La terra dura e magmatica di Petranuradanza

La voce della terra è l’archè; nel magma il mito, la potenza e l’armonia; nel flusso soave dell’acqua il sognatore. Il viaggio, la paura dell’ignoto, poi l’approdo a una terra sconosciuta che si configura come “Sciara”, terra dura e arida in cui riporre la speranza di ritrovare la complicità della propria storia. È la Sicilia dei coreografi Salvatore Romania e Laura Odierna.

Salvatore Romania e Laura Odierna, Sciara. Photo Serena Nicoletti
Salvatore Romania e Laura Odierna, Sciara. Photo Serena Nicoletti

È un magma ribollente di pietra lavica quello che udiamo, alimentato da rossi bagliori che lambiscono una distesa di stoffa nera da cui fuoriescono tre figure umane a torso nudo. A prorompere per primo è Prometeo, l’eroe incatenato che, ribellandosi a Zeus, dona il fuoco all’umanità, il dio filantropo, amico dell’uomo, capace di frapporsi tra l’ingiusta “giustizia” del Padre degli dei e l’umanità, di soffrire per lei e per il suo progresso. Emerge con movimenti oscillanti, con le braccia che esplodono come frecce, indicare una direzione, avvistare mondi. Danza, a tratti, all’unisono con le altre due figure risvegliatesi dopo tempo sulla musica di Debussy, per poi liberarsi e scomparire mentre le sonorità del canto greco del Prometheus di Carl Orff, mixate al canto difonico di Stimmung di Stockausen ‒ opera che evoca divinità e mondi lontani ‒, ci avranno immerso in una terra arcaica aspra e desolata: “un caos sublime, un luogo dove potersi smarrire e poi ritrovarsi”. È la Sicilia di Salvatore Romania, coreografo e danzatore della compagnia Petranuradanza, l’humus dal quale egli attinge per la sua poetica e potente creatività.

Salvatore Romania e Laura Odierna, Sciara. Photo Serena Nicoletti
Salvatore Romania e Laura Odierna, Sciara. Photo Serena Nicoletti

LO SPETTACOLO

Sciara, titolo del nuovo spettacolo firmato con Laura Odierna (debutto a Scenario Pubblico di Catania, produzione A.C. Megakles Ballet), nasce da un’approfondita ricerca e da una robusta conoscenza culturale, musicale e storica, tradotta in una coreografia fatta di movimenti che si avvolgono e svolgono in un’onda rigorosa e dinamica dalla prorompente fisicità emozionale. Divisa in quattro quadri, la creazione segue una linea immaginifica che apre a molteplici visioni con rimandi a riti e a simboli di un mondo ancestrale e presente. Tra queste un portentoso groviglio di gambe saldamente intrecciate a terra, di tre corpi che compongono una Trinacria mossa dal capo della figura centrale. Il gesticolare di braccia, mani e teste, l’aprirsi e chiudersi come una medusa, rannicchiati e disarticolando i busti, diventa un meraviglioso linguaggio di segni e di sguardi, un vocabolario non verbale attinto dalle descrizioni che ne fa lo scrittore Giuseppe Pitrè in un libro con riferimento alla vivace gestualità del popolo siciliano. Quel corpo uno e trino, infine, scomponendosi e ricomponendosi dentro un quadrato di luce, lascia posto ad altre visioni. Come il fluttuare dentro riflessi acquatici di una danzatrice, che immaginiamo essere Colapesce, la cui leggenda lo vuole scomparire negli abissi marini a sorreggere una delle tre colonne consumate dal fuoco dell’Etna, per evitare lo sprofondare dell’isola.

