Don Giovanni alla ricerca della madre. Lo spettacolo di Aterballetto

Una lettura freudiana del mito del gran seduttore, nella coreografia dello svedese Johan Inger per Aterballetto.

Aterballetto, Don Juan. Photo Viola Berlanda
Aterballetto, Don Juan. Photo Viola Berlanda

Ha rappresentato una nuova sfida lavorare su corde interpretative abbastanza insolite per i danzatori di Aterballetto. Corde che richiedevano un maggiore approfondimento della dimensione caratteriale e psicologica dei personaggi, con sviluppi e intrecci tesi a raccontare storie e descrivere personaggi. Se non ricordiamo male, un primo ‒ e unico finora ‒ approccio con un balletto narrativo nella storia più recente della compagnia è stato con la versione coreografica del capolavoro shakespeariano La tempesta a opera di Giuseppe Spota.
Ecco ora Aterballetto affrontare la vicenda del leggendario Don Giovanni nella coreografia dello svedese Johan Inger con il titolo spagnolo Don Juan, che trae l’incipit dal Burlador de Sevilla di Tirso de Molina – il cui don Juan si distingue per gli aspetti più bassi e non “nobili” del comportamento ‒, mentre si ispira alla rivisitazione in chiave femminista di Suzanne Lilar e, naturalmente, all’opera di Molière.

Aterballetto, Don Juan. Photo Viola Berlanda
Aterballetto, Don Juan. Photo Viola Berlanda

LA TRAMA DEL DON JUAN

Il Don Giovanni disegnato dal commediografo, che possiede la forza di un personaggio mitico, è un plasma vitale di significati, rappresentato ora come l’empio ateo castigato dal Cielo, o come un volgare materialista, o un tenace libertino, o un grande libertario, o un libero pensatore che sfida l’essere trascendente e gioca la sua ultima partita senza altri scopi al di fuori del vivere la vita stessa. Inger, con la complicità del drammaturgo Gregor Acuña-Pohl, sceglie per la sua scrittura contemporanea una chiave di lettura psicanalitica ben precisa, evidenziando il problematico rapporto del protagonista con la madre, quel rifiuto e abbandono che lo porterà a ricercare, con l’inganno e il suo potere seduttivo, tante donne per colmare il bisogno d’amore negato dalla figura materna. Nelle molte donne sedotte e abbandonate, inconsciamente cerca lei, l’unica che abbia veramente amato. Ed è emblematica l’ultima scena in cui Inger, eliminando la figura ammonitrice del Convitato di Pietra, fa della madre l’unico vero giudice della vita di Don Juan. La fa ricomparire nel momento in cui avviene lo stupro della giovinetta Inès – che egli attrae presentandosi con ali d’angelo ‒, sostituendola a essa nell’atto violento. Riconoscendola ne rimarrà sconvolto, ma nessun pentimento per la vita dissoluta, neanche davanti al gesto teso amorevolmente dalla madre. All’inizio lo vediamo alla nascita, cullato al seno e accudito nella vestizione; quindi allontanato dalla genitrice e smarrito per tale perdita. Da lì l’avvio della sua peregrinazione ossessiva nei tanti grembi femminili ‒ rifugio e stordimento ‒ che incontra e seduce, o dai quali è sedotto. Don Juan si allontana da Elvira, che lo vorrebbe sposo e padre – una casa in miniatura e una carrozzina che la donna porta in scena li simboleggiano –; avvince Zerlina nel giorno del matrimonio con Masetto, dal quale poi la donna, perdonata, ritorna e cerca vendetta nei confronti di Don Juan facendolo pestare dai complici del marito; strega e deride la popolana Tisbea, e inganna, con un travestimento mascherato, Donna Ana, la quale crede di amoreggiare con il coniuge Ottavio. Tutte queste figure riappariranno in un faccia a faccia accusatorio, e scompariranno seguendo l’apparizione della madre dietro quei neri parallelepipedi scomponibili – scene di Curt Allen Wilmer ‒ che fungono, per tutto lo spettacolo, da spazi fisici, porte, pareti, letti, tribune. A fare da contraltare all’ossessione amorosa c’è la figura di Leo – non più il servo Leporello ‒, visto come alter-ego del protagonista, il suo lato virtuoso e puro ma inascoltato, che però Inger non rende così definito in quanto coscienza morale del libertino.

