Leonardo all’estero. L’editoriale di Antonio Natali

Antonio Natali riflette sui prestiti delle opere di Leonardo all’estero per i 500 anni della morte. Ricordando cosa prevede la legge in fatto di beni culturali.

Leonardo da Vinci, Annunciazione
Leonardo da Vinci, Annunciazione

L’articolo 66 del Decreto Legislativo 22 gennaio 2004, n. 42, noto come Codice dei beni culturali e del paesaggio, consente che venga autorizzata l’uscita temporanea dal territorio nazionale dei beni culturali “per manifestazioni, mostre o esposizioni d’arte”, purché dei beni, ovviamente, “siano garantite l’integrità e la sicurezza”. Il comma 2b prescrive però che “non possono comunque uscire […] i beni che costituiscono il fondo principale di una determinata ed organica sezione di un museo, pinacoteca, galleria, archivio o biblioteca o di una collezione artistica o bibliografica”. Credo non ci sia dunque ragione di vanto (ch’è stato viceversa esibito) da parte di quei direttori di musei italiani che abbiano negato il prestito di dipinti di Leonardo a musei stranieri intenzionati a ordinare mostre per il quinto centenario della morte di lui, nel 1519 ad Amboise. Mi sembra si debba infatti dare per scontato che un istituto italiano detentore d’un dipinto di Leonardo lo includa fra i beni che costituiscono il suo “fondo principale”; sicché, negandone la trasferta oltralpe, il direttore di quel museo non fa altro che obbedire a una legge. E non ci si può vantare di non aver compiuto un gesto che la legge annoveri fra i reati.
Torna opportuno rammentare che nel 2006 espressi parere decisamente contrario al prestito in Giappone dell’Annunciazione di Leonardo, ritenendo che quella concessione fosse una trasgressione palese della legge (oltre che un oltraggio alla decenza). Non si durerà tuttavia troppa fatica a figurarsi quanto sia stato disagevole per me (ch’ero fresco di nomina a direttore degli Uffizi e che fui immediatamente raggiunto da una telefonata del Ministro) rimanere sempre irremovibile nella mia opposizione, al cospetto d’un Governo che invece – contrariamente a quel che oggi càpita (e non è cosa di poco rilievo) – era risoluto a prestare l’opera all’esposizione di Tokyo (che peraltro già godeva d’una bella campagna pubblicitaria internazionale e che in Giappone era ovviamente molto attesa). Rammento che, per smussare gli spigoli più vivi d’una contrarietà che a Firenze aveva preso a montare, fu detto da persona autorevole che, se l’opera avesse denunciato l’esistenza di problemi conservativi, la voce dei tecnici si sarebbe levata forte (e ci mancherebbe altro, vien di commentare…); ma ai tecnici (specie agli storici dell’arte) compete anche la raccomandazione dell’osservanza d’una legge che (giustamente) vieta la trasferta fuori dei confini nazionali d’una tavola come l’Annunciazione vinciana.

Fu in quella circostanza che mi convinsi della necessità di stilare un elenco d’opere degli Uffizi che, a mia scienza, ricadevano sotto quella legge e per le quali doveva pertanto essere inibito il prestito all’estero. Inviai al Ministero dei Beni Culturali una lettera con quella lista; che non avevo compilato con furore talebano, ma, anzi, con molta sobrietà: soltanto ventitré opere (ma certamente con tutt’e tre le pale di Leonardo). Basti pensare che del nutrito nucleo botticelliano avevo evocato due soli dipinti (la Nascita di Venere e la Primavera) e da quelli di Tiziano e Caravaggio uno soltanto. Niente avevo incluso di tant’altri maestri: dall’Angelico a Mantegna, da Dürer a Pontormo, da Bellini a Tintoretto, da Giorgione a Rembrandt. Quello che alla fine mi stava a cuore era la vidimazione dell’elenco da parte del Ministero, giacché la sua legittimazione avrebbe nel futuro comportato l’esclusione dal prestito fuori del Paese delle opere che n’erano parte. Non mi risulta (e comunque mai me n’è giunta comunicazione) che l’elenco sia stato convalidato. E se ne capisce bene il motivo: ratificarlo avrebbe significato automaticamente incardinare alla legge le opere menzionate; le quali pertanto sarebbero sfuggite a quelle strategie d’immagine di cui la politica con leggerezza è solita avvalersi: lo fa ogni volta che, incurante giustappunto della legge e degl’inevitabili rischi, trasferisce all’estero creazioni altissime con l’unico scopo di darsi lustro agli occhi del mondo.

Antonio Natali

Articolo pubblicato su Grandi Mostre #15

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Antonio Natali
Dal giugno del 2006 al novembre del 2015 è stato direttore della Galleria degli Uffizi, dove ha lavorato dal 1981 al 2016. Nello stesso 2006, in un concorso al Politecnico di Milano, ha ottenuto l’idoneità come professore ordinario di Storia dell’arte moderna. Dal 2000 al 2010 ha insegnato Museologia all’Università di Perugia. Studia soprattutto argomenti di scultura e di pittura del Quattrocento e del Cinquecento toscano, con incursioni frequenti nel contemporaneo.