come perito del Tribunale, una conclamata inesperta, Mariastella Margozzi, inabile ad autenticare alcunché, non avendo specifica competenza su tre quarti del materiale esaminato, sul quale non ha mai scritto una riga. Non risultano suoi studi su Mirò, Kandinskij, Russolo, Balla, e su altri artisti internazionali le cui opere ha dichiarato false. L’interesse della Fondazione de Chirico è confermare la propria autorevolezza (senza il potere di escludere o interdire diverse attribuzioni o altri pareri) e, con ciò, predisporre l’eventuale acquirente ad autotutelarsi. Ma non si può impedire a nessuno di acquistare un’opera presunta falsa, ritenendola, per sua convinzione o suggerimento di un esperto in buona fede, autentica.

ALTRI ESEMPI

Questo non vuol dire contraffarla, o porla sul mercato con l’inganno. Si tratta esattamente del contrario: il collezionista, prestatore delle opere alla mostra, le ha acquistate per sé, senza dubitare del loro valore, a prezzi di mercato compatibili.
Non c’è ragione al mondo che debba accettare il ricatto di un ente che si arroghi la prerogativa del monopolio delle autentiche. A che titolo e con quale prevalente autorità? Lo stesso accade quando, tra tanti esperti, il Tribunale sceglie un perito che non ha alcun titolo per esprimersi su una così varia e complessa materia, se non l’iscrizione a un albo di pseudoesperti, di cui non si conoscono, e ai quali non si riconosce, la necessaria competenza che è, prevalentemente, specialistica, e che è invece garantita come nel caso della collezione di Massimo Carpi, dai più seri studiosi. Paradossale è il sequestro, per dubbia autenticità, di “Hier der Bestellte Wagen” del 1935, di Paul Klee, registrato con il numero di archivio (catalogo ragionato 6857) nella monografia pubblicata dal Zentrum Paul Klee di Berna, ed esposti sei mesi fa al Mudec di Milano. Le opere futuriste sono autenticate dai migliori studiosi di settore, come Elena Gigli per Giacomo Balla, Maurizio Scudiero per Fortunato Depero, Alberto Dambruoso per Umberto Boccioni, Massimo Carrà per Carlo Carrà. Molte delle opere sequestrate a Noto sono state esposte in importanti mostre e musei stranieri.
Il disegno di Pablo Picasso è riprodotto nella monografia “Pablo Picasso works on paper”, edita dalla Thomas Gibson Fine Art di Londra nel 1982, e possiede il relativo certificato di autenticità. Per non parlare di uno dei Kandisky, acquistato a un’asta Christie’s, noto a Vivian Endicott Barnett, e presente  nella mostra monografica su Kandinsky al Museo Archeologico Regionale di Aosta ,nel 2012. Altri due Kandinsky,”Paesaggio”1911 e “Astratto” 1920, sono stati sottoposti al giudizio di Kandinsky experts, 33 West 19th street, a New York. Quanto ai due disegni di Max Jacobs sono pubblicati nella monografia del 1979. Insomma, un sequestro di opere autentiche, sulla base delle perizie di una falsa esperta. L’unico falso è lei. La Margozzi, nella inconsapevolezza dei singoli magistrati, facendosi scudo di una pubblica funzione, direttrice del Polo Museale della Puglia, assume incarichi retribuiti dai tribunali, e si pronuncia  su argomenti per i quali non ha a mio avviso alcun titolo né preparazione specifica, con assoluta leggerezza e sostanziale incompetenza, da Genova (Modigliani) a Rovigo (Schifano, Treccani, Brindisi, Nespolo), a Reggio Emilia (Pino Pascali), a Noto (da Boccioni a Kandinskij). “In scienza e coscienza”, come scrive, quale esperto ha una così vasta gamma di competenze, per riconoscere un’opera autentica da una falsa? Lo studioso di Modigliani non può essere lo stesso di Morandi o di Klee, come è evidente, con non generica esperienza.
Rispetto all’arte antica, poi, l’arte contemporanea conosce l’azzardo, la provocazione, e la quantità, talvolta sconfinata, di tentativi, prove, disegni, anche migliaia e migliaia, che non consentono a nessuno, se non allo studioso di settore, di negarne l’autografia con certezza. Chi si proclama “esperto” deve avere fatto studi lunghi e approfonditi su pochi autori, e non può pretendere di avere una legittimazione esclusiva, semplicemente autonominandosi, in modo assolutamente arbitrario. Il dottor Scavone dovrebbe riflettere sulla inadeguatezza della incosciente esperta che ha incaricato, senza nessun approfondimento, priva di qualsivoglia autorevolezza. Ha mai letto un articolo o un libro della Margozzi? ne ricorda una intervista? La ha mai vista citata, per la sua specifica autorità, su uno degli artisti delle opere sequestrate?
Affiderebbe la cura del cuore o del fegato di sua figlia a un ortopedico?
Potrà, infine, stabilire l’autenticità o meno di un’opera, attraverso il parere decisivo di chi non ne è specialista? Il sequestro di Noto è un atto di illegittima prepotenza, senza fondamento giuridico. Un arbitrio. I falsi di Noto sono tutti veri. È inconfutabile.

-Vittorio Sgarbi

Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI