Voci dal limbo del precariato culturale

Dopo l’introduzione di Fabiana Lanfranconi, approfondiamo il tema del precariato culturale nell’ambito dei festival. A partire dal progetto “Equilibri precari”.

Santarcangelo Festival. Motus. Photo © Joung Sun
Santarcangelo Festival. Motus. Photo © Joung Sun

I festival sono fioriti a centinaia negli ultimi quindici anni, in un fenomeno che è diventato noto come “festivalization” [Dragan Kleic, Festival in Focus, ed. Central European University Press, 2014] ossia la “festivalizzazione” della cultura. In questo ampio contesto, per un lungo periodo le arti performative sono state travolte da un nuovo paradigma del consumo culturale, e in Italia il complesso mondo dello spettacolo dal vivo si trova oggi a configurare quotidianamente nuove strategie di sopravvivenza.
Anche se a volte poco vicini al concetto convenzionale e classico di cultura, i festival sono macchine dello spettacolo simili a giostre, che arrivano stagionali e appariscenti con tutta la propria corte di artisti, manager e tecnici – artisti anche loro della gestione della cultura. Diversamente però dagli spettacoli nomadici, questi possono ottenere sostanziali contributi pubblici, al pari degli enti statali come i teatri. E il Festival di Santarcangelo è al tempo stesso teatro e festival il che, sommato al peculiare carattere di nicchia in quanto maggiormente indirizzato a un pubblico di artisti e addetti al settore, ne delinea l’unicità.
Teseo e gli altri volontari e stagisti che abbiamo intervistato in Equilibri precari (la ricerca di Tools for Culture realizzata per un gruppo di professionisti di Santarcangelo dei Teatri) sono parte del processo aggregativo delle risorse umane. Non sono pochi, non sono tutti uguali, non hanno lo stesso background come non hanno le medesime aspirazioni. Essi sono, però, il materiale non portante. Il materiale multiuso, sostituibile.
Un primo aspetto in cui ci siamo immersi è stata la numerosa tipologia di lavoratori del festival, come diversi sono i tipi di collaborazioni “attivabili”. Alcune passano attraverso il percorso formativo scolastico, altre attraverso l’apertura di posizioni di collaborazione con il servizio civile o con organizzazioni attive nel settore culturale, i cui dipendenti si spostano a Santarcangelo con un contratto “per servizi”. E poi ci sono quelli che lavorano al festival a titolo completamente gratuito.
Un grande magma. Quando parliamo con Roberto Naccari (direttore organizzativo del Festival dal 1995 al 2004) chiediamo subito come ci si barcamena nell’organizzazione degli stagisti dal punto di vista dell’attivazione dei contratti formativi. Non è un caos?
Certo, è un casino imprescindibile. Santarcangelo ha una caratteristica fondamentale: è un piccolo festival che simula un festival grande. Organizzativamente tenta di avere tutte le funzioni di un festival grande nonostante il budget che ha, e cerca di supplire a tutte le sue debolezze. Inoltre ha un’alta attrattività nei confronti delle persone che vengono a fare gli stage, forse per i singoli percorsi formativi, ma anche perché ha una storia molto lunga e quindi ha sedimentato nel corso del tempo un ruolo in un immaginario, oltre ad avere molte relazioni con molte istituzioni”.

In Italia il complesso mondo dello spettacolo dal vivo si trova oggi a configurare quotidianamente nuove strategie di sopravvivenza”.

La volontaria Ippolita [per comprensibili ragioni di riservatezza, la ricerca Equilibri precari ha assegnato a ciascuno degli intervistati un nome shakespeariano, dal Sogno di una notte di mezza estate] ce la immaginiamo proprio lì a osservare il pubblico, composto per la maggior parte di appassionati delle forme di teatro più innovative “quasi all’estremo”. Ci dice che gli spettacoli piacciono anche perché il pubblico è già preparato: “Ci sarà stato il turista o la famiglia che avrà pensato di andare a vedere una cosa classica, ma non saranno stati tanti. La fauna era preparata a quello che avrebbe visto, o era già dentro il teatro sperimentale”. Ci racconta di aver preso parte al laboratorio per uno spettacolo in cui “la preparazione mi è piaciuta ma l’evento era particolare: dovevi emettere un verso come un corvo e fare un solo movimento in avanti con il collo. Solo questo tutto il tempo. Probabilmente, se avessi visto solo lo spettacolo finale, avrei pensato che non mi diceva niente”.
Chiediamo a Naccari che tipo di pubblico ha Santarcangelo e se è vero che il festival potrebbe trarre vantaggi dall’essere meno di nicchia. “La caratteristica principale rispetto a tanti concorrenti è che facciamo un festival di nicchia per certi versi e per altri no. Che poi è nella natura dei festival essere un po’ festival un po’ festa popolare, che ha un richiamo nel territorio per l’offerta e anche per gli spettacoli gratuiti. Si crea un incontro occasionale con il teatro, con la danza o la performance e la musica. In questo siamo diversi dagli altri ‘concorrenti’. Altrove si conoscono i dati di affluenza, conosci quanto pubblico c’è, ma noi abbiamo la fortuna di avere più pubblico e i contatti occasionali con sguardi casuali che giungono al festival sono punti di forza e ne aprono il respiro. E possono dare l’occasione di raggiungere più pubblico nel tempo”.
Ermia è una delle stagiste del festival che viene dal programma di inserimento formativo. Le chiediamo come sia stato lavorare al festival, ci risponde: “Molto contenta”. Ci dice che la maggior parte degli stagisti formativi era inesperta, anche se alcuni avevano già lavorato nel teatro. La loro opinione sul festival è in generale positiva e l’aspetto esperienziale la fa da padrone: risucchiati più o meno per un mese in un mondo parallelo, una sogno collettivo, in una dimensione internazionale e multimediale. Una macchina da guerra tra le più formidabili.
Andare via è stato un dispiacere per tutti, perché era una realtà diversa e lontana dalla tua realtà. Un mese fuori dal mondo. Volevamo rimanere. Il giorno che sono arrivata a casa e sono scesa alla Centrale di Milano, non ho quasi riconosciuto il posto. Ero spaesatissima. Tutto era più grande”.

