Il nuovo volto del teatro francese. Intervista a Caroline Guiela Nguyen

Parola alla regista francese di origine vietnamita che sta per approdare al Romaeuropa Festival con lo spettacolo “Saigon”. Appuntamento il 29 e 30 settembre all’Auditorium Parco della Musica.

Caroline Guiela Nguyen, Saigon. Photo © Jean Louis Fernandez
Caroline Guiela Nguyen, Saigon. Photo © Jean Louis Fernandez

Caroline Guiela Nguyen, classe 1981, giunge al Romaeuropa Festival dopo il successo al festival d’Avignone e all’Odeon di Parigi (di cui è artista in residenza). Regista franco-vietnamita, porta in scena il suo Saigon, spettacolo che affronta, con poesia e profondità, il delicato tema dell’identità post-coloniale. Saigon è un luogo tra il passato e il presente, un ristorante nel 13esimo arrondissement parigino in cui vengono serviti bo-bun e canzoni d’amore, ricordi mescolati a un presente confuso, che ben parla della Francia contemporanea.
Ne abbiamo discusso con l’artista.

Saigon è la città dell’ultima battaglia della guerra del Vietnam ed è il nome del ristorante vietnamita nel 13esimo arrondissement di Parigi dove è ambientato lo spettacolo. Un luogo in bilico tra due spazi e due tempi: il 1954, l’ultimo anno della guerra d’indipendenza del Vietnam, e il tempo presente. È in questo luogo, sia reale sia metaforico, che hai costruito il tuo spettacolo per riflettere su temi legati alla geopolitica, all’esilio, ma non solo. Qui si parla anche di amore e di melanconia. Come Saigon racconta il nostro presente?
Per raccontare la storia della Francia di oggi siamo dovuti andare a cercare le storie di persone che abitano a 11mila km di distanza, in Vietnam, insieme a quelle di chi abita molto vicino, per esempio nel 13esimo arrondissement di Parigi, un quartiere popolato da francesi di origini vietnamite (i viets kieu).
Per raccontare la Francia di oggi bisogna superare le frontiere nazionali e capire che molti francesi sono tali per motivi legati alla storia e alla geografia. Ci capita così spesso di andare a mangiare bo-bun e nems in ristoranti vietnamiti, ce ne sono tantissimi in Francia, e di solito non ci rendiamo conto di tutto il paesaggio e il cammino percorsi dalla donna vietnamita che cucina per noi questi piatti prelibati. Questa donna in cucina è tra i personaggi del mio spettacolo. Nessuno ne conosce il percorso, ma la sua vita ci appartiene poiché è frutto della storia del nostro Paese, rappresenta una vasta parte delle persone con cui viviamo oggi, parla di noi.

Caroline Guiela Nguyen, Saigon. Photo © Jean Louis Fernandez
Caroline Guiela Nguyen, Saigon. Photo © Jean Louis Fernandez

Tua madre è di origini vietnamite. Parlando della nascita dello spettacolo, citando lo psicanalista, scrittore e diplomatico francese Tobie Nathan (tra i più importanti rappresentanti dell’etnopsichiatria) hai detto: “Le lacrime di mia madre non mi appartengono, appartengono alla storia e alla geografia”. Qual è, per te, il significato di questa frase?
Avevo bisogno di re-immaginare la storia e in particolare quella della guerra d’indipendenza vietnamita e del successivo esilio. Dovevo ricostruire questo momento storico davanti ai miei occhi utilizzando la scena teatrale, perché nei libri di studio, o nel modo in cui oggi la politica francese narra il percorso del Paese, questa realtà è completamente taciuta. E invece doveva esistere da qualche parte, poiché esiste nelle lacrime di mia madre che non finirà mai di piangere il suo esilio; un esilio frutto della decolonizzazione e ancora prima alla colonizzazione francese.
Era necessario che queste lacrime appartenessero ad altri oltre che a me; che non venissero “asciugate” dal lettino di uno psicanalista, ma che fossero assorbite in un contesto pubblico e politico.

