Biennale Danza a Venezia. Leone d’Oro alla carriera al coreografo giapponese Saburo Teshigawara

Il coreografo e danzatore, pittore, scultore e disegnatore giapponese è Leone d’Oro alla carriera per “il suo spirito pionieristico, la sua immensa tecnica e la sua padronanza di mezzi danno luogo a lavori che oltrepassano i confini scivolando attraverso i generi”. Leone d’Argento all’artista spagnola Rocío Molina

Teshigawara © Akihito Abe
Teshigawara © Akihito Abe

Saburo Teshigawara (Tokyo, 1953), coreografo giapponese di fama internazionale, è il Leone d’Oro 2022. Nell’apprenderlo ci si domanda come sia possibile che il suo talento non sia stato premiato prima da una istituzione come La Biennale, così attenta al dialogo tra le arti. Quella di Teshigawara è difatti una scrittura coreografica che si applica ai corpi tanto quanto agli aspetti plastici della scena, mentre le sue opere pongono un’attenzione sempre particolare al suono e alla musica, talvolta in maniera sinestetica (ricordiamo a proposito Flexible silence del 2017). La plasticità dello spazio, che talvolta diventa scultura scenica, come nel caso di Glass Tooth (visto al Romaeuropa festival nel 2009), in cui i due corpi danzano su un pavimento di vetri rotti, così come la matericità della luce e dei costumi sono aspetti che il coreografo ha particolarmente a cuore e cura in prima persona. La sua formazione affonda tanto nella danza, classica e di tradizione, quanto nelle arti plastiche: in Glass Tooth, per esempio, i vetri che ricoprono interamente la scena fungono da elemento di disturbo e allo stesso tempo da cassa di risonanza del movimento. I corpi nei suoi spettacoli spesso non si incontrano, anche in quelli che potrebbero sembrare dei duetti; al pas de deux del balletto occidentale Teshigawara preferisce una danza solitaria anche in compagnia, in cui l’occhio di ogni interprete sembra rivolto ad uno sguardo interiore, meditativo quasi, che sembra riportare ad una tradizione orientale. Fino all’estremo di corpi che danzano su musiche diverse l’una dall’altra, come in Obsession.

Saburo Teshigawara, Flexible Silence. Photo Bengt Wanselius
Saburo Teshigawara, Flexible Silence. Photo Bengt Wanselius

LA DANZA DI SABURO TESHIGAWARA

Andato in scena al Romaeuropa festival nel 2011, in Obsession come particelle che si uniscono a formare un atomo compatto e indissolubile, gli stilemi della danza orientale, del butoh, come del teatro No (riconoscibile nella particolare espressività dei volti dei danzatori), si uniscono alle pratiche occidentali nella danza del coreografo giapponese. La tradizione non è rivisitata ma assorbita e fatta memoria nel corpo che accede al disegno coreografico con tutta la propria particolarità. In Flexible Silence, le linee che dalle anche giungono ai piedi procedono sempre parallele, in contrasto all’apertura dell’en dehors alla base della tradizione occidentale, le mani e le dita disegnano origami nell’aria, i movimenti sono radenti, mai finalizzati all’elevazione né al salto. Eppure il grande merito di questo artista d’eccezione è forse appunto quello di aver creato un linguaggio originale che rende in sé irriconoscibili le tradizioni di riferimento e che travalica i linguaggi e i generi, di averlo fatto con coraggio e determinazione, dando vita ad una cifra artistica riconoscibilissima ma mai ripetitiva.

Saburo Teshigawara, Flexible Silence. Photo Kotaro Nemoto
Saburo Teshigawara, Flexible Silence. Photo Kotaro Nemoto

SABURO TESHIGAWARA LEONE D’ORO ALLA CARRIERA A VENEZIA

“Coraggioso, straordinario, sensibile ed elettrizzante, Saburo Teshigawara ha ispirato, sfidato e galvanizzato molte generazioni di artisti”, scrive il direttore della Biennale Danza Wayne McGregor. “È la sua capacità di costruire interi ecosistemi artistici insieme al suo inesauribile coraggio a disimparare che ne fanno un unicum rispetto ad altri artisti. Teshigawara coglie il potere di un corpo in flusso costante ed è determinato a espandere il potenziale della coreografia oltre i limiti tradizionali. Il suo spirito pionieristico, la sua immensa tecnica e la sua padronanza di mezzi danno luogo a lavori che oltrepassano i confini scivolando attraverso i generi”.

Rocio Molina ©Simone Fratini
Rocio Molina ©Simone Fratini

ROCÍO MOLINA LEONE D’ARGENTO A VENEZIA

Il Leone d’Argento, quello dedicato alle promesse, va invece alla spagnola Rocío Molina (1984), che fonde il flamenco con la danza moderna per creare un personalissimo linguaggio, boundary-less, collaborando con le figure di spicco del flamenco come María Pagés, Miguel Poveda, Antonio Canales, Israel Galván, e delle arti contemporanee come Carlos Marquerie, Mateo Feijóo o Jean Paul Goude. “Radicalmente libera, nei suoi lavori Molina unisce virtuosismo tecnico, ricerca contemporanea e rischio intellettuale”, sottolinea McGregor. “Le sue coreografie sono eventi scenici che non temono l’incontro con altre discipline e altri artisti, basandosi su idee e forme culturali che vanno dal cinema alla letteratura, dalla filosofia alla pittura. Passando dal selvaggio al sensuale, al verticale, al parallelo, al violento, al tenero in una straordinaria esplosione di energia fisica e creativa, Rocío Molina è una forza con cui fare i conti, nell’arte e nella vita”.

– Chiara Pirri

www.labiennale.org

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Chiara Pirri
Chiara Pirri (Roma, 1989), residente a Parigi, è studiosa, giornalista e curatrice, attiva nel campo dei linguaggi coreografici contemporanei e delle pratiche performative, in dialogo con le arti visive e multimediali. È capo redattrice Arti Performative per Artribune e dal 2016 collabora con Romaeuropa Festival. Ha curato progetti di comunicazione multimediale per festival e istituzioni come Drodesera - Centrale Fies, Museo MACRO di Roma, Istantanee festival. In Francia cura progetti artistici per aziende e istituzioni (Unesco, Dior, Renault, Loewe, Kering…) attraverso collaborazioni internazionali.