La danza saluta Ezio Bosso, il suo più grande compositore contemporaneo

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Il sodalizio del maestro Ezio Bosso con la danza contemporanea ha inizio nei primi Anni Novanta, quando incontra la sensibilità della danzatrice e coreografa Paola Bianchi, ma è l’incontro con l’estro del regista e coreografo Roberto Castello a far conoscere la musica di Bosso al grande comparto coreutico internazionale.

È come se d’improvviso ci fossimo ritrovati tutti fermi, immobili, con la sola possibilità di guardare indietro, perché nuova musica non ce ne sarà più: sorprese, doni, progetti tutto si ferma per sempre e improvvisamente si è tutti costretti a dire addio all’uomo e alla sua carne per dare il benvenuto alla magia dell’assenza. Ezio Bosso (Torino, 1971‒ Bologna, 2020), soltanto a scriverlo il suo nome evoca emozioni in chi la sua musica l’ha amata, sentita nello stomaco, ascoltata fino a farla propria. La sua curiosità e la necessità che aveva di fare musica “insieme” hanno fatto in modo che l’universo astratto delle note intrecciasse quello tangibile della danza.
Improvvisamente la sua fama travalica i confini nazionali e lo rende il compositore più desiderato dai coreografi di tutto il mondo.

EZIO BOSSO E LA DANZA

Il sodalizio del maestro con la danza contemporanea ha inizio nei primi Anni Novanta quando incontra la sensibilità della danzatrice e coreografa Paola Bianchi e con lei dà vita a Flautus (1994) e 6 Novembre 1994 (1995). Il lavoro che ne deriva è entusiasmante, ma lo tiene ancora chiuso in un ambito nazionale. È l’incontro con l’estro del regista e coreografo Roberto Castello a far conoscere la musica di Bosso al grande comparto coreutico internazionale. La creazione scaturita dalla loro collaborazione, The Breath of the Thramp (1997), racconta con il linguaggio tipico di Castello ‒ quello dell’improvvisazione strutturata ‒ la sensazione del sentirsi fuori luogo, dell’arrivare fuori tempo massimo, dell’essere tutt’altro che “al posto giusto nel momento giusto”, il frutto di un’esigenza creativa che in qualche modo cerca d’interpretare il sentimento degli outsider tra il senso di ribellione e quello di solitudine.
Il salto è fatto, Castello, la cui danza fuori degli schemi è apprezzatissima in tutta Europa, è il mezzo mediante cui la musica di Bosso conquista irrimediabilmente i coreografi di spessore internazionale. È l’inglese Christopher Wheeldon a chiedergli per primo di lavorare a una nuova produzione: nel 2008 nasce un piccolo capolavoro neoclassico, Within the Golden Hour, per il San Francisco Ballet sulle note originali di The Sky seen from the Moon di Ezio Bosso: è un successo senza precedenti, che vede il sodalizio tra due mostri sacri della danza e della musica e dà inizio a qualcosa di nuovo e di magico tanto che nel 2016 lo spettacolo va in scena alla Royal Opera House di Londra entrando a far parte del repertorio del Royal Ballet. In questa creazione per archi Bosso conquista tutti e lascia libera interpretazione al cuore che ascolta e che riconosce le sue note come tragiche e struggenti o al contrario irrimediabilmente gioiose e ubriache di speranza. A partire da questa esperienza entusiasmante e di successo il compositore e il coreografo daranno vita a diverse creazioni prodotte dal Sadler’s Wells Theatre – London’s Dance House, portate in scena da artisti del calibro dei Balletboyz (Moments, 2006), OxanaPachenko, Amy Hollingsworth e Edward Watson (AmOx, commissionata per il gala di riapertura alla Royal Festival Hall nel 2008).