In che modo realtà e finzione dialogano in Saigon?
Una domanda molto interessante, perché io amo profondamente e visceralmente sia la realtà sia la finzione e penso che una sia sorella dell’altra. La realtà mi conduce verso la finzione e, viceversa, la finzione mi riconduce verso la realtà. Per esempio Saigon nasce da storie che mi sono state raccontate ma anche da altre storie che ho immaginato. Ma proprio questi racconti inventati hanno permesso a tante persone di rispecchiarsi in essi e di riconoscervi i tratti della propria vita. “È incredibile, è proprio quello che ho vissuto!”, mi dicevano. È a partire da una presa di coscienza rispetto alla realtà che ho sentito il bisogno di creare lo spettacolo, ma a volte la finzione ci porta a comprendere il reale. Così, le storie portate in scena da ogni singolo attore non sono mai interamente e realmente biografiche. Mi rifiuto di far interpretare alle persone che ho scelto come compagne di avventura per questo progetto la propria realtà o la propria storia personale. Non potrei mai chiedere ad Anne di ripetere in scena esattamente quello che ha vissuto quando ha lasciato il Vietnam. Sarebbe troppo crudele. Però sento che Anne, interpretando un personaggio fittizio, che è quello di Marie Antoinette, ci racconta qualcosa di sé. Realtà e finzione sono legate e per me non vi è alcuna distinzione netta tra loro.

Saigon nasce da diversi viaggi in Vietnam, durante i quali hai spesso scritto sui tuoi quaderni “Non dimenticare Saigon”. Cosa di questa città ti ha segnato e cosa di questo luogo volevi portare in scena?
Ho scritto più volte questa frase pensando alle persone che hanno abbandonato il Vietnam nel 1956 dicendosi: “Non dimenticare Saigon”. L’ho scritto sui quaderni per calarmi nella pelle di quelle persone che l’hanno scolpito dentro di sé. Penso che il problema della memoria sia presente in modo eminente nel tema dell’esilio. Per qualunque espatriato riuscire a tenere a mente la terra che si lascia ha un’importanza fondamentale. Durante i diversi viaggi ho annotato tante caratteristiche di questa terra e del suo popolo per poterle poi riportare sulla scena. Ad esempio questa peculiarità del popolo vietnamita che io definisco “cammino del pianto” e che invece altri definiscono “tendenza melodrammatica”.

Caroline Guiela Nguyen, Saigon. Photo © Jean Louis Fernandez
Caroline Guiela Nguyen, Saigon. Photo © Jean Louis Fernandez

A cosa ti riferisci?
In Vietnam abbiamo incontrato autisti di taxi che cantavano canzoni d’amore piangendo, gli attori vietnamiti, improvvisando, finivano molto facilmente per piangere. Mia madre adorava passare ore a piangere ascoltando la musica e io stessa, in quanto viets kieu, ho una certa attrazione per il pianto.
Le lacrime sono qualcosa di molto presente nella vita dei vietnamiti, molto più che in Francia, dove spesso ci si nasconde per piangere. In questo senso mi sono detta che se volevo parlare della Francia attraverso la storia del Vietnam, non dovevo dimenticare questo “cammino del pianto”. Esattamente come non bisogna dimenticare Saigon.

Vi sono attori che mi mancano come può mancare un amante…”. La ricerca degli interpreti è un momento importante nella creazione dei tuoi spettacoli. Come hai lavorato con gli undici attori vietnamiti, francesi e viets kieu che sono in scena?
Mi mancano nel senso che quando vado a teatro vedo solo una parte della società rappresentata e radunata e sento che in Francia alcuni di quei corpi, di quelle persone che vedo per strada e che hanno una storia culturale diversa dalla nostra o appartengono a una certa classe sociale non sono rappresentati. Ci mancano delle narrazioni. E questo problema non si risolve con la rappresentazione, come nelle pubblicità della marca Benetton, dove sono sempre rappresentati un asiatico, un africano e un occidentale… mancano dei paesaggi, delle narrazioni, la possibilità di raccontare il mondo nelle sue contraddizioni. Per questo lavoro con attori dal background molto diverso, partendo da improvvisazioni. È sempre l’attore a darmi indicazioni sulla sua lingua. Per esempio Anne, che è in Francia da tanto tempo, è come se si sentisse schiacciata tra due Paesi. La sua è una lingua a sé, né del tutto francese né del tutto vietnamita. E io non posso scrivere la sua parte senza seguire le sue indicazioni.

