L’età del consenso (II). Gli artisti e la responsabilità

È sempre più diffusa, da parte degli artisti contemporanei, la tendenza a lamentarsi della scarsa visibilità e delle poche occasioni da cogliere. Ma la colpa è davvero di qualcun altro?

Fausto Pirandello, La tempesta, 1938). Courtesy Galleria Russo
Fausto Pirandello, La tempesta, 1938). Courtesy Galleria Russo

Henry Mason emise un lungo e lento sospiro e
si appoggiò allo schienale della sedia. gli artisti erano
insopportabilmente noiosi. e miopi. se sfondavano credevano alla loro
grandezza anche se valevan poco. se non sfondavano credevano
nella loro grandezza anche se valevan poco.
se non sfondavano, la colpa era di qualcun altro”.
Charles Bukowski

1997, sono alla guida della mia Cinquecento blu decappottabile (la mia prima auto, regalo della maturità) sulla tangenziale di Bari imboccata all’altezza di Santa Fara – nello stereo la cassetta dei Verve, Urban Hymns – e sono in un primissimo momento di transizione, dal liceo appena terminato all’università, in attesa di trasferirmi a Pisa per entrare nella Scuola Normale, è settembre forse più probabilmente già ottobre, pantaloni di velluto a coste beige e felpa grigia della Carhartt, non so (esattamente) che fare, non so come andrà la nuova vita all’università, guido sulla Statale 100 con il cielo nuvoloso (il sole è già tramontato), a Gioia del Colle ho una mezza fidanzata che amo molto ma con cui so, per qualche motivo, di non avere un grande futuro. Il futuro. A Santiago del Cile, di qui a un anno, in una data del POPMART tour Bono urlerà nel microfono “Viva el futuro! Futuroooo!”. Tra vent’anni da adesso, sarà molto diverso – sarà tutto diverso.
Il futuro sarà diverso.

***

Voi, artisti: sì, voi. State sempre lì a lamentarvi perché non vi considerano, perché non vi includono nelle mostre importanti, nei progetti “che contano”. Molto comodo dare la colpa agli altri (: una specialità tutta italiana, peraltro). Ma voi, esattamente, che cosa avete fatto o che cosa fate per cambiare concretamente la vostra posizione e la vostra vita?
Saranno quindici-vent’anni che ascolto le vostre recriminazioni (in gran parte legittime, per carità: non dico di no). Però, quando poi si passa ai comportamenti pratici, concreti, quotidiani, in quella che è la mia esperienza ho visto che la maggior parte di voi dimostra – ve lo devo dire – gravi carenze, carenze proprio strutturali ‒ nell’approccio, nella disposizione, nei rapporti.
State sempre a parlare per esempio – con un misto di timore reverenziale, invidia e rancore – di Arte Povera e Transavanguardia. Ma avete un’idea, anche vaga, di quanta capacità di coordinamento ci è voluta per realizzare quei due progetti, passo dopo passo, anno dopo anno? Di quanta pazienza, di quanta costanza, di quanta tenacia, di quante lotte all’ultimo sangue, di quante esclusioni anche dolorose?
A voi invece pare che tutto sia dovuto; preferite evidentemente muovervi in ordine sparso (vi sentite più liberi così, vero? ma rispetto a cosa?); campare alla giornata. Con la stragrande maggioranza di voi, di fatto non c’è neanche bisogno di aspettare che un progetto o un processo venga attaccato, smantellato, demolito dall’esterno; basta sedersi, e guardarvi sabotarlo dall’interno. Con la vostra grande lungimiranza, e abilità strategica. Con uno stranissimo misto di irresponsabilità, cinismo, immaturità, superficialità. E molto egoismo – tanto ioioio da affogarvici dentro.
Ma che cosa vi hanno fatto? Come è possibile essere così (e da artisti, poi)? Eppure, dovrebbe essere in fondo abbastanza facile, quasi immediato capire che SOLI non si ha alcun futuro (e nemmeno alcun presente, per la verità); che COSTRUIRE è un’operazione collettiva, comunitaria (o, semplicemente, non è); e che il cinismo non è figo né divertente, ma serve solo a chi vi sfrutta e poi vi butta via.
Poi, mi raccomando, tornate a lamentarvi e a piagnucolare.

***

Jacopo Pontormo, Alabardiere, 1529-30 o 1537. Getty Museum, Los Angeles
Jacopo Pontormo, Alabardiere, 1529-30 o 1537. Getty Museum, Los Angeles

Jacovitti, come mi piaceva da bambino – Cocco Bill e gli altri personaggi che disegnavo in continuazione, ricopiandoli dalle tavole, era bello disegnare quei nasi sproporzionati, un mondo familiare, al tempo stesso esotico e molto meridionale – così come uno degli oggetti a cui sono più affezionato in assoluto, un braccialetto magico (e perduto) – il braccialetto di pelle bianco e azzurro con i ritratti in bianco e nero di Maradona incastonati dentro finti diamanti di plastica trasparenti, e il tricolore dello scudetto tutto attorno, comprato a otto anni da una bancarella di Pompei di fronte all’ingresso…

Christian Caliandro

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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).