Una storia d’amore tra le sedie vuote di Ionesco

Valerio Binasco dirige Michele Di Mauro e Federica Fracassi in una commedia i cui tratti assurdi si dissolvono in un vuoto carico di parole che via via perdono senso. Una farsa tragica, dove si ride con angoscia per esorcizzare la disperazione, nella cornice delle Fonderie Limone di Moncalieri.

Eugène Ionesco, Le sedie. Regia Valerio Binasco. Fonderie Limone, Moncalieri 2021
Eugène Ionesco, Le sedie. Regia Valerio Binasco. Fonderie Limone, Moncalieri 2021

Dopo molti mesi di digiuno, non poteva esserci ritorno a teatro dal vivo più emozionante di quello riservatoci dallo Stabile di Torino con due allestimenti di pregio – Il piacere dell’onestà di Pirandello e Le sedie di Ionesco ‒ che portano la firma registica di Valerio Binasco, soprattutto per aver riportato in scena un testo e un autore, chissà perché, da troppo tempo dimenticato. Parliamo del franco-romeno Eugène Ionesco e di uno dei suoi capolavori: Le sedie.

LE SEDIE DI IONESCO

Entrando, a scena aperta, colpisce subito l’illuminata scenografia di Nicolas Bovey con tre sedie al centro di un enorme stanzone dalle mura ammuffite e il pavimento sbrecciato e terroso, un tetto in rovina con delle pendolanti plafoniere al neon, e un cumulo di sedie accatastate l’una sopra l’altra fino al soffitto. Di fronte, una finestra aperta oltre la quale s’intravede una linea d’orizzonte che unisce mare e cielo. Siamo nella casa-faro in cui Ionesco, nel lontano 1952, ha ambientato la tragedia di un’umanità condannata dalla nascita a espiare il peccato di esistere. Dietro lo schermo delle battute due coniugi centenari ‒ il marito, Maresciallo d’Alloggio, e la moglie col nome dell’antica regina babilonese Semiramide ‒, circondati dal rumore del mare e dai loro inutili e perniciosi ragionamenti in cui affiorano brandelli di ricordi, di delusioni immedicabili e salvifiche utopie, evocano un mondo che da tempo ha cessato di esistere. A interrompere quel loro sproloquio, puntellato dal rivendicare peccati veniali di egocentrismo subito dissolti, è l’apprendere che devono arrivare “tutti”, ovvero degli invitati ai quali il vecchio consegnerà il messaggio che lui stesso ha da lasciare all’umanità. E che, consapevole della sua incapacità di esprimersi adeguatamente, ha affidato a un oratore professionista che arriverà. Ecco giungere prima un’accolita di fantasmi visibili solo ai loro occhi nei soprassalti di un sogno che, come e più di un delirio, dal palco si propaga alla platea. Giungono, infatti, i rappresentanti della Commedia Umana, accolti dai due anziani con umile deferenza, disponendo via via sempre più sedie. E le parole degli invitati, che non sentiamo, ci arrivano nelle risposte dei vegliardi – che parlano, raccontano, rievocano sensi di colpa, fantasie cupe, speranze, timori ‒, in attesa del messaggio affidato all’oratore. Messaggio che si rivelerà inintelligibile. È chiaro, Ionesco parla di noi, sperduti in un mondo virtuale di comunicazioni fantomatiche. Ma parla anche dello spazio teatrale, dei suoi riempimenti e svuotamenti. E ancor di più oggi, quale spazio chiuso, impedito, adesso riaperto; senza pubblico e senza contatto, e ora con gli spettatori riammessi.

Ionesco parla di noi, sperduti in un mondo virtuale di comunicazioni fantomatiche”.

