Teatro: lo zoo di vetro di Tennesee Williams

“Lo zoo di vetro” di Tennesee Williams separa definitamente la verità della finzione dall’illusione della realtà. E finisce sul palcoscenico con la regia di Leonardo Lidi

Tennesee Williams, Lo zoo di vetro, regia Leonardo Lidi. Photo Masiar Pasquali
Tennesee Williams, Lo zoo di vetro, regia Leonardo Lidi. Photo Masiar Pasquali

Lo zoo di vetro è passato anche dal Teatro Camploy di Verona per il cartellone de l’Altro Teatro: tutto esaurito, ovazione finale di cinque minuti, tutti in piedi. Riempire le platee oggi è cosa da inestricabili alchimie. La freschezza della regia, un classico di sempre, il volano del cinema, chissà. Alla fine anche noi constatiamo la straordinaria bravura degli attori (Lorenzo Bartoli, Tindaro Granata, Mariangela Granelli e Anahi Traversi) e il coraggio di un giovane regista – Leonardo Lidi ‒ che scompagina l’universo di Tenessee Williams togliendogli quell’arsura americana che asfissiava i protagonisti entro le loro pulsioni represse.

Tennesee Williams, Lo zoo di vetro, regia Leonardo Lidi. Photo Masiar Pasquali
Tennesee Williams, Lo zoo di vetro, regia Leonardo Lidi. Photo Masiar Pasquali

LO ZOO DI VETRO SECONDO LEONARDO LIDI

Il “suo” zoo di vetro sta tra Beckett e l’eclettica Alice Laloy del progetto Pinocchio(s): tutti aspettano una felicità intorpidita dalla pigrizia esistenziale, tutti sono accasciati dentro l’inanimato in cui più non soffia la vita vera. Anti-realistici nella loro forma marionettistica, nel solco delle Avanguardie Dada e futuriste, i personaggi a mala pena hanno bisogno di antropomorfizzarsi con i racconti delle loro vite segnate da assenze e desideri irrealizzati. Lidi disloca gli spazi in non-luoghi e i personaggi in oggetti “animati”. L’ambivalenza di queste carte da gioco su un tavolo di un destino baro genera una quête che interpella il non umano nell’incessante interrogazione sull’essenza dell’umano, delle sue fragilità, delle sue vulnerabilità. Clown dai fili spezzati, Tom, Laura e Amanda Wingfeld piangono dentro il loro trucco di cerone, capsula che separa con delicata materialità l’essere cose – oggetti di vetro – dall’essere uomini. Così sbalorditi dalla vista da esserne annichiliti dentro i vuoti di una stanza senza pareti e senza soffitto. Così dissociati dal loro personaggio da essere attori che invano si tolgono il trucco in conflitti finti, ripetuti, ossessivi, paradossali. Così dislocati dalla loro vita dal guardarsi vivere attraverso occhi rigati di lacrime truccate come quelle di un Pierrot Lunaire.

Tennesee Williams, Lo zoo di vetro, regia Leonardo Lidi. Photo Masiar Pasquali
Tennesee Williams, Lo zoo di vetro, regia Leonardo Lidi. Photo Masiar Pasquali

LO ZOO DI VETRO FRA REALTÀ E FINZIONE

La tragedia non si consuma perché è già accaduta fuori dalla linea del tempo. Il comico non avviene perché il clown continua a inciampare con le sue scarpe ingombranti in truciolati colorati di una sciocca festa. Il clown casca e il goffo vira così al drammatico. Il pagliaccio che cade è l’ecce homo che inciampa e la sua tragedia diventa buffa. Cascano ma nessuno se ne va, nessuno ha la volontà da contrapporre al suo ruolo. Il padre se ne è andato ma in realtà sta lì come i personaggi dello strehleriano Arlecchino servitor di due padroni. Anche lui accasciato su una sedia attende la chiamata che non verrà. Sì, come per Aspettando Godot ma soprattutto come L’angelo sterminatore di Buñuel: nessuno riesce ad attraversare la soglia della finzione (teatrale). “Vi dirò la verità sotto l’illusione”, annuncia all’inizio Tom. Ma sul palcoscenico oltre quella “casa” rosa confetto – così hopperiana ‒ c’è un altro White cube, un altro velo di Maia non perforabile. Quella stessa illusione anestetizza anche la brutalità più cieca che subisce Laura (straordinario cammeo della fragilità incorruttibile), raggela il dolore delle delusioni materne e cortocircuita il rapporto tra padre e figlio. La colpa dei padri ricade sui figli dentro un’anti-trama che non ha climax e non ha domande drammaturgiche, come scriverebbe Mc Kee. Nessun sviluppo lineare, gli “incidenti scatenanti” non hanno effetti narrativi. Il dramma aristotelico è morto e sepolto: tutto nello stesso spazio, niente accade nello stesso spazio.

Simone Azzoni

https://www.teatronazionalegenova.it/spettacolo_sala/ivo-chiesa/

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Simone Azzoni
Simone Azzoni (Asola 1972) è critico d’arte e docente di Storia dell’arte contemporanea presso lo IUSVE. Insegna inoltre Lettura critica dell’immagine e Storia dell’Arte presso l’Istituto di Design Palladio di Verona. Si interessa di Net Art e New Media Art e Art marketing tips. Ha curato numerose mostre all’Arsenale di Verona tra cui Mokka, Mistral, e La Sedia. Docente di lettere presso la scuola secondaria è critico teatrale per riviste e quotidiani nazionali (L’Arena, Sipario, Drammaturgia). È autore di seminari di Lettura critica dello spettacolo presso l’Università di Verona. Organizza rassegne teatrali di ricerca e sperimentazione con La Fondazione Teatro Nuovo di Verona e da tre anni è co-direttore artistico di Theatre Art Verona. Tra le pubblicazioni recenti, per la casa editrice Universitaria è uscito "Frame – Videoarte e dintorni". Per Fondazione Aida, è autore di testi teatrali rappresentati a Parigi, New York e attualmente in tournée.