Mentre teatri e luoghi di cultura restano chiusi, i professionisti del settore tentano di continuare a produrre arte. Ma come? Ecco l’esempio del collettivo napoletano Cornelia Performing Arts.

Tutti vogliono produrre arte alla velocità della luce, tutti vogliono dimostrare, creare, diffondere. Poi c’è Cornelia, la vecchia signora che lotta per l’arte.
Fiumi di parole riguardo alle conseguenze della pandemia sul comparto artistico riempiono la stampa con il racconto di un confinamento forzato tra le mura di casa. La chiusura dei centri di cultura genera intorno al mondo dell’arte riflessioni che, ripetute all’infinito, finiscono per ripiegarsi su se stesse. Si è venuta a creare un’angosciante dimensione di sottovuoto per milioni di artisti che mettono in discussione il proprio ruolo e la propria posizione nel mondo del lavoro: un intreccio degno di un thriller psicologico fatto di sentimenti di rivalsa, di crisi identitarie, di blocco creativo dovuto alla demotivazione dilagante o, al contrario, di iperproduzione di contenuti spesso privi di spessore, perché mero risultato di un’esigenza creativa messa all’angolo e che in qualche modo cerca sfogo. In questo panorama quale può essere il ruolo della stampa di settore? Forse uno tra tanti potrebbe essere quello di cercare e mettere in risalto realtà emergenti della scena contemporanea che si ritrovano a vivere uno stop, un fermo proprio quando avrebbero dovuto raccogliere i frutti di un recente investimento economico ed emotivo.

LA STORIA DI CORNELIA PERFORMING ARTS

Cornelia Perfoming Arts è una di queste: fondata da 5 artisti campani – Nyko Piscopo, Nicolas Grimaldi Capitello, Leopoldo Guadagno, Francesco Russo ed Eleonora Greco –, mette insieme le competenze, i diversi registri stilistici, l’eterogeneità dei linguaggi dei membri fondatori e degli artisti associati creando lavori che fino a oggi, a un anno o poco più dalla fondazione, hanno trovato il favore di giurie e di pubblico. In una manciata di mesi hanno portato a casa riconoscimenti di tutto rispetto. KURUP, già vincitore di Danza Urbana XL 2019, è selezionato per il Ravenna Festival, Sleeping Beauty – work bitch  viene invece inserito nella sezione giovane danza d’autore del Festival Ammutinamenti, il Premio Giuria Popolare del Premio Roma Danza tocca invece al lavoro di video danza Threesome, progetto in stop-motion realizzato con una NIKON 5000 e 400 scatti e, degna di menzione, è poi la coproduzione – insieme a Biennale Danza – di Your Body is a Battleground per il coreografo associato Adriano Bolognino, vincitore di Biennale College Danza. Un riscontro così positivo in un lasso di tempo tanto breve non lascia spazio a dubbi: è solo l’inizio di qualcosa di realmente pensato, sentito, lavorato (il termine napoletano faticato forse rende di più l’idea), ispirato, qualcosa che viene diffuso e presentato e messo online soltanto quando ha raggiunto il livello di perfezione che il collettivo si è prefisso.

Cornelia Perfoming Arts, Le avventure di Corny
Cornelia Perfoming Arts, Le avventure di Corny

UN’IPERPRODUZIONE FINE A SE STESSA

I lavori di Cornelia danno in tutto e per tutto l’impressione di essere il risultato di un processo creativo lento e paziente, così come ogni perfezionista vuole che sia: ciò che oggi si è perso nella produzione artistica è infatti proprio la capacità di ruminare e ingoiare lentamente prima di una lunga e sana digestione. Tutti vogliono produrre arte alla velocità della luce, tutti vogliono dimostrare, creare, diffondere ed è così che il palcoscenico mondiale diventa il regno di bulimici in preda a una strana – e troppo spesso mortificante – ansia da esibizione (-ismo). È pur vero che in un contesto sociale come quello attuale, frutto di una contingenza storica da film di fantascienza, l’artista ‒ che più di chiunque altro avverte l’esigenza di comunicare con l’esterno attingendo dalla propria interiorità – si trovi spiazzato, abbandonato, sovraccaricato di emozioni che vengono rielaborate attraverso il proprio linguaggio (danza, musica, prosa) e che restano appese a un filo, sospese nel silenzio metaforico dei teatri chiusi. E quindi forse l’iperproduzione – troppo spesso fine a se stessa e utile solo all’ego ferito dell’artista – è più comprensibile che mai.
Anche in questo Cornelia ‒ the old lady who fights for art, così come si legge sul sito ufficiale ‒ ci ha saputo fare: è con la video performance Art is homeless, con protagonista Leopoldo Guadagno, che tutta la disperazione dell’artista viene fuori dallo schermo a soffocare il petto ispirando una reale e umana riflessione. Le parole e la musica della nota aria Vissi d’arte dalla Tosca di Puccini, la voce di una suprema Maria Callas, e poi l’intensità del testo e la ferocia del messaggio divengono il grido disperato e incredulo di ogni artista che non può e non deve accettare inerme la propria sorte. Tra i ricordi glitterati di spettacoli, un tempo puro godimento, s’insinua la dolce e sommessa tristezza di ricevere in cambio meno che nulla: l’indifferenza – di Dio o del Fato nel testo originale – della classe politica oggi.

Manuela Barbato

http://www.corneliaperformingarts.com/

Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Manuela Barbato
Giornalista pubblicista cresciuta nel mondo della danza, oggi si occupa principalmente di critica e s'interessa degli aspetti politici, sociali ed economici del settore arte e cultura nella città di Napoli. Consegue la laurea in Filosofia e il dottorato in Filosofia politica, realizza diverse pubblicazioni su riviste specializzate nel settore filosofico, concentrando i propri studi sul pensiero nietzschiano e su quello foucaultiano. Collabora con diversi web magazine ed è ideatore del format Filosofia e Danza/Filosofia e Arte. Ricopre il ruolo di direttore artistico per la sezione danza al Teatro Bellini di Napoli.