Un doloroso Hamletmachine. Robert Wilson a Spoleto

A trent’anni dal debutto newyorkese, Wilson allestisce una forma ancora più caustica del testo di Heiner Müller, pienamente in tono con i nostri tempi, andato in scena nell’ambito del 60esimo Festival dei Due Mondi.

Hamletmachine, photo Andrea Kim Mariani/AGF
Hamletmachine, photo Andrea Kim Mariani/AGF

Pochi testi contemporanei sono calzanti e incisivi come Hamletmachine, scritto da Heiner Müller nel 1977, e che in senso lato si può definire un’opera rock, intendendo per rock la sua nuovissima accezione di lato violento e un po’ schizoide di una civiltà giunta a cannibalizzare se stessa, nell’orgia dell’euforia della crescita economica del secondo dopoguerra. La drammaturgia di Shakespeare è il punto di partenza per una riflessione sul cambiamento di prospettiva dell’individuo. Dalla speculazione amletica sul dubbio alla massificazione del pensiero, che trova nella violenza un apparante surrogato.
Nella caustica rilettura di Müller, Amleto è un punk, coscienza ribelle di un’Europa dilaniata dalla guerra prima e da un sistema socio-economico oppressivo dopo, che rende la pace soltanto un’illusione. C’è odore di cadaveri, sul palco, lo si percepisce nei riferimenti agli scontri di piazza e alle sollevazioni fallite che hanno caratterizzato l’Europa dagli Anni Cinquanta agli Anni Settanta, ma che ancora adesso hanno luogo, ad esempio, nelle periodiche manifestazioni dei block block. Ma Amleto è lì per schiacciarli, simbolo del complesso militare-industriale capace di condizionare la politica, che così esce dalla polis per entrare nei logaritmi dei derivati di borsa, negli uffici del Gruppo Bilderberg, nei corridoi della massoneria.
Ofelia è invece un complesso simbolo di resistenza fallita, votata all’autodistruzione per un eccesso di delicatezza verso se stessa; incarna Marilyn Monroe, Anne Sexton, Sylvia Plath, Frida Kahlo, è un personaggio che si racconta attraverso sfumati riferimenti a tragedie personali, che sono state a loro volta esempi di fuga da una società oppressiva.
Ma non c’è innocenza, come se ognuno di noi non potesse sfuggire, suo malgrado, al destino di essere complice di un sistema che è sottilmente oppressivo. L’unica via sarebbe quella della lotta, ma lo slancio si è perso da tempo.
Attraverso questa rilettura dell’opera di Shakespeare, Müller si avventura nel teatro politico per eccellenza, con il minimo delle parole e con il massimo della metafora. Robert Wilson, da parte sua, asseconda con la regia l’impostazione di partenza.

Hamletmachine, photo Andrea Kim Mariani/AGF
Hamletmachine, photo Andrea Kim Mariani/AGF

UNA COMPLESSA MACCHINA TEATRALE

Wilson costruisce una scenografia lineare, scarna, fra l’apocalittico e l’integrato, leggibile nelle forme e negli oggetti che la caratterizzano (un tavolo, alcune sedie, un albero stilizzato), eppure estranea, ostile, per atmosfera, o meglio scomoda da riconoscere per il suo essere metafora di una società chiusa in se stessa, senza slanci né fantasie.
Gli attori (allievi dell’Accademia Silvio d’Amico), hanno quasi tutti il volto dipinto di bianco, come nel teatro di Harold Pinter, che con Müller è il non casuale esponente di una drammaturgia caustica e intrisa di amaro realismo, pur nella dimensione metaforica in cui i due autori si calano. Da parte loro, i giovani attori regalano un recitativo corale, serrato, ossessivo, fortemente onomatopeico nel suggerire l’idea della marcescenza.
Per i costumi, è la Germania nazista degli Anni Trenta l’area di riferimento estetico, tranne un paio di punk che circoscrivono l’epoca in cui il dramma fu scritto, ovvero quel 1977 dove Clash e Sex Pistols cercavano la strada per una nuova “rivoluzione” giovanile. Entrambe le esperienze sono comunque i due volti di un differente uso della violenza: sistematica nel primo caso, estemporanea nel secondo. Eppure nella violenza c’è un fascino sinistro, sembra suggerire Müller citando Nietzsche.
La colonna sonora alterna le musiche di Leiber e Stoller a un’irta selva di rumori di strani ingranaggi, che dettano i tempi dei movimenti degli attori: gesti meccanici, inquadrati, impersonali, studiati per coreografie di regime. E gli attori, all’interno di questo monumentale quadro scenico, appaiono vittime e carnefici insieme, dei ormai caduti e demoni che non si sono mai innalzati.
Unendo tutti questi elementi, Wilson dà vita a una potente macchina teatrale, che a tratti diventa una performance dal sapore di una parata circense e politica insieme. La commistione di teatro e danza è funzionale all’atmosfera metaforica che il testo possiede, e che è uno dei suoi punti di forza.

Hamletmachine, photo Andrea Kim Mariani/AGF
Hamletmachine, photo Andrea Kim Mariani/AGF

UN’AMARA CONCLUSIONE

A trent’anni di distanza dal primo allestimento a New York, Hamletmachine è ancora attuale, anzi lo si può leggere ancora più in profondità, avendo svelato alcune sue riflessioni che all’epoca non parvero subito chiare. La nostra società non è libera, e senza libertà si è destinati a soccombere. Ma Müller insinua l’idea che questa società abbia rinunciato a essere libera, trovando più agevole il fatto che a pensare sia qualcun altro. Lo dimostra la società massificata, dominata dalla televisione e dalla pubblicità. In questa riflessione, il drammaturgo tedesco riecheggia quell’Uomo in bilico tratteggiato da Saul Bellow nel 1944.
Come Koltès con Quai Ouest, anche Müller con Hamletmachine intuisce e anticipa la fine della società occidentale; lo fa con un testo permeato di pasoliniana disperazione, che di fatto è un’opinione sul dopo-Nietzsche, sul fallimento del Superuomo, che lascia spazio a individui-macchine, senza memoria e senza cultura, capaci di utilizzare la violenza non per lotte concrete, ma come sfogo alla frustrazione.

Niccolò Lucarelli

www.festivaldispoleto.com

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Nome eventoFestival di Spoleto 2017
Vernissage30/06/2017 no
Duratadal 30/06/2017 al 16/07/2017
Generefestival
Spazio espositivoTEATRO NUOVO GIAN CARLO MENOTTI
IndirizzoVia Vaita Sant'Andrea - 06049 - Spoleto - Umbria
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Niccolò Lucarelli
Laureato in Studi Internazionali, è curatore, critico d’arte, di teatro e di jazz, e saggista di storia militare. Scrive su varie riviste di settore, cercando di fissare sulla pagina quella bellezza che, a ben guardare, ancora esiste nel mondo.