Aterballetto, Don Juan. Photo Celeste Lombardi
Aterballetto, Don Juan. Photo Celeste Lombardi

MUSICA E COREOGRAFIA

Riguardo alla partitura musicale, non sarebbe stato male un confronto coreografico con quella di Mozart. Si è optato invece per una composizione ad hoc commissionata a Marc Álvarez, puntellata, nel suo ritmo ossessivo, pop, e dalle influenze folkloriche, da alcune note della versione di Gluck, che nell’insieme ci sembra poco aderente alla costruzione drammaturgica.
Dicevamo di una sfida per Aterballetto, ma anche per il coreografo svedese (che ha già all’attivo con la compagnia altri due fortunati titoli: Rain dogs e Bliss), pure lui alla prova ‒ se si esclude una precedente Carmen ‒ con questa nuova creazione di genere narrativo e a serata intera, pienamente riuscita, per alcuni versi, benché talvolta penalizzata da una inevitabile costruzione a quadri e con una tendenza a descrivere piuttosto che a “lasciar dire” alla bellezza del movimento puro. La costruzione coreografica brilla potente in tanti duetti e nelle scene corali, come quella del matrimonio tra musiche dagli echi folk, o dell’elegante e colorata festa mascherata, che mettono in mostra l’eccellenza di tutta la compagnia con alternanza di cast, e con in testa il bravissimo Saul Daniele Ardillo. Con le evidenti influenze di Mats Ek e di Kylian, maestri di Inger, la parabola dell’inguaribile seduttore si chiude sotto una pioggia cinerina e nere figure danzanti, con il protagonista seduto sopra una colonna, beffardamente trionfante mentre gesticola lavandosi e mangiando la cenere, poco prima di denudarsi e cadere risucchiato nel vuoto. Le incisive luci chiaroscurali di tutto lo spettacolo, disegnate da Fabiana Piccioli, si spegneranno sulla ragazzina dello stupro ricomparsa in scena con camicetta, gonnella e calzini da educanda, che maliziosamente, masticando chewing gum, ci guarda. Forse l’impenitente seduttore è ancora lì nei paraggi?
Don Juan segna una nuova strategia comunicativa della compagnia diretta da Sveva Berti che, grazie a una folta schiera di coproduttori (tra cui Metastasio di Prato, Regio di Parma, Comunale di Vicenza, Delle Muse di Ancona) anche stranieri, si inserisce nelle stagioni teatrali dei singoli partner per avvicinare un altro tipo di pubblico alla danza. Prossima tappa al Ravenna Festival, il 22 e 23 giugno.

Giuseppe Distefano

www.aterballetto.it

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Giuseppe Distefano
Critico di teatro e di danza, fotogiornalista e photoeditor, fotografo di scena, ad ogni spettacolo coltiva la necessità di raccontare ciò a cui assiste, narrare ciò che accade in scena cercando di fornire il più possibile gli elementi per coinvolgere il lettore/spettatore. L'esperienza di scrittura critica è maturata sul campo, cominciando negli Anni Novanta, scrivendo per il quindicinale "Città Nuova", e successivamente collaborando col mensile di spettacolo "Primafila" con recensioni e interviste a personaggi della danza, del teatro e del cinema; quindi col settimanale culturale "Il nostro tempo" e il settimanale di attualità "Carta". Collabora con "Ilsole24ore.com", col magazine "Danza&Danza", con "Artribune.com", con "Sipario.it" e con "cittanuova.it". Ha partecipato a mostre fotografiche e pubblicato il libro fotografico "Il teatro di Emma Dante nelle foto di Giuseppe Distefano" (Infinito edizioni).