Legarsi alla foresta: il nuovo volto di Centrale Fies

La risposta del festival Drodesera all’emergenza globale si è tradotta in una programmazione serrata, che guarda al tempo presente e alla sostenibilità.

Centrale Fies Art Work Space. Photo credits Alessandro Sala. Courtesy Centrale Fies
Centrale Fies Art Work Space. Photo credits Alessandro Sala. Courtesy Centrale Fies

Drodesera ha abbandonato la dimensione di festival per espandersi in un formato XL che a breve riprenderà la programmazione on e off line. La manifestazione, allo scoccare del suo 40esimo anno, si è rigenerata con una svolta, sottraendosi alle celebrazioni in forma iperbolica, dilatandosi temporalmente e contraendosi geograficamente. Si è legata alla montagna ‒ parafrasando Maria Lai ‒ o meglio alla foresta, affermando con il progetto Hyperlocal l’interesse verso una prospettiva locale che, nella visione internazionale della direzione artistica, rimane connessa, aperta e radicata nel presente.

IL PROGRAMMA DI DRODESERA

La programmazione, suddivisa per capitoli in una trama che intesse arte, curatela, performance, è stata pensata per svilupparsi in progress fino alla primavera 2021.
Nel secondo weekend della sezione estiva, il programma, nato a partire dal festival, è stato cucito con organicità presentando alcuni dei lavori più interessanti della manifestazione.
Di notte e foreste, di animali e alture, di cattività e fragilità ha parlato da angolature diverse il suo palinsesto: nella dimensione lunare della mostra Storia notturna a cura di Simone Frangi e Denis Isaia, nell’impatto visivo ed emozionale dell’installazione di OHT, 19 luglio 1985, come nel programma dislocato tra la rete e il locale INBTWN In Between a cura di Claudia D’Alonzo, in  cui si sono attraversate notti e foreste urbane, sonorità oscure e umide, attraverso una prospettiva transfemminista, nell’invito ad Ascoltare Attraverso.
Nel percorso nato dalla collaborazione tra Elena Biserna, ricercatrice e curatrice, e Anna Raimondo, ricercatrice e artista, l’ascolto, inteso come pratica intima e collettiva è stato lo strumento privilegiato, che ha avuto luogo nella sede fisica di Centrale Fies e contemporaneamente nella rete, grazie alla collaborazione con Radio Virus, web radio di MACAO. Nella dislocazione, nell’accostarci a una nuova forma di prossimità e relazione trova forza il progetto curatoriale di INBTWN In Between, che continuerà nei prossimi mesi conducendoci nelle fluttuazioni delle soglie tra lo spazio intimo e quello pubblico, tra il confine e l’aperto, tra il qui e ora e l’ubiquità della rete, tra il corpo fisico e quello digitale.
A queste atmosfere e alle pratiche di ascolto hanno fatto eco i lavori in fase di debutto: Cordata di Chiara Bersani, concepito nella solitudine del lockdown, e gisher di Giorgia Ohanesian Nardin, un’indagine poetica, filmica e performativa sulla lunga notte dell’Armenia, che soprattutto nella parte testuale appare come confessione sussurrata,  radicata e issata potentemente nella biografia dell’artista.

Mali Weil, Forests. Photo Roberta Segata. Courtesy Centrale Fies
Mali Weil, Forests. Photo Roberta Segata. Courtesy Centrale Fies

FORESTS / ULEARNING DI MALI WEIL

In tale contesto ha debuttato Forests | Unlearning di Mali Weil, lavoro esemplare di una riflessione performativa, politica, ecosistemica. È un’esperienza di sogno politico quella proposta dal collettivo trentino, che esplora l’immaginario sotteso alla parola Foreste, analizzandone il costrutto culturale e giuridico. E così, nello spazio aperto davanti alle montagne di Dro a Centrale Fies, come in una piattaforma galleggiante, Mali Weil ha invitato gli spettatori a sdraiarsi, come nelle antiche incubatio della Grecia classica, a sostare e sospendersi tra la veglia e il sonno in attesa di un incontro. Tra cuscini, stendardi, pupazzi polimorfi di pezza (Companions series), creature dello Chtulhucene, bambini e bambine insieme a voci narranti, in capitoli diversi, hanno disseminato riflessioni e visioni sull’immaginario della foresta, di quello spazio degli esclusi, topos della sospensione dal diritto, per definizione spazio del fuori, dell’invisibilità, della sfera notturna.
Come nota il filosofo Emanuele Coccia, “il nome foresta (dal latino foris, cioè fuori) che ci ostiniamo a pensare come la casa naturale degli esseri naturali, è solo l’espressione di una ‘forclusione’: è il luogo in cui si raccolgono gli esclusi, gli esiliati dalla città. Foresta, andrebbe tradotta, letteralmente con ‘campo profughi’”.
Forests | Unlearning pluralizza così la sua iconografia, trasformando visioni fiabesche in immagini giuridiche, attraverso indagini antropologiche, storiche e biologiche, che ci conducono nella dimensione del diritto, nella riflessione sull’esercizio della sovranità.
Che cosa sia la foresta è la prima domanda su cui ci accolgono le voci di Forests, invitandoci a immaginare, a fare dell’immaginazione un esercizio poetico e politico collettivo, attraverso evocazioni che sgretolano la costruzione culturale del nostro apparato iconografico, rivelandone nuovi aspetti. Così la foresta si manifesta, apparendo non solo e non tanto come contesto esotico o naturale, polifonia vivente di alberi, animali, ma come città espansa, o meglio come un’espansione del concetto di città dove si esercita la deroga dal diritto, dove vivono e convivono gli espulsi: un comune spazio politico dove, insieme alle piante, donne, uomini lupo, banditi, bestie vagano, si ritrovano, mettono in scena rituali.
Nel racconto di Mali Weil “la foresta è dunque fucina di relazioni politiche con l’alterità: essa svela quel principio magico-linguistico che ci assoggetta a nozioni come umano, stato, natura, cittadinanza”.

