Si intitola “Padre nostro” il lavoro di Babilonia Teatri presentato al “Festival B.Motion” di Bassano del Grappa.

I Babilonia Teatri tradiscono comodi traguardi e facili approdi per ripartire da micro sperimentazioni parallele o spesso divergenti, con modifiche infra-sottili a quella struttura di base che li rende riconoscibilissimi. È il caso di Padre nostro visto al Bmotion di Bassano. Pensavamo che con Calcinculo la compagnia avesse deciso di tracciare una nuova strada di contaminazione tra musica e parola, invece no. Padre nostro toglie ridondanza, elimina gli eccessi, asciuga i manierismi e lascia sul palco: tautologia, scarto e empatia. Va detto anche che la strada è più in salita che in passato, il teatro non è gremito come per le precedenti scorribande del gruppo veronese.

LA TAUTOLOGIA

Copia e ripetizione si annullano nella sovrapposizione di un padre e due figli che parlano di paternità e figliolanza. Maurizio, Olga e Zeno Bercini sono realmente padre e figli. Ma tra finzione e oggettività s’insinua uno scarto della percezione. Da tempo i Babilonia hanno risolto il divario tra attore e attante a favore del secondo: un recitato sporcato, e anti-classico, anti-accademico e spesso (per fortuna!) auto-ironico. Questa volta il contenuto-manifesto su cui lavorano Valeria Raimondi ed Enrico Castellani risiede nel passaggio, in quel fra, quello spazio d’ambivalenza tra vita e teatro, tra famiglia reale e famiglia stereotipica. Il tema è quello della paternità responsabile, paternità auspicata, paternità presente e cosciente a se stessa. Ma ciò che sul placo si declama nei modi dei Babilonia non è un prelievo dal reale né un suo doppio, o meglio è questo e altro contemporaneamente. Vediamo la realtà nuda e cruda, ma sentiamo la forma della fiaba (Hansel e Gretel); riconosciamo il reale ma percepiamo che in esso si mimetizzano estensioni provenienti da altre forme, la pittura ad esempio: il Padre è una sorta di Sant’Andrea caravaggesco, poco nobile, nudo alla meta finale. Tutto diventa immagine e dobbiamo compiere lo sforzo di mettere a fuoco l’etica che si nasconde sotto l’iconografia pop della “famiglia tipo”.
La tautologia ci chiede uno sguardo attento alla dicotomia tra la violenza verbale e la debolezza di chi se ne fa portavoce, la presunta potenza del padre e la sua reale debolezza.

Babilonia Teatri, Padre nostro. Photo Francesca Marra
Babilonia Teatri, Padre nostro. Photo Francesca Marra

LO SCARTO

Il materiale drammaturgico qui non è ricco come in altri lavori dei Babilonia Teatri. Lo testimoniano anche gli oggetti: un candeliere da Chiesa, una coppa da trofeo, un cane che faticosamente arranca sul palco. Dalla produzione cannibalesca e pantagruelica dei precedenti spettacoli arrivano scarti transizionali, rimandi perduti. Sono metonimie anch’esse fragili. Qualche sussulto di anti-clericalismo, qualche balbettio sull’ipocrisia del popolo veneto “tutto taverna, cucina e giardino in cui giocare stupidamente col cane”. Gli oggetti sono schizzati fuori dall’orbita della spettacolarizzazione della merce. Una nudità disarmante tesse gli interstizi tra le parole e i corpi. Immagini orfane di senso si accampano sul palco pronte per essere incastrate in una narrazione dal sapore antico come la fiaba di Pollicino perduto nel bosco della vita. Il pubblico può ancorarle al proprio vissuto. Vedere un uomo in pigiama è una immagine disancorata da agganciare a un affresco esperienziale, basso. Cioè, tutti si sono presi cura o si prenderanno cura di un padre facendogli – prima o poi ‒ indossare un pigiama.

L’EMPATIA

I fucili puntati dai figli sul padre non generano assolutamente stati di allerta. Il figlio intona un rap, ma non c’è il sarcasmo che abbiamo sentito in Calcinculo. Nessuna empatia. La dimensione del palco brechtianamente separato dalla platea viene virtualmente ricucita con la ripetizione dello stesso brano musicale. Sul palco il padre è un corpo morto e gli organi facili metafore del loro ruolo sociale. Su un tavolo da autopsia i figli vivisezionano il corpo del padre. La lezione di anatomia è una lezione impartita a un genitore che ha la bocca cucita dallo scotch. Ecco l’aspetto interessante, l’infra-sottile che ritorna: il Padre subisce la rivolta dei figli che forse non sanno che prima o poi toccherà anche a loro. Uno scambio di ruoli, uno scambio di scena destinato a essere infinito.

Simone Azzoni

http://www.babiloniateatri.it/

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Simone Azzoni
Simone Azzoni (Asola 1972) è critico d’arte e docente di Storia dell’arte contemporanea presso lo IUSVE. Insegna inoltre Lettura critica dell’immagine e Storia dell’Arte presso l’Istituto di Design Palladio di Verona. Si interessa di Net Art e New Media Art e Art marketing tips. Ha curato numerose mostre all’Arsenale di Verona tra cui Mokka, Mistral, e La Sedia. Docente di lettere presso la scuola secondaria è critico teatrale per riviste e quotidiani nazionali (L’Arena, Sipario, Drammaturgia). È autore di seminari di Lettura critica dello spettacolo presso l’Università di Verona. Organizza rassegne teatrali di ricerca e sperimentazione con La Fondazione Teatro Nuovo di Verona e da tre anni è co-direttore artistico di Theatre Art Verona. Tra le pubblicazioni recenti, per la casa editrice Universitaria è uscito "Frame – Videoarte e dintorni". Per Fondazione Aida, è autore di testi teatrali rappresentati a Parigi, New York e attualmente in tournée.