Possibilità e insubordinazione

Aprirsi a un’arte che superi i limiti delle convenzioni e che rifiuti l’accademismo. Questa è una delle risposte alle dinamiche del presente offerte da Christian Caliandro.

Roxy in the Box, intervento per La seconda notte di quiete, Verona 2017. Photo Caterina Parona e Marianna Bellamoli
Roxy in the Box, intervento per La seconda notte di quiete, Verona 2017. Photo Caterina Parona e Marianna Bellamoli

È possibile un’idea di arte completamente aperta alla realtà e al suo divenire, allo spazio della vita e dell’incontro. Un’arte dunque spontaneamente tesa a fuoriuscire dai recinti convenzionali, per incontrare la gente e fondersi empaticamente con il mondo: un’arte consapevolmente e felicemente pop, che esiste nella relazione umana e che ci invita costantemente a uscire dalle nostre rispettive comfort zone.
Una “disposizione d’animo” volta ad avvicinare l’arte alle persone, ad annullare le distanze spaziali, temporali e comunicative. Sperimentare costantemente una “mostra-non mostra”, vale a dire un sistema non tradizionale in cui le opere possano vivere e crescere all’interno di un ecosistema “precario”, effimero, transitorio; che nega di fatto il “mettersi in mostra”, l’esporsi (l’attitudine abituale dell’artista), e che sollecita invece l’atteggiamento contrario – nascondersi, inoltrarsi, fondersi, confondersi.
Opere che per costituzione non sono propriamente tali, e che provano a sfuggire al proprio statuto acquisito. Gli spettatori si trovano dunque non a contemplare una situazione espositiva, protetta e prevedibile, ma piuttosto a immergersi in una condizione, mobile e mutevole, aperta: a fare esperienza di un’alterazione sensibile dei contesti e del loro tessuto umano.
Dare così luogo al non ordinato, al non conosciuto, fuoriuscire dal controllo a cui siamo tanto affezionati, fuoriuscire dal controllo che desideriamo e di cui abbiamo bisogno. Il controllo che dà forma a ogni aspetto della nostra vita.
Dare luogo a un mondo affascinante, misterioso e sorprendente – che si manifesta e si lascia percorrere solo a patto di essere completamente aperti, disponibili e ricettivi.
Un luogo di immaginario e immaginazione, di intensità, di condivisione. Un luogo dove con ogni probabilità non valgono le regole del “fuori”, e in cui regna un sistema di valori alternativo rispetto a quello oggi comunemente in voga.
Una sorta di eterotopia, che disegna e prospetta una forma di vita diversa.

Occorre perciò recuperare, e bene, una tradizione di insubordinazione e antiaccademismo e sperimentazione (che è anche visiva, oltre che letteraria: forse un po’ meno, per motivi storici legati all’ascesa del mercato artistico e del cosiddetto “sistema internazionale” che vanno anch’essi ricostruiti): quella degli irregolari, degli spostati, degli ingenui, dei ribelli, dei resistenti”.

C’è sicuramente dell’ironia in questo tipo di gesto, un segnale che indica qualcosa che-prima-non-esisteva: qualcosa che stranamente esce fuori di sé, fuori della sua forma, si protende verso qualcos’altro ancora che prende corpo e sostanza nella nostra mente.
Questa ironia non è però della specie cinica, facile e disinteressata, che coltiva una forma di compiaciuta distanza dalla realtà; è invece un’ironia sana, totalmente incantata, impegnata nella ridefinizione del senso e dell’uso (multiuso). E crea un territorio attraversato da tutti quelli che giorno per giorno vogliono e vorranno ricostruire un’identità che non è data una volta per tutte, proprio perché si articola attorno al concetto e alla pratica di relazione.
Una corrente di autenticità, sfondamento dei limiti, ricerca del non-stile e della non-forma, approccio zen e jazz – poi punk, e grunge: tanti nomi per un’unica direzione, per una linea generale sotterranea che, ogni tanto, riemerge, viene alla luce… – alla creazione e alla vita, strutture aperte e ricettive. Davanti all’altra corrente (che negli ultimi decenni sembra aver sostituito e soppiantato questa), rigida, irreggimentata, prescrittiva, mortifera: quella dell’individualismo e del professionismo, che dice “no, questo non si può fare”, “no, questo non va bene, è sporco, è maleducato, è sconveniente”, occorre tenere sempre presente che l’inopportunità e la sconvenienza (oltre che, naturalmente, la povertà) sono la salvezza.
L’unica arte che vale non vale nulla.

Sperimentare costantemente una “mostra-non mostra”, vale a dire un sistema non tradizionale in cui le opere possano vivere e crescere all’interno di un ecosistema “precario”, effimero, transitorio; che nega di fatto il “mettersi in mostra”, l’esporsi (l’attitudine abituale dell’artista), e che sollecita invece l’atteggiamento contrario – nascondersi, inoltrarsi, fondersi, confondersi”.

Occorre perciò recuperare, e bene, una tradizione di insubordinazione e antiaccademismo e sperimentazione (che è anche visiva, oltre che letteraria: forse un po’ meno, per motivi storici legati all’ascesa del mercato artistico e del cosiddetto “sistema internazionale” che vanno anch’essi ricostruiti): quella degli irregolari, degli spostati, degli ingenui, dei ribelli, dei resistenti.
L’Arte vera, il Creare, è in genere da due decenni a due secoli in anticipo sui temi, se paragonata al sistema e alla polizia. L’Arte vera non solo non è capita ma viene anche temuta, perché per costruire un futuro migliore deve dichiarare che il presente è brutto, pessimo, e questo non è un compito facile per quelli al potere – minaccia quanto meno i loro posti di lavoro, le loro anime, i loro figli, le loro mogli, le loro automobili nuove e i loro cespugli di rose” (Charles Bukowski, Saggio senza titolo dedicato a Jim Lowell, 1967).

Christian Caliandro

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #40

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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).

2 COMMENTS

  1. pienamente d’accordo e il mio blog sta lì a testimoniarlo da anni … scusate la pubblicità ma non cerco follower (e infatti non ne ho :)) volevo solo fornire un’applicazione concreta alle parole di CC.
    buona giornata

  2. Tirare il sasso, ma avendo precedentemente avuto la precauzione che ad esso sia stata legata una corda elastica affinché, prima che raggiunga il bersaglio, sia da esso immantinènte ritratto nella mano stessa del lanciatore…

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