La performance infernale di OvO e gruppo nanou

L’album Miasma del duo OvO e la coreografia Arsura del gruppo nanou si incontrano e danno vita a una performance di musica e danza ispirata all’Inferno dantesco. La fruizione, ovviamente, è possibile soltanto online.

Canto Primo. Miasma Arsura, gruppo nanou + OvO. Ph credits [still video] Claudio Stanghellini
Canto Primo. Miasma Arsura, gruppo nanou + OvO. Ph credits [still video] Claudio Stanghellini

Tra gli Anni Sessanta e Settanta era possibile, entrando in un galleria d’arte come L’Attico, a Roma, assistere a performance in cui musicisti e danzatori, in un movimento continuo quanto iterativo, incarnavano quell’onda desiderante che dalle strade spingeva per un cambiamento qualitativo della società. Si poteva assistere a quei corpi che andavano costituendosi in movimenti quotidiani, in un continuo feedback tra suono e gesto, tra arte e vita, come si diceva in quegli anni. Oggi l’urgenza pandemica separa i nostri corpi, e questa volta musica e danza si sono date appuntamento all’inferno. S’incontrano così Miasma – album del 2020 a firma OvO, il duo composto da Stefania Pedretti e Bruno Dorella – e Arsura – coreografia in progress di un altro duo, Marco Valerio Amico e Rhuena Bracci, il gruppo nanou. L’occasione è quella delle celebrazioni dantesche per i settecento anni dalla morte del poeta, in collaborazione con Transmissions Festival e il sostegno di Ravenna viso-in-aria e Fèsta.

LA PERFORMANCE DI OVO E GRUPPO NANOU

In scena vediamo gli OvO alle loro postazioni, illuminati di rosso, nell’oscurità generale.  Sciabordate sonore in crescendo, come di una sirena industriale dall’intonazione perduta in un lontano riverbero, sono subito accompagnate dal ritmo incalzante del batterista Bruno Dorella, all’apertura di questo viaggio infernale. La reiterazione dei suoni e quella dei gesti della performer Rhuena Bracci, che appare dal fondo buio vestita di bianco e con il capo imbrigliato in un tulle, come un fantasma, avviano l’andamento generale della produzione.
Le abrasioni sonore degli OvO materializzano uno spessore in cui le urla e gli anatemi vocali di Stefania Pedretti con la sua chitarra, che prima di sprigionare il muro sonoro confluisce in un intricato percorso di processori di segnale, distorsori e delay in feedback, trasformano la grana frusciante del noise in ambiente costante. Qui c’è da segnalare un primo impedimento rispetto all’output finale, dovuto al medium con il quale la performance viene restituita: queste sonorità così stratificate, distorte e tendenti a occupare soprattutto il registro grave hanno un grande impatto a livello di epidermide nella fruizione dal vivo, che in quest’occasione viene a mancare. Con qualche forzatura potremmo dire che quelle proposte sono sonorità tattili e simultaneamente prensili, che investono l’intera massa corporea di chi si accinge ad “ascoltare” il concerto. In video, in una ricezione che può avvenire tanto da smartphone che da computer, si trova a essere amputata.

Canto Primo. Miasma Arsura, gruppo nanou + OvO. Ph credits [still video] Claudio Stanghellini
Canto Primo. Miasma Arsura, gruppo nanou + OvO. Ph credits [still video] Claudio Stanghellini