La questione della lingua è centrale nello spettacolo. Citi Annie Ernaux, che nel suo Memoria di ragazza dice che vorrebbe ascoltare la voce dei suoi quindici anni per vedere come è cambiata. Il linguaggio veicola un senso politico in Saigon?
Sì, nel senso che sappiamo fino a che punto la lingua è portatrice di memoria, storia e vita. E penso che, in quanto autrice, uno dei miei principali obiettivi debba essere quello di far emergere la lingua di ognuno. Questo vuol dire dare voce a tutti, poco importa il loro modo di essere o le loro origini.
Tutto questo riconduce alla lingua francese, al suo farsi sempre portavoce di una volontà d’integrazione. Penso a mia madre o a uno dei personaggi dello spettacolo, una volta anziani parlano un francese perfetto, ancora più perfetto di quello di un francese madrelingua. Allora diciamo che sì, si sono integrati. Ma cosa significa integrarsi e passare da una lingua a un’altra… che costi ha questo per una persona? Cosa vuol dire abbandonare la propria lingua d’origine? Per esempio, nello spettacolo un personaggio ha dimenticato la propria lingua materna. Tutti questi discorsi sull’integrazione sono importanti perché è importante che le persone possano comunicare tra di loro. Ma non bisogna dimenticare che dietro questi discorsi politici ci sono delle storie, delle persone e che la lingua è il nostro strumento, il nostro solo modo di essere al mondo e in dialogo con l’altro. Bisogna fare molta attenzione al problema della lingua, perché è un bene prezioso.

Caroline Guiela Nguyen, Saigon. Photo © Jean Louis Fernandez
Caroline Guiela Nguyen, Saigon. Photo © Jean Louis Fernandez

Anche il cibo nello spettacolo gioca un ruolo centrale. Qual è il suo valore in entrambe le culture, francese e vietnamita? E in che modo parla di questi due mondi?
Il cibo riporta un senso di realtà sulla scena. L’importanza di raccogliersi insieme intorno a una tavola, la convivialità del pasto, è qualcosa che accomuna la cultura francese e quella vietnamita, come la cultura italiana. Ci sono sempre grandi guerre attorno all’autenticità delle ricette: come erano preparate le pietanze in Vietnam e come sono state modificate dai viets kieu? Le tradizioni culinarie si trasmettono tra le generazioni e hanno quindi sempre a che fare con la memoria. Di conseguenza, ogni pietanza finisce per farsi carico delle grandi questioni legate al tema dell’esilio. Libri e libri di ricette sono stati tramandati da mia nonna a mia mamma. Attraverso di essi non è solo una pietanza che cerchiamo di preservare, ma molto di più: un Paese intero per come era prima che lo abbandonassimo.

Chiara Pirri

L’intervista fa parte dei programmi di sala del Romaeuropa Festival.

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Nome eventoRomaeuropa Festival 2018
Vernissage19/09/2018
Duratadal 19/09/2018 al 25/11/2018
Generiperformance - happening, musica, teatro, danza, festival
Spazio espositivoMATTATOIO
IndirizzoPiazza Orazio Giustiniani 4 - Roma - Lazio
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Chiara Pirri
Chiara Pirri (Roma, 1989), residente a Parigi, è studiosa, giornalista e curatrice, attiva nel campo dei linguaggi coreografici contemporanei e delle pratiche performative, in dialogo con le arti visive e multimediali. È capo redattrice Arti Performative per Artribune e dal 2016 collabora con Romaeuropa Festival. Ha curato progetti di comunicazione multimediale per festival e istituzioni come Drodesera - Centrale Fies, Museo MACRO di Roma, Istantanee festival. In Francia cura progetti artistici per aziende e istituzioni (Unesco, Dior, Renault, Loewe, Kering…) attraverso collaborazioni internazionali.