Morto Franco Farina. Fu direttore del Palazzo dei Diamanti. Il ricordo di Maria Livia Brunelli

È scomparso a Ferrara Franco Farina, direttore per 30 anni (dal 1963 al 1993) delle Gallerie Civiche d’Arte Moderna e Contemporanea. A lui si deve la fama dell’istituzione emiliana. Amico di artisti e di galleristi importanti, come Leo Castelli, è qui raccontato da un ricordo di Maria Livia Brunelli, titolare della MLB di Ferrara

Franco Farina
Franco Farina

Franco Farina è stato il mio maestro: mi ha segnalato come curatrice per le prime mostre di cui mi sono occupata, mostre storiche di riscoperta degli artisti Giuseppe Mazzolani e Galileo Cattabriga, quando ero una giovane laureanda in storia dell’arte all’Università di Bologna. A lui ero davvero affezionata, era un caro amico e al di là dell’aspetto professionale avevamo un legame profondo a livello umano. Aveva un’ironia spiazzante, era di una sagacia e di una astuzia fulminanti. Ti guardava con quei suoi occhi penetranti e poi esordiva con il suo intercalare preferito: “E cioè…”. Fu tra i primi a organizzare in Europa una mostra di Andy Warhol, grazie all’amicizia con Leo Castelli: la mostra venne inaugurata a Palazzo Diamanti nel ’75 e il titolo era ‘Ladies and Gentleman’.  Warhol decise di prendere come modelle anche delle Drag Queen, in un’epoca in cui il tema dei neri americani e dei “travestiti” era decisamente scottante. Mi raccontava l’architetto Maurizio Di Puolo che per l’occasione venne realizzato un progetto allestitivo molto d’impatto: ogni arcata d’ingresso alle sale del Palazzo dei Diamanti venne chiusa dai manifesti della mostra in formato gigante, così per inaugurare la mostra occorse “penetrare” col corpo i vari manifesti squarciandoli, a evocare in senso concettuale il tema della mostra. Di Giorgio de Chirico raccontava che era succube delle moglie, così per farsi dare le opere da caricare in auto per le esposizioni a Palazzo dei Diamanti doveva sorbirsi dei terribili pranzi nella loro casa di Piazza di Spagna (dove si mangiava malissimo) e poi di nascosto dalla moglie serviva a Giorgio (che era molto goloso) qualche bicchiere di Punt e Mes  di cui lui era ghiotto…grazie a questi stratagemmi erano diventati complici e l’auto di Franco si riempiva di quadri.

IL RAPPORTO CON MORANDI

Franco era molto generoso, e mi ha prestato il bozzetto inedito de “Le Muse Inquietanti” che possedeva a casa sua, datogli personalmente da de Chirico, per una mostra che ho realizzato in galleria sul tema della Metafisica con fotografie di Silvia Camporesi: per tutto il tempo in cui l’abbiamo esposto ho dormito con solo un occhio chiuso per la responsabilità che sentivo di averlo esposto nella home gallery! invece un’altra volta mi ha prestato un magnifico disegno astratto di Morandi, che ricordava come un personaggio caratteriale, schivo, molto ambizioso. Mi raccontò che quel disegno gli venne dato dalla sorella ultimogenita Maria Teresa quando Morandi era già morto, circa quindici anni dopo la mostra che Franco aveva organizzato. Mi disse che la casa di Via Fondazza si trovava in un condominio di poco conto, ma era ancora perfettamente intatta: una casa dove non esisteva polvere, con un odore particolare, diverso da quello del pulito contemporaneo. La sorella di Morandi gli diede la possibilità di scegliere tra tre diversi disegni, e, una volta scelto quello preferito, Franco trovò sotto un biglietto con scritto: “Sapevo che avrebbe scelto questo”. La qual cosa in parte gli dispiacque, perché significava che era stato prevedibile. Mi spiegò che la scelta era caduta su quello perché era il più astratto, il più enigmatico. Quando gli chiesi se secondo lui c’era un senso di sacralità nelle opere di Morandi, mi rispose con la sua arguta lucidità che ho sempre trovato unica: ‘Le carabattole nei suoi quadri non sono più carabattole, sono delle basiliche, hanno un potenziale che trascende l’oggetto. La carabattola è il pretesto. Più che di sacralità parlerei di un senso di devozione che aveva Morandi nei confronti di questi oggetti”.

LA SAGGEZZA DI FRANCO

Ricordo bene in casa sua la collezione di quadri spettacolari, tutti regali di amici artisti: da un Fontana con sei tagli a opere di de Chirico, Sebastian Matta, Boldini, De Pisis… Lui e Lola Bonora sono stati dei precursori assoluti, molto conosciuti e apprezzati a livello internazionale: a New York tra gli anni Settanta e gli anni Novanta tutti sapevano chi fosse questa coppia di ferraresi amici di tanti artisti. Se avevo bisogno di incontrarli insieme, bastava aspettarli per il rito dell’aperitivo da Giori, che prendevano sempre a mezzogiorno al sole: spritz e patatine, lui e Lola Bonora. Non vivevano assieme ma ogni giorno si cercavano per quel rito e conversavano amabilmente, cosa che tante coppie sposate da anni non riescono a fare. La saggezza di Franco… Del resto a chi lo andava a trovare negli anni d’oro nel suo studio a Palazzo dei Diamanti, lui offriva sempre un bicchiere di champagne. Mi diceva che indossava spesso una tunica e aveva un pappagallo bianco che gli si posava sulla spalla. Trovo perfetto come autoritratto questa sua ironica affermazione, che fece in occasione dei suoi 85 anni: “A me è venuto un dubbio: sono stato bravo io o è stata una nevrosi? Perché effettivamente, in 30 anni, per mettere assieme 900 e più mostre occorre solo un nevrotico, che forse però ha aiutato questa città”.

– Maria Livia Brunelli

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