Morto l’artista “dei due mondi” Antonio Trotta, una carriera divisa tra Italia e Argentina

Fondatore del Gruppo SI, Trotta aveva esordito a Buenos Aires. Una figura solitaria, ma dialetticamente attiva

Antonio Trotta, Panorama mobile reale, 1969
Antonio Trotta, Panorama mobile reale, 1969

“Lo spazio fra me e l’opera comincia ad annullarsi nel momento in cui posso vedere tutto ciò che mi circonda come fossero cose già dipinte o scolpite. (La pittura, la scultura, la letteratura, la storia dunque sono il solo materiale passibile di essere dipinto, scolpito, ecc.) Andare verso uno stato di pietrificazione fra le cose e sentire il dubbio sulla propria esistenza; è come osservare l’irrealtà del fuori stando nella realtà dell’opera, dentro la quale una fotografia è vera come un’immagine in uno specchio. La sensazione dello spazio nasce parallelamente alla voglia di uscire dalla propria immagine dipinta”. Così Antonio Trotta, originario di Stio, nato nel 1937, definisce sul sito web che racconta il suo lavoro la propria poetica.

CHI ERA ANTONIO TROTTA

Scomparso il 26 agosto, in una triste giornata che ha visto andarsene anche il collega Eliseo Mattiacci e il fumettista Massimo Mattioli, Trotta ha trascorso parte della sua vita in Argentina, Paese che vede gli esordi dell’artista al Museo de Arte Moderno e all’Istituto Torcuato di Tella a Buenos Aires. È sempre l’Argentina, in un anno saturo di contestazioni che avvolsero e coinvolsero anche il mondo dell’arte, a offrirgli nel 1968 la soddisfazione di rappresentare la nazione alla Biennale di Venezia al Padiglione di bandiera. Fondatore del Gruppo SI, dal 1969 al 1973 collabora con la Nizzoli Associati e realizza progetti d’architettura e urbanistica nello Stivale ma anche a Siviglia, tra le altre. “La sua è una scultura che si muove su una dualità assoluta e calzante tra forma e spazio, leggerezza e classicità, modularità e rigore, realtà e finzione. Con un approccio anche paradossale, che include sconfinamenti, ma con un unico filo conduttore, che permane da oltre mezzo secolo: il legame con la forma. È una scultura che – in particolar modo negli Anni Sessanta e nel decennio successivo – vive lo spazio, lo circoscrive, lo denota, lo prescrive, lo crea. E non rinuncia a interfacciarsi con altri medium, come la fotografia, il ricamo e la performance, ma sempre in relazione a una plasticità che è anzitutto scultorea”, scriveva di lui su queste colonne Lorenzo Madaro solo due anni fa, raccontando una figura “solitaria e dialetticamente attiva”, divisa una volta tornata in Italia tra Milano, Pietrasanta e Terlizzi.

Antonio Trotta, Libro letto nel '70, 1970 - photo Shigeo Anzai
Antonio Trotta, Libro letto nel ’70, 1970 – photo Shigeo Anzai

LA CARRIERA

Tante le mostre e le pubblicazioni che hanno dato forma anno dopo anno alla sua carriera: dalle gallerie Christian Stein di Torino alla Marilena Bonomo di Bari, da Cesare Manzo a Pescara, a Cardi a Milano per citarne solo alcune. È presente altre tre volte in Biennale, nel 1976, nel 1978 e nel 1990. Tanti i musei in Italia e all’Estero che ne presentano il lavoro. Nel 2007 nasce inoltre il Museo Archivio Antonio Trotta a Stio, inaugurato con una mostra personale e una permanente con le opere Il Patio, Ricamandosi, La raccolta. Nel 2009 diventa membro dell’Accademia Nazionale di San Luca. Tra le mostre più recenti quella dedicatagli dalla galleria Like a little disaster a Polignano a Mare che riproponeva l’operaPaquete especial del 1966, presentata per la prima volta nel 1967 a Buenos Aires.

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