Salvatore Romania e Laura Odierna, Sciara. Photo Serena Nicoletti
Salvatore Romania e Laura Odierna, Sciara. Photo Serena Nicoletti

MASCHERE E ATTUALITÀ

A interrompere la forza della sequenza è, nel buio, un violento colpo di percussioni (music live del percussionista Alessandro Borgia, flauti e sax di Carlo Cattano, musica elettronica di Salvo Amore) e l’apparizione dei cinque interpreti con il volto coperto da maschere grottesche di pregiata fattura artigianale (realizzate dallo stesso coreografo, sono ispirate alle maschere della Settimana Santa che si celebra in un piccolo paese del messinese) che, con efficacia antropomorfica, riproducono l’essenza demoniaca. Avanzano in diagonale, a piccoli passi, compatti, con movenze plastiche che esplodono fino allo sbalzare fuori dal gruppo di uno di essi. Procedendo a scatti, gattonando a terra, con voce suadente e guardando il pubblico, egli sciorina un’ironica invettiva che, attingendo dalla legge della Line ispection americana sugli emigranti sbarcati a Ellis Island, mette in guardia, con inevitabile rimando al nostro tempo, dai “topi che arrivano dal mare, con il coltello in bocca. Rubano, stuprano, ammazzano, ci tolgono il lavoro. Sono piccoli, sporchi, brutti e cattivi. … Ne arrivano in tanti, il mare ne è colmo, e li rigurgita sui nostri porti. I porti! Sì ecco, chiudiamo i nostri porti, non li facciamo entrare. Bisogna organizzarsi, Controlli! Leggi! Trappole! Sì, trappole per topi! Ecco cosa ci vorrebbe”. Dopo aver canticchiato l’inno americano, togliendosi la maschera e mutando tono, il danzatore ‒ che ha il volto di Romania ‒ affermerà: “Io, figlio di un ventre libero, sancito tramite la stipula di un contratto, firmato con il sangue di mia madre, qui, ora, io, reclamo la mia libertà”. E si riunirà al gruppo – che nel frattempo avrà anch’esso deposto a terra le rispettive maschere – per la danza finale che vedrà assoli osservati, a turno, dagli altri; quindi duetti, terzetti e una coralità liberante, piena di energia, ora rapida ora rallentata, che ricompone un caos di grintose movenze e cattura lo spazio nel segno di un’ebrezza istintiva. Il moto di Salvatore Romania trasmesso ai suoi bravi danzatori ‒ Claudia Bertuccelli, Valeria Ferrante, Francesco Bax, Alessandro Sollima ‒ si compone di sciabolate di energia in lotta con lo spazio e con la musica. Colpiscono, si raggrumano, si attorcigliano su se stesse, si espandono con un umore istintuale, crudo, che infonde nell’articolazione sapiente del linguaggio una ruvidezza astratta e popolare allo stesso tempo, riportando in luce una visione della storia misteriosa e avvolgente. Sciara è “la speranza” – scrivono i due coreografi – “di ritrovare la complicità della propria storia e di una tradizione estremamente complessa e variegata con quello strato poetico e misterioso che aspetta solo di essere portato in superficie”.

Giuseppe Distefano

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Giuseppe Distefano
Critico di teatro e di danza, fotogiornalista e photoeditor, fotografo di scena, ad ogni spettacolo coltiva la necessità di raccontare ciò a cui assiste, narrare ciò che accade in scena cercando di fornire il più possibile gli elementi per coinvolgere il lettore/spettatore. L'esperienza di scrittura critica è maturata sul campo, cominciando negli Anni Novanta, scrivendo per il quindicinale "Città Nuova", e successivamente collaborando col mensile di spettacolo "Primafila" con recensioni e interviste a personaggi della danza, del teatro e del cinema; quindi col settimanale culturale "Il nostro tempo" e il settimanale di attualità "Carta". Collabora con "Ilsole24ore.com", col magazine "Danza&Danza", con "Artribune.com", con "Sipario.it" e con "cittanuova.it". Ha partecipato a mostre fotografiche e pubblicato il libro fotografico "Il teatro di Emma Dante nelle foto di Giuseppe Distefano" (Infinito edizioni).