Il futuro delle grandi mostre. L’editoriale di Stefano Monti

Qualche riflessione sull’imminente futuro delle “grandi mostre”. Immaginando un orizzonte temporale di cinque anni.

Italiana. l’Italia vista dalla moda 1971-2001
Le immagini di Italiana. l’Italia vista dalla moda 1971-2001 a Palazzo Reale

Pensare al futuro è importante. Implica una progettualità che è sempre più necessaria, soprattutto nei settori culturali che, per loro natura, tendono spesso ad arroccarsi su posizioni conservative. Quindi cosa aspettarsi, fra cinque anni, da una grande mostra? Maggiori afflussi di visitatori? Maggiore interazione con loro? Queste sono delle tendenze che, sì, nei prossimi anni si affermeranno. Ma cos’altro è possibile, anzi sarebbe giusto aspettarsi? Probabilmente una modifica alla strutturazione delle mostre, una maggiore differenziazione delle tematiche, un approccio in grado di conciliare le esigenze da “evento” con quelle più prettamente culturali.
E, senz’altro, maggiore conoscenza. Maggiore conoscenza da parte dei visitatori che la frequentano, ovvio, ma anche maggiore conoscenza in merito ai visitatori che la frequentano, delle loro aspettative e delle loro motivazioni.

Cosa è possibile e sarebbe giusto aspettarsi dalle grandi mostre fra cinque anni?

Sarebbe giusto, forse, superare il concetto di “audience development” (che sinora è stato implementato con studenti universitari che somministrano questionari piuttosto inutili: “Da dove viene? Rimane qui stanotte? Ha preso un albergo? Dove andrà a cena?”) per poter avviare un approccio di analisi dei visitatori. Singoli.
Sarebbe altrettanto giusto, forse, che le grandi mostre potessero essere organizzate con criteri “strategici”: non semplicemente come grandi attrattori sempre presenti nelle città a maggiore afflusso turistico (vedi Palazzo Reale a Milano), ma come iniziative in grado di agire sulla base di una programmazione territoriale.
Altrettanto auspicabile sarebbe, in questo senso, una maggiore collaborazione con gli istituti culturali minori del territorio. Certo, potranno anche appartenere ad altre istituzioni, avere differenti governance, lavorare con metodi e scopi diversi. Ma la cultura e l’arte non possono essere sottomesse alle simpatie o alle antipatie di burocrati che decidono le impostazioni strategiche di un museo sulla base delle preferenze personali o di arroganti prese di posizione.

La cultura e l’arte non possono essere sottomesse alle simpatie o alle antipatie dei burocrati”.

Quello che ci si aspetta da una grande mostra, in fondo, non è altro che attirare, attraverso le tecniche che già si conoscono bene, nuovi “pubblici”, che altrimenti non sarebbero interessati all’arte. Ma non basta spiegare loro che con l’arte si può passare un piacevole pomeriggio. Bisogna indicare il percorso che può portarli alla “passione”. L’arte è in grado di farlo. Lo sarà chi è chiamato a “organizzarla”?

Stefano Monti

Articolo pubblicato su Grandi Mostre #11

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Stefano Monti
Stefano Monti, partner Monti&Taft, insegna Management delle Organizzazioni Culturali alla Pontificia Università Gregoriana. Con Monti&Taft è attivo in Italia e all’estero nelle attività di management, advisory, sviluppo e posizionamento strategico, creazione di business model, consulenza economica e finanziaria, analisi di impatti economici e creazione di network di investimento. Da più di un decennio fornisce competenze a regioni, province, comuni, sovrintendenze e ha partecipato a numerose commissioni parlamentari. Si occupa inoltre di mobilità, turismo, riqualificazione urbana attraverso la cultura. È autore e curatore di numerosi libri e frequente relatore di convegni. Il suo obiettivo è applicare logiche di investimento al comparto culturale.

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