E se l’ultimo baluardo della democrazia dell’arte stesse nei fondi d’investimento? Le riflessioni di Stefano Monti.

Che l’arte contemporanea rappresenti un sistema sempre più elitario, dedicato a una piccola porzione della popolazione, è una questione ormai quasi storicizzata. Oggi si assiste sempre più frequentemente a tentativi volti a rendere più ampio il bacino di appassionati e a coinvolgere persone che non rappresentino i semplici addetti ai lavori. In questo processo, un ruolo importante è costituito dagli investimenti in comunicazione che bisognerebbe apportare per ogni tipologia di evento espositivo. Chiaramente, tuttavia, non tutte le organizzazioni possono permettersi l’allocazione di ingenti risorse in questa categoria di spesa, con il risultato che molte esposizioni, che tendenzialmente potrebbero riuscire a ottenere un buon successo di pubblico e critica, finiscono con il divenire dei punti di riferimento per la “nicchia”.
In questo scenario, una spinta alla democratizzazione dell’arte contemporanea potrebbe proprio giungere da un mondo all’apparenza ancor più elitario: quello dei fondi d’arte. Non è una provocazione, è un semplice funzionamento di mercato che, da un lato, è alla base dei meccanismi di creazione del valore dei fondi d’arte, e dall’altro, invece, rappresenta un beneficio non economico di questa particolare categoria di investimento.

CONOSCENZA ED ECONOMIA

Così come tutti i player attivi nel settore artistico (artisti, galleristi, musei), i fondi d’arte perseguono anche un fine di tipo “divulgativo” che è strettamente correlato al fine economico. Questa correlazione “logica” è semplice: quanto più ampio è il successo riscosso dalle opere che rientrano nel fondo, tanto più consistente sarà la loro quotazione. Sulla base di questa premessa, dunque, è piuttosto pacifico affermare che, per il management di un fondo, avere (o creare) occasioni che permettano di far conoscere le opere inserite negli asset sia un’attività prioritaria per il successo del fondo stesso. L’esistenza di una relazione, inoltre, fra l’elemento “conoscitivo” e l’incremento del valore monetario delle opere gestite permette di poter valutare secondo una logica lineare (investimento = maggior rendimento) i costi di promozione e comunicazione, che per un fondo d’arte sono principalmente costituiti dai prestiti, dalla creazione di eventi e dalle spese di comunicazione in senso stretto.
In altri termini, i fondi d’arte (proprio in virtù dei benefici economici che devono perseguire) potrebbero risultare molto più efficaci nell’estendere la platea dei potenziali “ammiratori” d’arte. Il naturale corollario di questo assunto è che organizzazioni quali quelle museali, proprio per l’assenza di quei vincoli “utilitaristici”, potrebbero invece essere inefficienti o, in ogni caso, essere meno pungolate dalla necessità di coinvolgere attivamente un bacino quanto più ampio possibile di visitatori.
Ma il ruolo che i fondi d’arte possono giocare in questo processo non si limita a un’asettica analisi costi-benefici: la spinta alla “democratizzazione” dell’arte di questi player potrebbe essere incoraggiata proprio da una delle motivazioni che, con sempre maggiore evidenza, porta soggetti e imprese (in altri termini: investitori) a partecipare a operazioni di questo tipo. Come evidenziato infatti dai principali report del settore (con particolare riferimento ad ArtTactic), una delle motivazioni principali d’investimento è costituita dalla possibilità di poter aderire a un fenomeno di tipo culturale. Per capire meglio questa dinamica bisogna ricordare che gli investitori sono spesso rappresentati da amministratori delegati, imprenditori o persone che, nella loro vita, non hanno avuto molte opportunità di approfondire tutte quelle tematiche legate all’arte e al bello che, oltre a rappresentare un tratto fondamentale della nostra esistenza, sono associate a una serie di valori “socialmente desiderabili”.