Rafael Bonachela ed Ezio Bosso. Photo A. Sgambati
Rafael Bonachela ed Ezio Bosso. Photo A. Sgambati

IL LUNGO SODALIZIO CON BONACHELA

Ma è con la Sydney Dance Company e con il suo coreografo di punta Rafael Bonachela che Ezio Bosso lavora per anni dando vita a lavori coreografici d’indescrivibile intensità, il cui principale veicolo empatico tra il movimento sublime in scena e lo sguardo attento del pubblico è proprio la musica del talentuoso compositore scomparso. I titoli di successo sono molti, LandForms (2011), We unfold (2009), The Land Of Yes and The Land of No (2009), ma è con 6 Breaths (2010) che il sodalizio dà il meglio di sé e viene alla luce quello che si potrebbe definire “the masterpiece”. Un’indagine sui diversi respiri che caratterizzano e scandiscono l’esistenza umana, di cui il coreografo racconta: “Ricordo di essermi seduto in uno studio di registrazione nella leggendaria Abbey Road di Londra ad ascoltare la musica per ‘6 Breaths’ eseguita da musicisti scelti dalle migliori orchestre di Londra. Era la prima volta che potevo essere presente a una registrazione dal vivo in cui guardavo Ezio dirigere’ First Breath’, ‘Crying Breath’ e ‘Under One’s Breath’. Lo stesso Ezio era in trance nel dare alla luce la sua stessa creazione, le sue mani, le sue braccia e ogni sua parte del corpo incarnava la sua musica, respirando come se fosse posseduto da uno spirito. Se puoi pensa ai violoncelli come ai polmoni che poi Ezio fa respirare per la prima volta. Mi tolse il respiro. È stato un momento che non dimenticherò mai”.
La malattia ha lasciato intatti un animo sensibile e una mente geniale, ma il corpo risultava stanco e sempre più debilitato.
Risale a due anni fa l’invito del Teatro Bellini di Napoli, con cui collabora chi scrive in veste di curatrice della danza, a Ezio Bosso per lavorare a una nuova produzione di danza, a cui il maestro rispose con infinita dolcezza: “Manuela, ne sarei felicissimo ma non ho davvero le capacità per permettermi una nuova produzione, non darei abbastanza. Grazie davvero di cuore”. Quel “non ho le capacità” era quanto di più triste potessimo aspettarci: genialità, passione, talento frantumati e polverizzati dalla stanchezza della malattia. Il mondo della danza saluta uno dei più grandi compositori contemporanei che ha avuto la delicatezza e l’entusiasmo di non restare solo una colonna sonora ripetuta all’infinito, ma di creare un nuovo paesaggio musicale, di produrre musica ad hoc per il mondo della danza restando così cristallizzato in creazioni che vivranno per sempre.
La partitura musicale ci insegna proprio questo, tutti davanti allo spartito diventiamo piccoli e uguali, dottoroni e operai. Beethoven, Brahms, nessuno è svantaggiato, preferito, agevolato. Siamo uguali e abbiamo uguali potenzialità. La musica mi ha regalato una vita meravigliosa, che secondo certi stilemi non avrei dovuto vivere. Il figlio di operaio fa l’operaio, questo mi sono sentito dire sin da bambino. E la musica ha abbattuto anche questo pregiudizio idiota. Che però ancora c’è. Quindi intanto in generale la musica ha il potere di liberare” (queste parole di Ezio Bosso sono tratte dall’intervista di Ofelia Sisca per Artribune del 29 aprile 2020)

Manuela Barbato

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AutoreEzio Bosso
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Manuela Barbato
Giornalista pubblicista cresciuta nel mondo della danza, oggi si occupa principalmente di critica e s'interessa degli aspetti politici, sociali ed economici del settore arte e cultura nella città di Napoli. Consegue la laurea in Filosofia e il dottorato in Filosofia politica, realizza diverse pubblicazioni su riviste specializzate nel settore filosofico, concentrando i propri studi sul pensiero nietzschiano e su quello foucaultiano. Collabora con diversi web magazine ed è ideatore del format Filosofia e Danza/Filosofia e Arte. Ricopre il ruolo di direttore artistico per la sezione danza al Teatro Bellini di Napoli.