LA SCENA E I MOVIMENTI

La scena si compone di spazi diversi: i primi che vediamo sono quelli degli OvO, sulla sinistra la batteria di Dorella, sulla destra l’armamentario sonoro della Pedretti, ambedue sono investiti da luci quasi sempre rosse (a volte blu); verso il centro, spostato sulla sinistra, accanto alla batteria, un lungo telo bianco che invade tanto il fondale quanto la pavimentazione della scena. Accanto a quest’ultimo, verso destra, c’è un’apertura che immette in un ulteriore spazio dove a volte va a perdersi Rhuena Bracci, seguita da una videocamera nel suo forzato solipsismo, però non cercato: Arsura, ci dice il gruppo nanou, è “un dispositivo che elenca una serie di disfacimenti di carne sola e solitaria, omettendo il prima e il dopo di un racconto”. Una pena dantesca quella di reggersi nel vuoto, incarnare un’assenza – il vuoto che ci sta separando da ormai un anno – con quel frastuono che dovrebbe esserci, invece dell’assordante silenzio che ha investito intere nazioni. OvO e nanou non ce lo vengono certo a raccontare perché tutto è già successo e tutto è abbastanza buio – forse a volte troppo, tanto da impedire di cogliere al meglio i movimenti di Rhuena Bracci. Il suo corpo-fantasma, nella composizione, si trova a essere estromesso, sembra osservare e a volte sfuggire i due musicisti, altre distaccarsene. In brevi momenti l’azione torna a comporsi, come quando la performer, illuminando leggermente i suoi gesti posizionandosi sul telo bianco, in piedi di schiena, cade, si sintonizza col movimento del braccio sul suono del rullante di Dorella, per poi cadere di nuovo. Mentre le abrasioni noise sfumano e riprendono, Bracci sembra evocare un reimparare a conoscere il mondo, gattonando, strofinando il pavimento con le mani coperte dal lungo abito bianco che l’avvolge. Non c’è però spazio per occhi spalancati e sorpresi come quelli che vediamo nelle nuove vite alle prese con quel che resta di questo mondo; questo è un inferno e, all’improvviso, sembra però essere diventato un night club – siamo verso la fine, gli OvO attaccano con l’ultimo brano, Miasma. Il ritmo cadenzato, il pianoforte che verseggia le sue poche note in un continuo loop. Come una marea sale e si stabilizza una ventata di noise – immaginate un vecchio disco che trasmette fruscio.

Canto Primo. Miasma Arsura, gruppo nanou + OvO. Ph credits [still video] Claudio Stanghellini
Canto Primo. Miasma Arsura, gruppo nanou + OvO. Ph credits [still video] Claudio Stanghellini

PERFORMANCE E PANDEMIA

I trentacinque minuti più che scorrere sembrano imporsi come un blocco, senza condizioni di possibilità, come un trauma che non può che ripetersi. Tra un’emergenza e un’altra, tra una storia e un’altra, negli spazi di sospensione dove non c’è più vuoto pneumatico ma ridondanza. Purtroppo, i due limiti evidenziati, l’eccessiva oscurità e l’impossibilità dell’impatto sonoro richiesto da determinate sonorità, investono le due dimensioni principali della performance, la coreografia e il suono, facendoci mantenere quella strana sensazione, tra frustrazione e speranza, quella di avere la possibilità in un futuro, il più vicino possibile, di essere investiti dal vivo da quel suono e guidati da quel corpo, per ritrovare una dimensione comune. Anche se non è più quella gioiosa degli anni de L’Attico, ne varrà sempre la pena.

Daniele Vergni

Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Daniele Vergni
Daniele Vergni, dottorando in Spettacolo presso Sapienza Università di Roma, si occupa di Performance Art e Nuovo Teatro Musicale in Italia, dell'immagine acustica (vocalità e sonorità) della scena teatrale secondo novecentesca. È redattore della rivista “Sciami|Ricerche”, membro del Gruppo Acusma e dell'équipe di ricerca di Nuovo Teatro Made in Italy, diretti da Valentina Valentini. Ha collaborato con “Alfabeta2”. Tra le sue pubblicazioni: “Nuovo Teatro Musicale in Italia (1961-1970)” (Bulzoni 2019) e “L’immagine sonora nel teatro di Tadeusz Kantor”, in L. Marinelli, V. Valentini, A. Vecchia (a cura di), “Politica dell’arte, politica della vita. Tadeusz Kantor fra teatro, arti visive e letteratura” (Lithos 2018).