Elogio del manifesto

Marcello Faletra si interroga sulla sparizione dei manifesti dopo il profluvio che ha caratterizzato il secolo scorso, dal Futurismo agli Anni Settanta.

Juxtapoz
Juxtapoz

Che ne è del manifesto antagonista dopo le rivolte degli Anni Sessanta e Settanta? Già negli Anni Ottanta se ne hanno poche tracce. Nel 1994 nacque la rivista Juxtapoz. Scelse l’illustrazione e il manifesto quali pratiche artistiche pari a quelle concettuali, ritenute, come un catechismo, al di sopra di altre. Artisti come Mark Ryden, Winston Smith, Trevor Brown e in Europa Igor Hofbauer, nati nell’universo surrealpop e agitprop, hanno ripreso, attraverso il manifesto, una forma di dissacrazione della narcosi disneyana, dove l’horror moderato celebra un umanesimo molto redditivo. Nel caso di Igor Hofbauer – le cui opere sono state recentemente esposte allo Spazio Cerere di Roma per la cura di Marco Cirillo Pedri – si tratta di visioni allucinatorie di una società deumanizzata, parallele alla “mostra delle atrocità” di Ballard. Grafiche che richiamano i situazionisti e quelle del periodo post-punk, di cui la forma-manifesto è l’elemento portante. È un universo che scarta il realismo dell’illusione a vantaggio della realtà dell’allucinazione. Se l’illusione – cornice mentale dell’ornamento di massa – è prevedibile, l’allucinazione è imprevedibile come una brutta sorpresa, o come l’incontro traumatico con il reale di cui parlava Lacan. L’illusione prolunga la storia delle ombre della caverna di Platone. L’allucinazione li stermina negli anagrammi visivi (Lautréamont sognava l’incontro fortuito tra un ombrello e una macchina da cucire). Si tratta di spezzare la solidarietà con l’illusione (l’inflazione del bello oggi) a vantaggio della radicalità dell’allucinazione.

Il manifesto come parola d’ordine antagonista è una rivendicazione dello spazio come ambiente liberato dalla violenta privatizzazione di esso”.

Parodia e dissacrazione sono messe al servizio di storie di oppressi come i murales messicani. Una circostanza che richiama l’importanza del ruolo dei manifesti come pratica di controinformazione visiva. Dai futuristi russi ai lettristi fino ai manifesti del ’68 e del ‘77, la forma-manifesto è stata il luogo dove la presa della parola e dell’immagine ha aperto una breccia nel mercato della comunicazione sociale. Jean-François Lyotard osservava che il manifesto “è il sintomo di un inconscio politico”, e che esso non valeva solo in base alla sua organizzazione compositiva, ma “in virtù del contrasto con il sistema”. Il manifesto come parola d’ordine antagonista è una rivendicazione dello spazio come ambiente liberato dalla violenta privatizzazione di esso. Come recita un manifesto dei ferrovieri francesi in sciopero, “quando tutto sarà privato, sarai privato di tutto”, che si collega a quello molto attuale del geografo Yves Lacoste che nel 1976 scrisse un libro-manifesto dal titolo La geographie, ça sert, d’abord, à faire la guerre.

Marcello Faletra

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #43

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Marcello Faletra
Marcello Faletra è saggista, artista e autore di numerosi articoli e saggi prevalentemente incentrati sulla critica d’arte, l’estetica e la teoria critica dell’immagine. Tra le sue pubblicazioni: “Dissonanze del tempo. Elementi di archeologia dell’arte contemporanea” (Solfanelli, 2009); “Graffiti. Poetiche della rivolta” (Postmedia Books, 2015), “Memoria ribelle. Breve storia della Comune di Terrasini e Radio Aut nel ’77” (Navarra, 2017), “Camp, postcamp e altri feticci” in “Feticcio” (Grenelle 2017); “Nomi in rivolta: il demone del graffitismo” in “Sporcare i muri”, a cura di Alessandro Dal Lago e Serena Giordano, Derive/Approdi 2018; “Mostri in cornice”, Aut Aut, n° 380 (2018); “Hyperpolis. Architettura e capitale” - con Serge Latouche (Meltemi 2019). È redattore di “Cyberzone” ed editorialista di “Artribune”. Insegna Fenomenologia dell’immagine e Estetica dei New Media all’Accademia di Belle Arti di Palermo.