Drodesera Festival 2019. Intervista alla direttrice artistica

Barbara Boninsegna fondatrice e curatrice di Drodesera, fa il punto sul progetto arrivato al suo trentanovesimo anno di vita. Sullo sfondo di Dro, in provincia di Trento.

Ivana Müller, Conversations. Photo © Rolf Arnold
Ivana Müller, Conversations. Photo © Rolf Arnold

Trentanovesima edizione per Drodesera, il festival dedicato alle performing arts. Preview il 30 giugno con Anagoor e la loro Orestea/Agamennone, Schiavi, Conversio.
Dal 19 al 21 luglio va in scena Live Works vol.7, piattaforma di ricerca e di produzione.
Dal 24 al 27 luglio il festival entra nel vivo con quattro giorni dedicati alle performing arts. Ricchissima la proposta, tra i nomi noti ai più, oltre ai già citati Anagoor, Chiara Bersani, CollettivO CineticO, Cosmesi, Dewey Dell, Marco D’Agostin, Michele Rizzo, Alessandro Sciarroni, Cristina Kristal Rizzo e Silvia Costa. E poi le opere selezionate per la Free School of Performance e quattro guest performer: Invernomuto, Juli Apponen, Trajal Harrell e Sofia Jernberg.
La direzione artistica è di Barbara Boninsegna, anche fondatrice della rassegna insieme a Dino Sommadossi. Accanto a lei, nella cura delle diverse sezioni del festival, Filippo Andreatta, Simone Frangi, Denis Isaia, Sara Enrico, Alma Söderberg.
Tema di quest’anno l’Ipernatural, definito così dalla Boninsegna: “Ipernatural indica una miscela biologica di morfologie ibride di organismi viventi e fossili. Riscrive le regole tassonomiche, slargando i confini del reale. Ipernatural è il contesto culturale e politico dell’immaginario che vogliamo praticare. È anche un aggettivo predisposto a nuove nature: una realtà mutevole in netta opposizione all’ordine precostituito. Il titolo di questa nuova edizione del festival è un nuovo movimento dello sguardo, uno zoom su un particolare delle mappe disegnate nelle due precedenti edizioni di Supercontinent e Supercontinent2, dove il contesto artistico non si mimetizza più, non accetta più di nascondersi dentro forme codificate ma riafferma la molteplicità e aspira all’alta visibilità. Un essere delle arti performative, agenti sperimentali del rappresentativo e dello sperimentale, pronti a mescolare piani e ad agire nel profondo. Mescolare quello che vive intorno a noi e quella che è la forma di vita all’interno della Centrale. Il nostro modo di porci nella multidisciplinarietà”.

Gisèle Vienne, Crowd. Photo © Estelle Hanania
Gisèle Vienne, Crowd. Photo © Estelle Hanania

L’INTERVISTA

A proposito di Bandi: condizionano la creatività?
Non quelli a cui abbiamo avuto la possibilità di accedere: abbiamo avuto la fortuna in questi anni di appartenere a due reti che sono molto simili a noi, per cui prima di formulare il bando si decide che bando fare e insieme se ne decidono le direttive e le modalità.

Come accompagnare negli anni i germogli creativi senza che questo diventi ripetizione o riproposizione delle medesime cose?
Con la cura, è sempre un accompagnare e un accompagnarsi negli anni attraverso i cambiamenti reciproci. È avvenuto con Sotterraneo, con Anagoor e Marta Cuscunà, avverrà con molti altri.

Qual è la collocazione geo-estetica di Dro? E come avete costruito e mantenuto questa identità?
Siamo ai confini dell’impero, questo è il nostro limite e la nostra forza, siamo al centro di tante traiettorie, possiamo vedere cosa c’è al di fuori. Ora, dopo una tempesta meteorologica, sulla facciata della Centrale campeggia una nuova insegna: to be or not to be. Ecco, per noi identità è interrogarsi sempre sul concetto di identità con la necessità poi di superarla.

