L’età del consenso (I). L’epoca del fuori luogo

Al via un nuovo ciclo della rubrica “inpratica”, firmata da Christian Caliandro. Uno sguardo critico e lucido sul tempo presente.

Biennale di Venezia, 1901
Biennale di Venezia, 1901

Questa è l’Italia, e
non è questa l’Italia: insieme
la preistoria e la storia che
in essa sono convivano, se
la luce è frutto di un buio seme”.
Pier Paolo Pasolini, L’umile Italia

Il lavoro non ammette zone morte contemplative
e ogni stabilimento è una fortezza piena di segreti”.
Ottiero Ottieri, La linea gotica. Taccuino 1948-1958 (2012)

28 marzo. Fabrizio Frizzi è per me gli Anni Ottanta che non vogliono finire, che non vogliono morire e che si inoltrano con grazia nei Novanta – lui e la Carlucci (Milly) con le spalline ancora giganti, davanti a una specie di gazebo bianco per concerti, con degli strani lampioni accesi – e il periodo è quello di Core degli Stone Temple Pilots, e poi della strage di Capaci, le auto saltate in aria sull’autostrada nel sole e nel cielo azzurro – e uno dei rimorsi di Frizzi è sempre stato quello di essere andato in onda, in diretta, con Scommettiamo che? – quella sera.
La pizza alla Nuova Fontana (adesso chiusa, da poco) – il sabato pomeriggio arrivavo in pullman in paese da Bari, con il walkman e le cuffie nelle orecchie (questo aspetto è cambiato poco, anche a venticinque anni di distanza) – e le vasche nel corso prima e dopo cena (oggi il corso è deserto a qualunque ora), nella speranza di rimorchiare (evenienza piuttosto rara, se anche avessi saputo come si faceva) o almeno di attaccare bottone, i giochi di sguardi più immaginati che reali con le ragazze della stessa età, più piccole, più grandi, portarsi avanti e fermarsi, incrociare, commentare, sospirare, ridere, agitarsi.

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29 marzo. Odio profondissimo, e sano, per questo presente – per la sua superficialità, per la sua insulsa roboticità – per la sua ipocrisia crudele, per il suo cinismo da quattro soldi, per il suo egoismo – per la sua mancanza totale e colpevole di gusto e di cultura – per la sua sguaiatezza, per i video visti sul cellulare a tutto volume ovunque, per gli orridi vestiti e le espressioni prelinguistiche – per la sua impoliticità, per la sua frenesia becera, per il suo qualunquismo, per la sua maledetta rinuncia alla libertà – per il suo conformismo, per la sua catechesi mortifera, per la sua appassionata opera di cancellazione dell’intelligenza – per la sua amnesia, per la sua rimozione protratta, per il suo ‘presentismo’ assoluto ed ecolalico – per le cretinate che dice e che fa e che adora. Per il suo essere questo presente.

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Michelangelo, Giudizio Universale, 1536-41, San Bartolomeo con autoritratto, dettaglio
Michelangelo, Giudizio Universale, 1536-41, San Bartolomeo con autoritratto, dettaglio

2 aprile. – e i libri di Kerouac non si trovano più – li pubblicava la Mondadori, adesso (da più di un quindicennio) sono fuori commercio, in disuso – ha forse a che fare con la qualità e la natura profondamente diversa dei due decenni, Novanta e questo. I favolosi&meravigliosi&sporchianninovanta erano indubbiamente più liberi e selvaggi: da un lato riedizione in tono minore dei Settanta, dall’altro scoperta ed esplorazione (e anticipazione concreta) di un fervido immaginario cyberpunk, spesso anche equivocato e spurio (Strange Days). Basta considerare un po’ la scena musicale di quel periodo, anche in Italia: Afterhours, Marlene Kuntz, Massimo Volume, CCCP/CSI, il Battisti ultimo, Timoria, Negrita, La Crus
– e Trent Reznor che se la prende (giustamente) con la musica odierna, insopportabile, e con i social e con le porcherie culturali che ci ammorbano costantemente, che ammorbano musicisti artisti critici, chiunque voglia e sia in grado di fare qualcosa anche solo un minimo intelligente e radicale – il suo saggio consiglio peraltro è: “fregatene”.
– e odio tutti quelli che accettano supinamente questo sconcio, che si accontentano di questo orrore, e che non pretendono di più, molto di più, dal nostro presente.
Vigliacchi miserabili, cresciuti e allevati da altri vigliacchi peggio di voi (aveva ragione Pasolini, da vendere) – sempre pronti alla delazione, aggressivi in gruppo sin da piccolissimi eppure pronti a smarcarvi istantaneamente quando la situazione richiede di prendersi una (minima) responsabilità, quando per esempio vi si chiama in causa singolarmente, sempre pronti a rinnegare le opinioni che non avete e che non avete mai avuto, a rimangiarvi i patti e la parola data, per non parlare poi dei concetti di dignità umana e maturità nelle scelte – anche lo stile e il gusto vi sono del tutto sconosciuti, nonostante facciate sfoggio e mostra di nozioni sempre immancabilmente FUORI LUOGO, ma ciò che non potete dire e che non potete sapere è che per avere stile e gusto è proprio NECESSARIO prendere posizione, e non una volta sola ma continuamente, costantemente, come abitudine inveterata e innestata biologicamente – mentre voi di innestato biologicamente avete solo l’inutilità e l’insulsaggine e la cretinaggine e, appunto, la tremenda e incorreggibile assenza di stile e di gusto…

Christian Caliandro

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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).