Una delle motivazioni principali d’investimento è costituita dalla possibilità di poter aderire a un fenomeno di tipo culturale”.

Per l’uomo di “finanza” che trascorre la giornata a monitorare gli andamenti degli indici azionari e a sviluppare strategie di diversificazione del portafogli di investimento, o per l’amministratore delegato dell’impresa di produzione siderurgica (la cui giornata è scadenzata da CdA, controlli qualità ecc.), investire parte dei propri risparmi in un fondo d’arte rappresenta non solo la possibilità di dedicarsi a qualcosa di completamente differente e, con ogni probabilità, di più interessante rispetto alla propria routine, ma anche l’occasione di poter entrare a far parte, seppur con tutte le precauzioni del caso, della categoria dei collezionisti, con le conseguenti opportunità sul profilo dell’affermazione sociale, dello status ecc. Per un investitore di questo tipo, l’organizzazione di una mostra o di un evento, la possibilità di poter partecipare “inter pares” a incontri in cui spesso convergono i rappresentanti più affermati delle varie categorie sociali, non risponde meramente a una logica di event-marketing ma costituisce uno dei benefici attesi da un’operazione di questo tipo.
Queste riflessioni segnano, forse indelebilmente, un ribaltamento culturale che spesso viene sottovalutato o addirittura non compreso. In pratica lart pour l’art, quell’Arte (con la A maiuscola) che si scagliava contro il “mercato” o il “sistema” dell’arte in nome della libertà creativa ha portato a una sclerotizzazione dell’arte stessa e dei suoi flussi creativi che, di fatto, si sono espressi soprattutto fuori dai “salotti buoni” e dai vernissage. Al contrario, quel mercato che veniva portato a pubblica gogna rappresenta forse oggi l’ultimo baluardo di “democrazia” in un sistema sempre più autoreferenziale ed elitario. Grazie ai fondi d’arte, ad esempio, chiunque (purché abbastanza ricco) può partecipare, anche se solo come semplice investitore, al processo di creazione di valore dell’arte e scoprire (come spesso accade) nell’arte una nuova e profonda passione. Perché, bisogna ormai convenire, l’elitarismo intellettuale dell’arte contemporanea ha stancato. L’arte fine a se stessa è divenuta l’arte fine di se stessa. Un’aristocrazia che non può che lasciare il passo a una borghesia che con le sue “gaffe” e con le sue “cravatte sbagliate”, come canterebbe Paolo Conte, può forse portare a un nuovo modo di intendere il ruolo dell’arte nella vita di tutti i giorni.

Stefano Monti

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #40

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Stefano Monti
Stefano Monti, partner Monti&Taft, insegna Management delle Organizzazioni Culturali alla Pontificia Università Gregoriana. Con Monti&Taft è attivo in Italia e all’estero nelle attività di management, advisory, sviluppo e posizionamento strategico, creazione di business model, consulenza economica e finanziaria, analisi di impatti economici e creazione di network di investimento. Da più di un decennio fornisce competenze a regioni, province, comuni, sovrintendenze e ha partecipato a numerose commissioni parlamentari. Si occupa inoltre di mobilità, turismo, riqualificazione urbana attraverso la cultura. È autore e curatore di numerosi libri e frequente relatore di convegni. Il suo obiettivo è applicare logiche di investimento al comparto culturale.
  • Plateaincerta

    L’arte è sempre stata elitaria e sempre lo sarà.L’arte diventa popolare quando è al servizio del turismo di massa ossia dei barbari. Quindi meno siamo meglio stiamo.
    Il sapere non te lo porta nessuno devi cercarlo tu!

  • Angelov

    E’ ovvio che si tratti di un interessante paradosso, un po’ come quello di Maometto e della montagna dove alla fine, poiché la montagna non si decideva ad andare da Maometto, come lui aveva precedentemente predetto, allora egli decise senza indugio di andare alla montagna…

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