Scene dalla Grande Stagione (VI)

Accettare il vuoto come forma di esistenza è uno dei suggerimenti proposti da Christian Caliandro per vivere nel tempo attuale.

Willem de Kooning, Montauk III, 1969. Courtesy Sotheby's
Willem de Kooning, Montauk III, 1969. Courtesy Sotheby's

Questa è un’epoca di terrori – ma anche di magie.
Attenzione. Tutto è pericoloso ora. Ma tutto è divino e meraviglioso” (Caetano Veloso dopo l’elezione di Bolsonaro).
Non uno conflitto, uno scontro; ma uno scivolamento, la creazione di un piano diverso di esistenza.
Quello che non puoi ottenere, inconsciamente l’otterrai. Quando sei silenzioso, discorri; quando discorri, sei silenzioso” (Yoka Daishi, Il canto dell’immediato Satori).
Spingere – spingere ancora, per conquistare il “fuori” – per costruire questo fuori mentre ancora non esiste, e non esisterà per chissà quanto. Nel bel mezzo di una distopia interiore ed esteriore, pienamente dispiegata, che cos’è questa tristezza euforica, questa gioia straziata e sgraziata che mi separa, che mi avvolge? È capire oscuramente che devo accettare, accettare ciò che succede, la confusione, l’assenza e la mancanza e il vuoto – accettare tutto questo non come difetto, ma come forma di esistenza. Costruire in questo vuoto, in questa scomparsa. Farne uno spazio, una dimensione mia e nostra. Tutti stanno, stiamo vivendo così. La pienezza non ha senso, la pienezza mancherà sempre, è sempre mancata; la pienezza forse non è neanche così interessante.
Sbatti come una falena, ma questo che stai creando, così otturato e sovraccarico e trasparente, è lo spazio che ti serve.

Caravaggio, Sette opere di Misericordia, 1606-07
Caravaggio, Sette opere di Misericordia, 1606-07

Sdoppiato, raddoppiato – cerchi di divincolarti – e non ci riesci. Volete qualcosa di più ‘saggistico’, di meno ‘frammentario’? Volete qualcosa che si incaselli meglio, che torni con ciò che vi aspettate? Non torna niente.
Immergersi nel caos – questo, forse, va bene. Ogni riferimento è saltato, sta saltando. “Scrivere la propria via d’uscita” (William Burroughs) vuol dire questo immergersi – abbattere ogni filtro e ogni barriera; significa sentire la mutazione fin dentro le viscere, e parola dopo parola sentire sfaldarsi il tuo stesso io.
“Scrivi la tua via d’uscita”, crea il tuo spazio di esistenza, giorno per giorno.
Solo ora, forse, cogli appieno (e incredibilmente) ciò che vuol dire “apprendere”, “collegare i punti” (e i concetti): capire le cose può essere anche un dolore, oltre che un piacere. E adesso, quello che tu chiami ‘mutazione’ è l’uscita, la scoperta del fuori, il contatto con l’esterno.
((È come andare al cimitero del Verano – la difficoltà estrema, pratica nel rintracciare le tombe degli attori, nonostante avessimo in mano le mappe – carte che non corrispondevano affatto ai quadrati reali, le tombe nascoste, i soli cognomi a indicare i nostri volti preferiti, le espressioni che abbiamo sempre amato e che ameremo sempre – e questa distanza tra carta e territorio, tra cimitero disegnato e cimitero effettivo riproduce la distanza tra quel mondo immaginario fatto di culture, di battute, di esperienze, di risate e di idee, e il nostro… Ma no, non è neanche questo: è la luce del tramonto, l’aria che cambia, gli uccelli che sentono la pioggia imminente e volano via in stormi e nelle cappelle gigantesche in fondo non troviamo più l’ultima tomba, quella di Rino Gaetano, ci sono le scritte dei fan ma niente, non la vediamo, e qui dentro si sta facendo molto buio…))

Tano Festa, Armadio con specchio, 1962
Tano Festa, Armadio con specchio, 1962

Ci sono i confini, i margini, le barriere – e poi, d’improvviso, crollano, si dissolvono, non ci sono più. Questo ‘contatto’ con l’esterno, con l’altro, è anche spaventoso perché sempre discute il Sé, è sempre una forma di fusione. Allora a dissolversi – e a cambiare – non è solo il confine e il margine, ma io (la famosa identità). L’opera preme per cambiarvi, facendovi entrare nel suo spazio e costruendo costantemente relazioni con il vostro. Innestandovi in un tessuto di relazioni.
Le barriere ci definiscono, ma in modo rozzo e incompleto; questa forma di definizione è in realtà una mutilazione; immergersi vuol dire invece sprofondare nel tutto, essere il tutto, non avere più confini – sdefinirsi e in questa sdefinizione conquistare una forma più piena di identità. Questo processo è meraviglioso e terribile insieme.

Christian Caliandro

Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).
  • Paolo Cignini

    Gran bel pezzo…