Teatro. Necropolis di Arkadi Zaides nella versione digitale di Atlas of Transitions

È un omaggio alle migliaia di migranti che hanno perso la vita per raggiungere l’Europa “Necropolis”, l’opera del coreografo Arkadi Zaides presentata online nell’ambito della biennale Atlas of Transitions.

Arkadi Zaides, Necropolis, localizzazione della tomba di Emanuel Thomas Tout
Arkadi Zaides, Necropolis, localizzazione della tomba di Emanuel Thomas Tout

È venuto il tempo di scrivere e di pensare questo corpo nella lontananza infinita che lo fa nostro, che ce lo fa venire da lontano, da più lontano di tutti i nostri pensieri: il corpo esposto della popolazione del mondo”.
J-L. Nancy, Corpus

È stato trasmesso online Necropolis, del coreografo Arkadi Zaides, nell’edizione 2020 di Atlas of Transitions Biennale, dal chiaro titolo WE THE PEOPLE, curata da Piersandra Di Matteo per ERT in collaborazione con Mediterranea Saving Humans. Il lavoro si sofferma su diversi aspetti burocratici, medico-scientifici, sociologici, politici, in una parola umani, che riguardano la dolorosa questione delle morti dei migranti in rotta verso l’Europa. Un aspetto centrale della nostra contemporaneità, spesso passato sotto silenzio, riguarda le assenze che questi corpi vengono a creare, non solo quelle ovvie dei corpi non più vivi, ma quelle di soggettività innominabili – non conosciamo il nome del 95% di questi corpi, ci ricorda Zaides nel talk che ha seguito la messa in onda, coordinato da Piersandra Di Matteo. Così il coreografo bielorusso realizza una cartografia di queste morti senza nome cercando di ricostruirne i dati essenziali (nome, età, provenienza, motivo del decesso): una cartografia collettiva del lutto che diventa non solo strumento-archivio ma “rito e grido”, come giustamente sottolinea la curatrice della manifestazione.

NECROPOLIS DI ARKADI ZAIDES

Il progetto nasce dalla lettura della lista redatta da UNITED for Intercultural Action, network di attivismo antirazzista, che elenca gli oltre quarantamila – 40555 – migranti morti cercando di raggiungere l’Europa tra il 1993 e il 2020. L’Europa è Necropolis: per arrivarci devi morire, ci dice la voce narrante di Igor Dobricic. Così il coreografo e un gruppo di collaboratori hanno messo su una metodologia tesa a ricostruire queste assenze, a renderle degne di lutto. Hanno scandagliato database, archivi e autorità comunali, cimiteriali, ospedaliere, localizzando i luoghi in remoto, segnandoli, geolocalizzandoli, recandosi in loco e documentandoli attraverso smartphone nel momento della visita – restituitaci attraverso una ripresa soggettiva che vedremo diverse volte nello svolgimento del progetto. Proprio questa ripetitività – e ritualità – sembra azionare anche in noi quei passi. È l’incarnazione dell’azione effettuata in remoto che smuove altre corde, impregna le narici, affatica e smarrisce, paradossalmente, in un ritrovamento.
Dopo aver visto il narratore Igor Dobricic, che come un moderno Virgilio ci accompagnerà attraverso Google Earth in Necropolis, “navighiamo” nell’archivio dove incontriamo date di nascita e decesso, nomi e cognomi, motivi delle morti. Appaiono le passeggiate funebri solitarie degli utenti restituite dai contributi video realizzati nei cimiteri visitati, così da ricevere l’immagine reale di una mappa virtuale della memoria collettiva. L’incontro con i dati freddi e il corpo in movimento che incarna il progetto riescono a tirarci dentro a questa damnatio memoriae contemporanea che Arkadi Zaides cerca di risolvere, dandoci la possibilità di partecipare alla costituzione dell’archivio, invitandoci a un’azione concreta sul reale.

