Summer Theory no. 2 (VII)

“Essere vivi in tempi differenti”. Settimo capitolo della “Summer Theory” di Christian Caliandro.

Tancredi, Diario paesano, 1961
Tancredi, Diario paesano, 1961

Nei racconti di Marcello, una Taranto magica di inizio Anni Ottanta profumata di sole e di mare e i Simple Minds (dico: i Simple Minds!) che vengono a suonare in città giovanissimi, invitati da ragazzi punk della loro stessa età innamorati della musica e della nuova cultura internazionale – il gruppo dopo il concerto si ferma per qualche giorno di vacanza, e lì sono partite a tennis mezzi nudi con il “Quotidiano” sottobraccio, innamoramenti con le ragazze tarantine, canne e in particolare – meraviglia delle meraviglie – il progetto fumoso e magico di un video da girare a Castellaneta Marina, con tanto di sopralluoghi e gite al mare nella totale indifferenza dei bagnanti… E non posso fare a meno di immaginarmelo, questo video mai realizzato, di sognarmelo con la sua atmosfera magnogreca che non ci sta per niente male con i Simple Minds (basta che pensiate a cose come Speed Your Love to Me, Someone Somewhere in Summertime o Glittering Prize) – il lungomare spartano e la spiaggia intatta, la macchia e i pini, quest’aria mediterranea fusa con le loro chitarre e Jim Kerr che canta mentre il Pirata, appena giunto dal nord, offre a tutti i suoi spaghetti e le sue birre Raffo gelate – e tutto questo non solo non si è realizzato ma non si realizzerà mai, se non nello schermo della mente, dietro la mia fronte, qui ecco qui, con lo stesso sole la stessa luce meridiana e la secchezza e la croccantezza e la semplicità di questo luogo di vacanze, di promesse non mantenute, di desideri non esauditi e di speranze inevase…

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la seconda generazione dei romantici inglesi ereditò i problemi della prima, ma complicati dai mali dell’industrializzazione e della repressione politica. Da ultimo essi trovarono una risposta non nella società ma in varie forme di indipendenza dalla società:
l’eroismo
l’arte
la trascendenza spirituale” (Donald Barthelme, Biancaneve, minimum fax, Roma, p. 58).

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Borgo Pineto, 15 luglio 2018. Agganciato – sì è vero non sono più quello di una volta, del liceo per esempio, e per fortuna – ma neanche voi. Il senso di estraneità è sempre più forte, estraneità nei confronti delle persone (e del mondo) di allora, e non è altro che la vecchia sensazione la quale, invece di richiudersi, si è espansa a dismisura, mostruosamente, piacevolmente persino. Sono diventato un altro, e questo altro non intrattiene quasi più nessun rapporto con quello di allora, per fortuna ripeto: ci ho sudato parecchio, ho attraversato numerosi e rischiosi traumi, sfondato diversi vicoli ciechi, scavato dove non c’era più nulla e scritto laddove c’era magari solo da arrendersi, stendersi, non fare più niente. Ridicolo che ancora soffra per certe cose, eppure è così, non ci posso fare niente. Alla fine è come se stessi facendo “pratica” della vita adulta, e ho il sospetto fondato che non sarà mai granché diverso… esistere nel momento, oggi  comporta inevitabilmente questa sensazione di essere in fondo uno spettro, di essere bloccato nel medesimo punto o comunque di ripartire sempre dallo stesso punto, mentre modalità e comportamenti e ambienti attorno a te (e dentro di te?) si deteriorano, si disfano, si degradano – (La gran parte degli “altri” pare invece seduta comodamente dentro la propria vita/adulta, mediamente appagata, inserita in una ruota personale, considerata affidabile; questi misteriosi “altri”, come faranno dico io).

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Tancredi, Diario paesano, 1961
Tancredi, Diario paesano, 1961

(poco dopo). Per viaggiare nel tempo non serve una DeLorean – basta essere vivi contemporaneamente in più istanti, distanti anche decenni tra loro, non pensare, non riandare con la mente, ma VIVERE in due posizioni, in due spazi (o meglio: nel medesimo spazio, in momenti diversi), in due situazioni – non lasciarsi distrarre, concentrarsi, sporgersi, spingere il ricordo talmente in là da farlo diventare trasferimento, dislocazione. Siamo vivi in tempi differenti, epoche e ere lontane (non tutti, ovviamente).
Volete provare?
Ok, mettere Too Late dei TimeCop1983 – io mi alzo dalla sdraio, vado verso il bagnasciuga e mi incammino a sinistra verso la spiaggia libera – ombrelloni multicolori la bancarella dei costumi da bagno un bambino scava con la paletta nella sabbia bagnata occhiali da sole creme tende improvvisate granite – sono un ventenne che sta facendo la stessa passeggiata – ho tre anni e sono con i miei genitori, più avanti, al lido Sporting e mia madre mi sta pulendo dalla sabbia – sono qui due anni fa, alla stessa ora (o mezz’ora prima) – sono sul ponte che collega il villaggio alla spiaggia, ho sette anni e sto guardando l’epico incendio di Riva dei Tessali, chissà se arriverà anche da noi – ho otto anni e mi è appena passata la febbre, non posso ancora andare al mare e quindi sto facendo un giro in bicicletta per Borgo Pineto deserta nel caldo di mezzogiorno, dopo aver finito di leggere un’edizione illustrata dei Viaggi di Gulliver: la mia prima esperienza profonda della desolazione? – ho tredici anni e siamo in villa a guardare Mai dire Gol e i film horror del martedì notte – ho diciassette anni e sto andando a recuperare Maurizio che di fronte alla villa di Matteo si sta disperando, seduto per terra, perché è stato lasciato e allora gli porto No Code dei Pearl Jam che è appena uscito – ho diciotto anni e di sera telefono dalla cabina accanto al supermercato a V., che non è la mia ragazza ma che amo più della mia ragazza (e già so di non avere un gran futuro con lei, anzi di non averlo proprio) – ho dodici anni e le scariche disturbano lo schermo, interferiscono con la scena di via D’Amelio distrutta e al tempo stesso la completano, la integrano, mia madre è con me sul patio della villa – mia madre è con me, mia madre non è con me –
io sono; io sono stato
– Scott Weiland e gli Stone Temple Pilots che suonano Big Bang Baby in uno strano video con la grafica rudimentale Anni Ottanta, è il 1996 e scopriamo in quest’estate la fuoriuscita dal grunge e la prosecuzione del grunge, una forma ancora inedita di figaggine a cui riferirsi, echi liberi di Beach Boys e bossanova, idee di spiagge californiane e cocktails e girlfriends appena arrivate dallo Sweet Alabama, capelli tinti di ruggine – ho dieci anni e sono con mio fratello nella Club House del villaggio, fa caldo – ho undici anni e sto disegnando in pubblico la mascotte di Italia90, il luogo è sempre lo stesso ma cambiano i segmenti temporali e le ricadute – una goccia di sudore macchia le parole e la pagina a quadretti del quaderno – ciao è tardi, ho provato a fermare la pioggia, l’hai letto per caso? Ci hai mai pensato? L’hai sognato?

Christian Caliandro

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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).