CONTINUITÀ E COMPLESSITÀ

Quali sono i maggiori problemi che incontri, Roberto? “Il mio problema è aziendale, diciamo: come faccio a dare continuità a un gruppo ristretto di lavoro di responsabili di settore, che possano continuare a formare una serie di figure che ci servono come supporto? È frustrante per me, ancora di più quando non solo non riesco a dare continuità ai collaboratori ma anche ai responsabili di produzione e affini”. Per un po’, dice, ha cercato di dare una veste più ufficiale al lavoro di formazione, ma bisogna accettare che è un luogo di passaggio per tanti operatori che lavoreranno nel settore, ma altrove.
La stagista Titania spiega come mai ci siano rapporti condivisi, ovvero collaborazioni, in varie produzioni artistiche; non è raro che gli spettacoli siano in più cartelloni, per cui “è comune anche avere persone che lavorino su entrambi i fronti, comune sì ma soprattutto la soluzione migliore in generale”. Capiamo come in termini organizzativi questa sia una prassi comune, ovvero condividere personale che affianca alcune produzioni perché “è agevolato nella messa in scena dello stesso progetto”. Questa cosa però un po’ ci allarma, confermando l’importanza di avere i giusti contatti. Continua Titania: “È come se si formasse una sorta di comunità lavorativa che si scambia, si mescola e si muove”,
Roberto Naccari spiega meglio come sia complesso gestire i festival dal punto di vista contrattuale e delle risorse umane. “A seconda dei ruoli cambia anche la tipologia di contratti; l’ufficio stampa ad esempio non ha continuità, quindi forse ha partita IVA; c’è chi fattura; i processi di trasparenza delle azioni sono diversi. Prendiamo i teatri: hanno ruoli più chiari mentre nel festival i ruoli sono anomali. Queste organizzazioni si fanno con uno sforzo quasi militante, cerchi appassionati e cerchi di dargli continuità, ma hai grossissimi problemi. C’è molta comunicazione perché il settore è povero e si può sbagliare poco per trovare un collaboratore, inoltre le posizioni sono poche e poco redditizie. Il novanta per cento dei curricula che arrivano sono di persone che hanno collaborato con qualcuno che ha relazioni con noi, o hanno già rapporti con noi. Per questo motivo lo stage ha ancora più valore. Spesso siamo anomali anche nel processo di trasparenza, concordo che sembra un settore paludoso che fa lavorare sempre gli stessi, ma nei bandi si fa fatica anche a essere espliciti sugli aspetti retribuitivi, età, esperienza, contratti, che si possono avviare: sono tutte cose che dipendono dalle persone e dal loro profilo”.
A una settimana dalla chiusura di Equilibri precari abbiamo assistito all’incursione di protesta degli stagisti di un altro festival internazionale: uno sparutissimo gruppo di ragazzi gridava ad alta voce “la nostra vita non è un film”. Calzavano una faccia di carta formato A4 e rompevano con quell’illusione gioiosa da festa di paese, cercando di raccontare il loro lavoro gratuito.

Antonella Di Tillo

www.toolsforculture.org

Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Antonella Di Tillo
Antonella Di Tillo, fotografa, visual artist e ricercatrice di origini arberëshë, vive a Bologna, dove è attiva nel progetto di valorizzazione del cimitero monumentale della Certosa e in percorsi fotografici sui luoghi negletti, esplora l’underground delle produzioni artistiche. Ha lavorato nella produzione documentaristica e in gallerie d’arte in Italia e a New York.