Binasco, quasi come una dichiarazione d’amore verso il teatro e il pubblico, accende lentamente le luci sulla platea e fa entrare in scena un occhio di bue che si muove illuminando prima i due personaggi che ci guardano emozionati avanzando e fermandosi sul proscenio, poi puntando verso gli spettatori, non più fantasmi ma persone in carne e ossa. È lui l’atteso Oratore (nel testo originale è un attore in carne e ossa). E ora che è finalmente giunto, pronto a illustrare il messaggio, ‒ “… lascio a te la cura di far rifulgere sulla posterità la luce del mio spirito…” – dirà il vecchio all’invisibile personaggio. “Fa conoscere dunque all’Universo la mia filosofia… Non trascurare alcun particolare, sia comico che tragico che commovente, della mia vita privata, i miei gusti, la mia leggendaria golosità… racconta tutto… parla della mia compagna…” ‒, dopo i molti ringraziamenti a tutti i presenti e gli assenti, si giunge ai dolorosi addii del commiato. Nel sopravvenuto silenzio la coppia si allontana dagli invitati e si avvia verso la finestra la cui parete è troppo alta. Non può sfuggirci, nella performance dei due interpreti, quell’allungare le braccia sul parapetto e alzare i piedi nel tentativo di issarsi e salirvi, che ce li fa sembrare simili a dei bambini davanti a una parete troppo alta da arrampicare. Impossibilitati ricorrono a una sedia sulla quale salgono faticosamente. Sedutesi di spalle a noi sul bordo della finestra che immaginiamo aperta su un altissimo precipizio con sotto il mare, quelle due sagome sullo sfondo di un cielo magrittiano, dandosi teneramente e lentamente la mano, si lasciano infine cadere.

L’ALLESTIMENTO E GLI ATTORI

C’è, nell’allestimento di Binasco, una ricchezza di dettagli sparsi ovunque: sulla scena come nelle luci e nelle musiche – da una canzone francese a una popolare, dai rumori ai suoni sospesi, a quelli di una chitarra elettrica immaginata dal vegliardo col suo bastone ‒, ma soprattutto nei protagonisti mirabilmente invecchiati, Federica Fracassi e Michele Di Mauro, coppia perfetta, struggenti e poetici, goffi e maniacali nel loro muoversi strascicato, nelle battute puntigliose o biascicate, nelle espressioni mimiche evidenziate dai volti dipinti di biacca. In questa farsa metafisica, parodia della commedia umana, il regista spruzza sulle due figure certa polvere beckettiana, imprimendo nel ritmo, tra sarcasmo e angoscia, una comicità malinconica vibrante di tenera umanità. E fa di questo testo, tra i più emblematici del “teatro dell’assurdo” di Ionesco, una grande storia d’amore. Che colpisce al cuore.

Giuseppe Distefano

https://www.teatrostabiletorino.it/fonderie-limone-moncalieri/

Dati correlati
AutoreEugène Ionesco
Spazio espositivoFONDERIE TEATRALI LIMONE
IndirizzoVia Pastrengo 88 (10024) - Torino - Piemonte
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Giuseppe Distefano
Critico di teatro e di danza, fotogiornalista e photoeditor, fotografo di scena, ad ogni spettacolo coltiva la necessità di raccontare ciò a cui assiste, narrare ciò che accade in scena cercando di fornire il più possibile gli elementi per coinvolgere il lettore/spettatore. L'esperienza di scrittura critica è maturata sul campo, cominciando negli Anni Novanta, scrivendo per il quindicinale "Città Nuova", e successivamente collaborando col mensile di spettacolo "Primafila" con recensioni e interviste a personaggi della danza, del teatro e del cinema; quindi col settimanale culturale "Il nostro tempo" e il settimanale di attualità "Carta". Collabora con "Ilsole24ore.com", col magazine "Danza&Danza", con "Artribune.com", con "Sipario.it" e con "cittanuova.it". Ha partecipato a mostre fotografiche e pubblicato il libro fotografico "Il teatro di Emma Dante nelle foto di Giuseppe Distefano" (Infinito edizioni).