Arkadi Zaides
Arkadi Zaides

MEMORIA, CORPI, LUTTO E IDENTITÀ SECONDO ARKADI ZAIDES

Già con il progetto Archive (2014), Zaides ci aveva messo davanti alla ricognizione del presente, in un percorso che si muoveva tra database, corpo e violenza, partendo dai filmati realizzati dai partecipanti al progetto Camera di B’Tselem che dal 2007 forniscono dispositivi di cattura video ai palestinesi in Cisgiordania per produrre una documentazione sulle violazioni dei diritti umani. Se in Archive Zaides seleziona dall’archivio alcuni contributi video, anche questa volta girati in soggettiva, per riflettere sui corpi catturati dalla ripresa, sulle relazioni fisiche vissute tra corpi ripresi e operatori di cui riusciamo a cogliere solo i movimenti e le voci, in Necropolis l’archivio diventa la possibilità di restituire un’umanità negata e il viaggio funebre – in prima persona – appare attraverso una forma di embodiment.
Un momento che rimane impresso nella visita guidata all’archivio di Necropolis è quando il mouse ci trasporta verso le coste della Sicilia, dove il numero di bandierine che indicano i casi di decesso individuati aumenta vertiginosamente. La dimensione visuale non basta e ogni bandierina è una struttura a matrioska, cliccando su una si apre un territorio che ne contiene molte altre. Così lo svolgimento si fa prolisso donando al tempo della ricognizione funebre un suo peso specifico, denso. È il peso che i “morti viventi” – che siamo noi in quanto custodi di Necropolis – possono così cominciare ad avvertire, un inspessimento materiale quanto quello di questi corpi disfatti.

CORPI E RITUALI

Arriviamo così alla seconda parte, più breve. Su un tavolo illuminato vediamo un agglomerato che riconosciamo ma non vorremmo. Sono pezzi di corpi che Zaides cerca di separare e sistemare come in un rituale. Maneggia questa materia in decomposizione come una coreografia – “il corpo decomposto è già una coreografia”, ci ricorda Zaides nel talk. È una coreografia tra l’anatomo-patologo e l’azione affettiva che parte da movimenti delle mani e degli arti per tradursi in una impossibile sistemazione. Vengono in mente le parole di Jean-Luc Nancy: “Sono posti, deposti, pesati. Non ci può essere una materia intatta – altrimenti non ci sarebbe niente. Ci sono invece il tatto, il porre e il deporre, il ritmo dell’andare e venire dei corpi al mondo. Il tatto slegato, spartito da se stesso” (J-L. Nancy, Corpus (1992), trad. it. a cura di A. Moscati, Cronopio, Napoli 2014, p. 96). Senza nome non comparirà un volto ma uno scarto che trasforma l’assenza del nome e della vita in una presenza rituale, quella del lutto, e concreta, quella di una “cittadinanza postuma” nell’archivio di Necropolis.

Daniele Vergni

http://www.atlasoftransitions.eu/
http://arkadizaides.com/

Evento correlato
Nome eventoAtlas of Transitions Biennale
Vernissage02/12/2020 no, solo evento online
Duratadal 02/12/2020 al 07/12/2020
Generiperformance - happening, incontro - conferenza, teatro
Spazio espositivoARENA DEL SOLE
IndirizzoVia Dell'indipendenza 44 - Bologna - Emilia-Romagna
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Daniele Vergni
Daniele Vergni, dottorando in Spettacolo presso Sapienza Università di Roma, si occupa di Performance Art e Nuovo Teatro Musicale in Italia, dell'immagine acustica (vocalità e sonorità) della scena teatrale secondo novecentesca. È redattore della rivista “Sciami|Ricerche”, membro del Gruppo Acusma e dell'équipe di ricerca di Nuovo Teatro Made in Italy, diretti da Valentina Valentini. Ha collaborato con “Alfabeta2”. Tra le sue pubblicazioni: “Nuovo Teatro Musicale in Italia (1961-1970)” (Bulzoni 2019) e “L’immagine sonora nel teatro di Tadeusz Kantor”, in L. Marinelli, V. Valentini, A. Vecchia (a cura di), “Politica dell’arte, politica della vita. Tadeusz Kantor fra teatro, arti visive e letteratura” (Lithos 2018).