Dro è tra le montagne, una posizione rialzata, un punto di vista, un osservatorio. Cosa vedete da lì?
Si stanno avvicinando i quarant’anni di festival e i vent’anni di Fies. Molto è passato da qui. Abbiamo avuto la fortuna di leggere i cambiamenti e vederne molti. Ci siamo chiesti cosa farne. Ci piacerebbe fare una lettura per categorie e criteri. Abbiamo dell’oro in mano. Potremmo essere non solo osservati ma anche un osservatorio messo a disposizione di altri. Mi piacerebbe che la Centrale diventasse un luogo della ricerca non solo per noi, ma per tutti.

Sono inevitabili, in una lunga storia, le rinunce. Cosa a oggi ritieni irrinunciabile per Fies?
L’indipendenza nelle scelte, in tutto.

Anagoor, Orestea Agamennone, Schiavi, Conversio. Photo Giulio Favotto
Anagoor, Orestea Agamennone, Schiavi, Conversio. Photo Giulio Favotto

La pratica curatoriale da qualche anno si è espansa, forse diffusa, ma per Dro è meglio dire “condivisa”?
Da sempre noi accompagniamo e coltiviamo. Siamo un paese di agricoltori, noi qui coltiviamo progetti. Quando siamo partiti con la Factory abbiamo pensato che gli artisti avessero bisogno di tempo per dedicarsi alla creazione con più serenità. Fa parte del nostro essere osservatorio: vivere isolati, ma con Live Works la curatela diventa anche una curatela artistica e organizzativa. Per noi è fondamentale ed essenziale non essere soli e confrontarsi con gli altri. Collaborare in tanti, portare idee diverse fa crescere. Difficilmente mi penso come donna sola al comando. Fa parte dell’osservatorio, vivere isolati ma centrali. Da soli si muore.

Quale sarà l’orbita della vostra futura ricerca, il perno delle prossime edizioni?
Ci sembra di vivere giorno per giorno la trasformazione di questo mondo. Ogni mattina discutiamo su ciò che sta accadendo attorno a noi. Ci piacerebbe che Fies potesse essere aperta al pubblico anche nelle riflessioni quotidiane per e con gli artisti ospitati, insieme ai quali condividiamo la ricerca e i percorsi. Costruire un format che preveda la condivisione degli strumenti, per esempio, anche con gli studenti.

Indicaci una scintilla nel firmamento che diventerà una stella.
L’Ipernatural, questa mescolanza, l’ibrido, il trans-generazionale e artistico, il trans-disciplinare e il trans-umano. Invito a curiosare su ciò che potrebbe nascere, non sempre da una sola persona ma da una mescolanza di artisti, studiosi, curatori. Forse non sono più i tempi per cercare l’artista del futuro, c’è una generazione molto colta di ragazzi che studiano molto. Non è vero che i giovani non hanno urgenze o esigenze. C’è un mondo che si muove in maniera orizzontale tra le pratiche non solo artistiche. E questo è molto bello.

E nel cartellone di quest’anno?
Ogni lavoro presente è frutto di un percorso di scelta complesso che dura un anno intero, a voi la scoperta.

Simone Azzoni

www.centralefies.it

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Simone Azzoni
Simone Azzoni (Asola 1972) è critico d’arte e docente di Storia dell’arte contemporanea presso lo IUSVE. Insegna inoltre Lettura critica dell’immagine e Storia dell’Arte presso l’Istituto di Design Palladio di Verona. Si interessa di Net Art e New Media Art e Art marketing tips. Ha curato numerose mostre all’Arsenale di Verona tra cui Mokka, Mistral, e La Sedia. Docente di lettere presso la scuola secondaria è critico teatrale per riviste e quotidiani nazionali (L’Arena, Sipario, Drammaturgia). È autore di seminari di Lettura critica dello spettacolo presso l’Università di Verona. Organizza rassegne teatrali di ricerca e sperimentazione con La Fondazione Teatro Nuovo di Verona e da tre anni è co-direttore artistico di Theatre Art Verona. Tra le pubblicazioni recenti, per la casa editrice Universitaria è uscito "Frame – Videoarte e dintorni". Per Fondazione Aida, è autore di testi teatrali rappresentati a Parigi, New York e attualmente in tournée.