Il Faust di Damiano Michieletto e l’arte contemporanea

L’acclamata pièce diretta da Damiano Michieletto sul palcoscenico dell’Opera di Roma ha convinto pubblico e critica. Grazie anche a una sapiente catena di rimandi all’estetica dell’arte contemporanea.

Hector Berlioz, La Damnation de Faust. Regia di Damiano Michieletto. Photo Yasuko Kageyama - Opera Roma 2017
Hector Berlioz, La Damnation de Faust. Regia di Damiano Michieletto. Photo Yasuko Kageyama - Opera Roma 2017

Il segreto di Damiano Michieletto, l’acclamato regista d’opera quarantaduenne che ha appena firmato la regia della Dannazione di Faust di Hector Berlioz all’Opera di Roma? L’arte contemporanea. Un linguaggio visivo che il pubblico italiano pratica molto poco (quasi per nulla), che ha permesso a Michieletto, insieme a Paolo Fantin (scene) e Carla Teti (costumi) di trasformare la Damnation, scritta da Berlioz nel 1846 come “una leggenda drammatica in quattro atti” e ispirata in buona parte al Faust di Goethe, in un laboratorio scientifico asettico e immacolato. Fin troppo simile al Faust di Anne Imhof al Padiglione tedesco dell’ultima Biennale, che il regista veneziano deve aver guardato con grande attenzione, e a tratti ripreso, come nella scena del bullismo, dove i volti beffardi dei giovani bulli sembrano tratti proprio dalla performance che si è aggiudicata, a buon diritto, il Leone d’Oro. Non è che il primo di una serie di riferimenti precisi e calzanti, segno di quell’educazione alla cultura visiva contemporanea che troppo spesso manca ai nostri registi, di cinema o di teatro, più attenti agli sceneggiati televisivi che alle mostre internazionali. Michieletto è una felice eccezione: la sua steadycam che riprende i personaggi per proiettarli nel grande schermo centrale è un esplicito riferimento al ciclo Cremaster di Matthew Barney, e in particolare alla figura di The Loughton Candidate in Cremaster 4, molto vicina al Mefistofele in questa avveniristica Dannazione. Anche le attrezzature ginniche che compaiono in scena (una sorta di altalena rossa e una trave per ginnasti) si riferiscono al ciclo dei Drawing Restraint di Barney, mentre la bella e brava Margherita sembra ispirata, nel suo abito rosso fuoco, a gesti, pose e atteggiamento di Marina Abramović. Diversi gli omaggi alla grande artista serba, di cui Mefistofele traccia la silhouette con un pastello rosso sul muro della scena, quasi a voler ricordare non solo le performance realizzate dalla Abramovic con Ulay negli Anni Settanta, ma soprattutto Anima Mundi (1983) dove l’artista indossa lo stesso abito di Margherita e Ulay un completo bianco.

Hector Berlioz, La Damnation de Faust. Regia di Damiano Michieletto. Photo Yasuko Kageyama - Opera Roma 2017
Hector Berlioz, La Damnation de Faust. Regia di Damiano Michieletto. Photo Yasuko Kageyama – Opera Roma 2017

DA BILL VIOLA AD ADRIAN PACI

Un altro degli artisti amati dal regista è Bill Viola, che ispira a tratti l’andatura ritmata e ieratica di un Faust dei giorni nostri, mentre la scena in cui Mefistofele si versa addosso vernice nera è ripresa pari pari dal video Inverted Birth (2014). Ma non basta: il topone gigante ricorda l’opera di Katharina Fritsch, Rat King (1993), esposta alla Biennale di Venezia nel 1999, mentre la pedana azzurra circondata da lampadine è molto simile a Untitled (Go-Go Dancing platform) (1991) di Félix González-Torres, e la figura del cantante biondo, oltre ad assomigliare a Trump, sembra fuoriuscita dai video irriverenti e surreali di Ragnar Kjartansson. Nella scena del Paradiso, al centro della videoproiezione del dipinto di Lucas Cranach, l’albero capovolto è una citazione delle opere di Henrik Håkansson: perfino nella scena finale, con il coro seduto sulla gradinata sopra la scena con alcuni lumi accesi, troviamo un riferimento a un’opera di Adrian Paci, Turn on (2013).
L’arte contemporanea come linguaggio visivo, vocabolario scenico per raccontare un mondo sempre più trasversale e multidisciplinare, che un regista italiano trasferisce nell’Opera per indicare la permeabilità dei generi, al di là del provincialismo che ha imperato per decenni tra crinoline, redingote, broccati e tappezzerie. Un applauso a Michieletto, che esce dagli schemi consueti e rinnova un repertorio fin troppo polveroso e stantio, ed è capace di trasformare una “leggenda drammatica” in una festa per sguardi abituati a frequentare mostre e musei di tutto il mondo, e sa cogliere le sfide lanciate dai grandi artisti contemporanei a chi si rifugia nel passato e non è in grado non solo di immaginare il futuro, ma neppure di guardare il presente.

Ludovico Pratesi

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