Una desolazione “straziante e bellissima” è un’alternativa sempre più valida alla forma di “dolce schiavitù” oggi sempre più accettata. Aprendo spiragli di possibilità alle attuali generazioni di ribelli.

Poor love, lost – a fear – I lay there – Said, ‘I love you Naomi’ – stiff, next to her arm. I would have cried, was this the comfortless lone union? – Nervous, and she got up soon” (“Povero amore, perduto – paura – lì sdraiato – Ho detto, ‘Naomi, io ti voglio bene’ – rigido, a contatto col braccio di lei. Mi veniva da piangere, era questa l’unione, sconsolata desolata? – Lei nervosa, e poco dopo si è alzata”: Allen Ginsberg, Kaddish [1957-59], Il Saggiatore 2015, pp. 92-93).

Paesaggi sbagliati, una forma di desolazione straziante e bellissima che è il contrario di quello che ci viene proposto e propinato; l’agente K in strade e spazi che sono echi e riflessi di altre strade, di altri spazi, dentro un futuro-passato che è il nostro tempo intrappolato; l’attesa continua e spasmodica e non giustificata di qualcosa-di-nuovo, di qualcosa che prima non esisteva, mentre appunto nulla nella realtà che ci circonda ammette questa aspettativa e invece tutto sembra congiurare contro questa creazione, questo avvento: “Credo che i due processi stiano andando in direzioni opposte. Uno consiste in un annullamento, per modo di dire; un uscire-dall’esistenza. È il primo processo. Il secondo invece è un venire-al-mondo. Ma di qualcosa che non è mai esistito prima” (P. K. Dick, UBIK [1968], Fanucci Editore 1998, p. 94).
Sperduti i tratti di umanità, le città e le persone finiscono per assomigliare sempre più a ciò che dovevano essere, prima o poi, mentre le cartacce e le lattine vengono agitate dal vento sui marciapiedi vicino al lungomare, e l’insegna continua a brillare promettente ma lì in fondo, lì dentro stasera non c’è nessuno.

UNA QUIETA DISPERAZIONE

Quella forma di desolazione struggente, di quieta disperazione (la stessa che si trova nella foto di Vincenzo) rappresenta forse oggi, insieme a poche altre cose e persone, la medesima promessa: mentre infatti giovani adulti si avviano a invecchiare come i loro padri, senza un lamento, senza un’opposizione, grati di questa dolce schiavitù accettata molto molto tempo fa (in ogni caso non adesso), e mentre si avvitano sempre di più nelle giustificazioni e nelle scuse, altri – a prima vista decisamente improbabili – paiono stare elaborando un modo di vivere completamente diverso, più faticoso certo, più periglioso e doloroso (il senso in fondo è questo qui), ma parecchio più vero e gratificante: “Do not go gentle into that good night, / Old age should burn and rave at close of day; / Rage, rage against the dying of the light” (Dylan Thomas 1951).
Pensi a questo quando, nel vento, ti ricordi la curva a otto sullo skate nella notte calda, la strada dritta che taglia tutto il quartiere, il dito alzato al cielo e i capelli che svolazzano allegri; o la stazione che non esiste e che pure ha già raccolto viaggiatori, la stazione che non hai ancora visto dal vero costruita solo con la forza della mente e dell’immaginazione, in un momento duro e difficile di esclusioni, incomprensioni, tristezze varie  – è una forma di follia ma sana, e va preservata, accresciuta, accudita. È un rischio, ovvio, ma sempre meno rispetto a quell’orrendo cedimento, alla resa, al non lottare mai perché è meglio così, perché così vieni accettato e puoi far parte del gruppetto… Un eterno liceo, fino alla fine…

INSUBORDINATI E RIBELLI

E questi folli, questi insubordinati, questi ribelli anche inconsapevoli, questi scapestrati sono artisti; sono fratelli trovati per strada, e nessuno ti aveva detto che erano in giro. Che esistevano. Così, man mano che le cose si chiariscono (ma non troppo), ogni scoperta si realizza, ogni sorpresa è autentica (è questa l’unione, sconsolata desolata?): meno male, meno male non doversi rivolgere alla conferma del già noto, non doversi accontentare di quello che c’è, non dover trovare continuamente scuse. Come dice Paolo: “Niente importa. Tutto può importare. Quante possibilità!
Anche le cose scritte qui sopra – come copie di copie di copie, come gli ologrammi di Blade Runner 2049, come replicanti e riflessi e giochi di specchi – sono ora rivolte a voi, a voi che sogno di tanto in tanto, voi non come persone nascoste e concentrate ma come cervelli veri, reali, autentici e autenticamente in funzione, imprevedibili, in azione ora.
Wild men who caught and sang the sun in flight, / And learn, too late, they grieved it on its way, / Do not go gentle into that good night”.

Christian Caliandro

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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).