Mali Weil, Forests. Photo Roberta Segata. Courtesy Centrale Fies
Mali Weil, Forests. Photo Roberta Segata. Courtesy Centrale Fies

PERFORMANCE E STORIA

Forests ne riporta la performatività intrinseca, in un allenamento al disapprendimento, da cui l’”Unlearning” del titolo, compiendo una riflessione sulla pedagogia radicale come pratica di distanziamento progressivo dai processi educativi di tipo urbano-centrico in favore dell’esperienza onirica, magica, relazionale e politica. L’analisi storica, antropologica, botanica, connette ere, geografie, latitudini: ci avvicina alle pratiche misteriche degli Yanomami, ci racconta del Settecento inglese, in cui la foresta viene bandita attraverso l’istituzione del Black Act, tracciando una linea netta tra chi vi vive e vi si nasconde e la città. Narra anche della breve vita della Charter of the Forest (1217 d.C.) che proclama i diritti di every free man (in epoca feudale, i soli contadini liberati dalla servitù), mentre protegge i beni comuni, imponendo limiti alla privatizzazione.
Come nota Antonia Alampi nella monografia su Mali Weil recentemente pubblicata all’interno della collana ADAC dal MART di Rovereto, emerge un possibile ruolo dell’arte, quello del “re-significare e re-interpetare concetti spesso completamente fraintesi, ricostruendone la genealogia e soprattutto ricontestualizzandoli e risignificandoli anche attraverso strumenti come l´affettività e l’emotività”.
E così dal processo polifonico di Forests, che appare per episodi e cluster, sembrano aprirsi e dilatarsi riflessioni che si ancorano in forme tentacolari nelle visioni citate del programma di XL e che ricuciono e rinsaldano il nostro immaginario in termini politici e poetici alla natura, alla montagna, al nostro agire in questo tempo.

OHT, 19 luglio 1985. Photo Roberta Segata. Courtesy Centrale Fies
OHT, 19 luglio 1985. Photo Roberta Segata. Courtesy Centrale Fies

19 LUGLIO 1985 DI OHT

L’impegno di Centrale Fies in questo senso appare paradigmatico e si evidenzia anche nella coproduzione di 19 luglio 1985 – una tragedia alpina di OHT, con la regia di Filippo Andreatta, un’installazione che evoca il lutto potente che ha coinvolto la regione per la catastrofe che spazzò via la val di Stava nella data riportata dal titolo.
Nel candore, che richiama l’immane colata di fango, un cimitero di alberi sospende il tempo e consegna la traccia della hybris umana nei confronti del paesaggio alpino, portando alla luce, in forma spettrale e sublime, i fantasmi di una memoria storica, politica, che è ancora onta, dolore, ferita e allo stesso tempo monito per il presente.
Hyperlocal dunque affronta un cammino corale di impegno civico legato alla fragilità della sopravvivenza su questo pianeta: senza entrare nelle semplificazioni di certi percorsi partecipativi e relazionali, colloca il suo agire nell’esperienza estetica, nella forza della sua presenza nel territorio, da cui traccia l’espansione del suo nuovo percorso.  Si ripartirà a settembre con un nuovo capitolo di INBTWN che presenta Julien Prévieux, What Shall We Do Next? e che proseguirà a ottobre con Bondone di Mara Oscar Cassiani.

Maria Paola Zedda

Dati correlati
Spazio espositivoCENTRALE FIES
IndirizzoLocalità Fies 1 - Dro - Trentino Alto Adige
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Maria Paola Zedda
Curatrice ed esperta di performance art, danza e arti visive, rivolge la sua ricerca ai linguaggi di confine tra arte contemporanea, danza, performance e cinema. Ha lavorato come assistente e organizzatrice per oltre un decennio nelle produzioni della Compagnia Enzo Cosimi e come performer indipendente ha ottenuto importanti riconoscimenti quali la Menzione Speciale del Premio Equilibrio 2009. Dal 2011 cura e dirige festival e manifestazioni legate ai linguaggi del contemporaneo (Istantanee – visioni di danza e performance, Across Asia Film Festival, Across the vision FIlm Festival), collaborando con prestigiose istituzioni tra cui MAXXI – Museo Nazionale delle Arti del XXI Secolo, Musei Civici di Cagliari, Hanoi Doc LAb – Goethe Institut. Nel 2015 ha diretto il programma artistico di Cagliari Capitale Italiana della Cultura (MiBACT, Comune di Cagliari) e il programma di arte pubblica Space is the Place.