Teatro. La tempesta secondo Roberto Andò

Il regista Roberto Andò rilegge il capolavoro di Shakespeare attraverso il fluire malinconico della mente di Prospero. Colloca la vicenda dentro uno stanzone esondato d’acqua e dominato da libri sospesi, ammucchiati, aperti sul proscenio. Dopo il debutto al Biondo di Palermo, lo spettacolo sarà a maggio allo Strehler di Milano.

William Shakespeare, La tempesta. Regia Roberto Andò
William Shakespeare, La tempesta. Regia Roberto Andò

Quante volte abbiamo assistito allo scatenarsi della tempesta shakespeariana, quella che farà naufragare Alonzo re di Napoli col disperso figlio Ferdinando, suo fratello Sebastiano, il consigliere Gonzalo, insieme ad Antonio, l’usurpatore del Duca di Milano Prospero, dando così inizio all’abbagliante ed enigmatico testo poetico del Bardo? Classica o attualizzata, astratta o figurata, l’abbiamo vista evocata con lunghe stoffe, con mimi, con effetti squassanti, o minimalisti come la semplice barchetta ricavata da una noce di cocco e con una corda agitata nell’inimitabile versione di Peter Brook. E quanti Prospero si sono avvicendati, in magistrali o minori prove d’attore, per dare corpo alla consapevolezza della fine in questo capolavoro che rappresenta l’estremo messaggio di Shakespeare. Nelle molteplici letture La tempesta si presta a infinite interpretazioni visive e allusive, ispirando ogni tipo di soluzione scenica. Ancor più quell’isola dei sortilegi dove, insieme alla figlia Miranda, vive lo spodestato Prospero, espertissimo nell’esercizio delle arti magiche (anche il nubifragio è stata opera sua), che governa con fantasia e fermezza l’isola e i suoi abitanti, a cominciare da Ariel, lo spirito dell’aria e servo ai suoi comandi, e Calibano, lo schiavo selvaggio e deforme, figlio di strega. Studiata e analizzata, ma anche tradita, in tutti i risvolti della sua metafora, La tempesta continua a suggerire visioni, ad attrarre registi e attori.

William Shakespeare, La tempesta. Regia Roberto Andò
William Shakespeare, La tempesta. Regia Roberto Andò

LA VERSIONE DI ANDÒ

È ora la volta di Roberto Andò (suo l’adattamento con la traduzione di Nadia Fusini), regista prevalentemente cinematografico, e fine letterato, la cui erudizione si trasmette sempre nei suoi lavori anche teatrali. Non a caso nella sua Tempesta, ideata per il Teatro Biondo di Palermo, dominano i libri: sospesi, ammucchiati, spostati, aperti sul proscenio. Andò l’ha ambientata (scene di Gianni Carluccio) dentro un’enorme stanza disastrata con ampie pareti e pertugi, tre vetrate frontali sollevate nel buio delle apparizioni, sedie e tavoli, letti ospedalieri che salgono e scendono. Il regista fa svolgere tutto nella mente di Prospero (un intellettuale disilluso?) già dichiarato nella sua voce che risuona nell’aria mentre infuriano i fragori della burrasca agita da Ariel (impeccabile Filippo Luna in abiti da maggiordomo), sceso in platea con una piccola caravella in mano sulla quale soffia facendo alzare l’enorme vela-sipario gocciolante d’acqua. Ed è l’acqua l’altro elemento materico che caratterizza l’allestimento. In essa guazzano tutti i personaggi muniti di stivaloni e anfibi dentro il palcoscenico appena allagato, forse per ricordarci che siamo immersi nel mare dove quella casa tende lentamente a sprofondare. Tra schizzi d’acqua e apparizioni dei nobili naufraghi da dietro le finestre; tra botole che s’aprono e incantatorie tavole imbandite che scendono dall’alto per i rozzi marinai Stefano e Trinculo (efficaci Gaetano Bruno e Paride Benassai) dalla consistente parlata napoletana e palermitana; tra un ulteriore interno domestico con Calibano (un vigoroso Vincenzo Pirrotta, ringhiante e avvilito, legato con delle cinghie come un degente), che trama per uccidere il suo padrone, s’alternano fragori minacciosi e musiche soavi. Nel frattempo s’intreccia lo sbocciare dell’amore tra Ferdinando e Miranda (perfetti Paolo Briguglia e Giulia Andò), la giovane figlia iniziata così alla vita e al mistero dell’esistenza dopo che l’anziano padre aveva svelato di come si fosse avvalso delle arti magiche per attrarre sull’isola i congiurati che lo avevano detronizzato e umiliato, compreso l’onesto consigliere Gonzalo (Fabrizio Falco). E sappiamo di come, dopo averli ridotti in suo potere, egli, infine, rinuncia alla vendetta, e, conscio di essere arrivato alla fine del suo viaggio, decida di chiudere il manuale degli incantesimi che è il libro della sua vita.

William Shakespeare, La tempesta. Regia Roberto Andò. Photo Lia Pasqualino
William Shakespeare, La tempesta. Regia Roberto Andò. Photo Lia Pasqualino

IL CONGEDO

Giunto alla serenità del commiato, il Prospero del grande attore campano Renato Carpentieri (un grumo di lucido disincanto scavato nella voce) smette il lungo camicione da santone (i costumi dalle miste fogge moderne, indiane ed elisabettiane, sono firmati da Daniela Cernigliaro) per indossare un completo di giacca e cravatta, reintegrandosi così nella dignità ducale.
Rivolto quindi alla platea, proferisce quelle parole di congedo del personaggio con cui egli chiede perdono al pubblico, delegando a esso un’ultima parola. Sedutosi comodamente su un lato del palcoscenico, sigaro in bocca, osserva l’ormai libero Calibano, l’unico rimasto della casa, che ritorna a rannicchiarsi nel letto da dove all’inizio era uscito. Pur se non del tutto sciolti alcuni snodi della struttura drammaturgica, e alcuni passaggi stemperati dalla regia – ad esempio il pentimento ultimo dei malvagi – e pur se l’ingombrante scenografia sembra soffocare la magia dell’evocazione di un teatro della mente, rimane comunque uno spettacolo di grande impatto. Roberto Andò ci restituisce appieno il senso del viaggio nella coscienza, del percorso interiore di un uomo piegato dalla sorte, che, in quello spazio della psiche popolato di fantasmi e apparizioni, comanda le proprie fantasie e richiama attorno a sé le ombre del passato. Per ritrovare se stesso.

Giuseppe Distefano

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Giuseppe Distefano
Critico di teatro e di danza, fotogiornalista e photoeditor, fotografo di scena, ad ogni spettacolo coltiva la necessità di raccontare ciò a cui assiste, narrare ciò che accade in scena cercando di fornire il più possibile gli elementi per coinvolgere il lettore/spettatore. L'esperienza di scrittura critica è maturata sul campo, cominciando negli Anni Novanta, scrivendo per il quindicinale "Città Nuova", e successivamente collaborando col mensile di spettacolo "Primafila" con recensioni e interviste a personaggi della danza, del teatro e del cinema; quindi col settimanale culturale "Il nostro tempo" e il settimanale di attualità "Carta". Collabora con "Ilsole24ore.com", col magazine "Danza&Danza", con "Artribune.com", con "Sipario.it" e con "cittanuova.it". Ha partecipato a mostre fotografiche e pubblicato il libro fotografico "Il teatro di Emma Dante nelle foto di Giuseppe Distefano" (Infinito edizioni).

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