Ritorna a Torino il festival dedicato alle sperimentazioni sonore di matrice jazzistica. Guest star di questa quinta edizione è Charlemagne Palestine, innovatore eccentrico e ipnotico. Il 27 maggio si esibirà al Bunker insieme alla sua imprevedibile Grumbling Fur Time Orchestra. Lo abbiamo intervistato

Anticipata dalle due esibizioni di Colin Stetson e Moor Mother (rispettivamente il 4 maggio al Cinema Massimo e il 7 presso il centro culturale Bunker), a Torino parte alla grande la quinta edizione di Jazz is Dead, ormai appuntamento fisso per tutti gli appassionati di contaminazioni sonore e decostruzioni jazz. Giustamente intitolato Mutazione, questo nuovo capitolo del festival porta a Torino – dal 27 al 29 maggio – alcuni nomi illustri della sperimentazione musicale mondiale: alchimisti del suono del calibro di The Bug, i Dälek, e lo storico chitarrista dei Sunn O))), Stephen O’Malley (accompagnato per l’occasione da Kaly Malone e Lucy Railton). Per ultimo – ma non per importanza – Charlemagne Palestine (New York, 1945), leggenda vivente della sperimentazione made in USA impegnata da sempre nel portare l’esperienza dell’ascolto verso lidi via via più profondi e trascendentali. Ed è proprio all’iconico artista statunitense che abbiamo chiesto di dirci qualcosa di più sia sul potere magico della musica, sia sul suo valore intrinseco nella nostra epoca. Correda l’intervista una serie di screenshot delle risposte originali forniteci dallo stesso Palestine.

CharleCarillon [Charlemagne Palestine]. Photo Agnès Gania
CharleCarillon [Charlemagne Palestine]. Photo Agnès Gania

INTERVISTA A CHARLEMAGNE PALESTINE

Sono passati quasi cinquanta anni dal tuo Strumming Music, una pietra miliare per la musica del ventesimo secolo, dove concetti quali l’ascolto e la durata hanno una certa importanza. Pensando ai giorni nostri, soprattutto dopo l’avvento di Internet, quanto credi siano cambiati i modi di ascolto e di fruizione della musica?
Drammaticamente, l’esperienza dell’ascolto è cambiata drammaticamente. Quando io ho cominciato a fare musica quasi tutto ciò che era sperimentale poteva essere ascoltato soltanto dal vivo, poiché le registrazioni che esistevano erano solo di pochi autori noti come Cage, Stockhausen, Xenakis e Riley. Era impossibile accedere a voci alternative. Adesso, dopo gli ultimi cinquant’anni, migliaia e migliaia di inventori del suono sono oramai accessibili a tutti, ma per me quello che avviene nel luogo dell’esibizione live – la stanza, l’acustica, l’interazione spontanea tra chi suona e chi ascolta – rimane essenziale. Tanti ascoltatori ora accedono ai nostri suoni sui loro computer o con le cuffie o con gli impianti domestici, riuscendo ad apprezzarli lo stesso. Io però su questo sono all’antica, ho voglia di sentire l’umido e il fresco, ho voglia di vedere e di sentire le orecchie aperte!

Cosa significa sperimentare oggi? Quanto pensi sia rimasto degli insegnamenti tuoi e di altri grandi sperimentatori come La Monte Young o Alvin Lucier?
Sperimentazione, originalità… Essere innovativi è qualcosa di difficile da fare oggigiorno, ma da tutto il mondo stanno spuntando nuovi generi in grado di mischiare tra di loro tutti i timbri, i wombri e i sambri!
A GLOBALLL MOBILLL SCLOBELLL PLOVELLL MONUMENTOBELLLLLLLLLLLLLLL!

Il tuo approccio alla musica ha sicuramente a che fare con la ritualità, lo sciamanesimo e la magia. Ti consideri una persona spirituale? Che cos’è per te la spiritualità?
Ritualità, sciamanesimo, magia, sono quello che sono e io sono quello che io sono! Mumboo Jumboo Sppuritttiiitttuuualllll Sppoottoottuuallll!

Puoi descrivere quel momento in cui hai deciso di abbandonare (o forse di far evolvere) un certo tipo di virtuosismo musicale per cercare qualcosa di molto più vicino a sonorità cosiddette drone?
Ascoltando suoni prolungati mi sono accorto di trascendere, ecco come è successo.

Charlemagne Palestine & Grumbling Fur Time Machine Orchestra. Photo Agnès Gania
Charlemagne Palestine & Grumbling Fur Time Machine Orchestra. Photo Agnès Gania

LA MUSICA SECONDO CHARLEMAGNE PALESTINE

Chi è la Grumbling Fur Time Orchestra? Da quale spazio e da quale tempo proviene?
Grumbling Fur è composta dai miei amici Alexander Tucker e Daniel O’Sullivan, che anni fa mi hanno cercato e con i quali ho poi iniziato a suonare. Da allora, di tanto in tanto, facciamo suoni insieme!

Pensando ai tuoi lavori discografici, alle tue particolarissime esibizioni dal vivo e soprattutto alle tue opere artistiche fatte di peluche assemblati tra di loro, che ruolo occupa la figura dell’animale, sia all’interno della Grambling Fur Time Orchestra che nella tua vita?
Gli animali non mentono mai. I sacri giocattoli zoomorfi possono rimanere ad ascoltare per l’eternità.

Tra il suonare esclusivamente per te stesso, in un ambiente completamente isolato, e l’esibizione dal vivo, quale delle due esperienze reputeresti catartica?
Io non suono mai per me stesso, l’esecuzione di un brano è un dialogo, una conversazione a tre, a quattro, di gruppo, e così via. Per me sono catartiche tutte queste possibilità di dialogo.

Che piani avete per l’esibizione del 27 maggio prevista al Bunker in occasione di Jazz is Dead? Puoi anticiparci qualcosa?
Arriveremo, prepareremo tutto e poi suoneremo e… Que sera, sera, whatever will be, will be. The future’s not ours, to see. Que sera, sera. What will be, will be.

Valerio Veneruso

https://www.jazzisdeadfestival.it/

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Valerio Veneruso
Esploratore visivo nato a Napoli nel 1984. Si occupa, sia come artista che come curatore indipendente, dell’impatto delle immagini nella società contemporanea e di tutto ciò che è legato alla sperimentazione audiovideo.
Tra le mostre recenti alle quali ha partecipato: Multipli e Unici (Edicola Radetzky, Milano, a cura di REPLICA, 2019), VI Biennale di Incisione e Grafica Contemporanea (Galleria Civica dei Musei di Bassano del Grappa, 2019), Settima edizione del Premio Francesco Fabbri per le Arti Contemporanee (Villa Brandolini, Pieve di Soligo, a cura di Carlo Sala, 2018). 
Tra le principali esperienze curatoriali: le mostre collettive Le conseguenze dell’errore (TRA Treviso Ricerca Arte, 2019) e L’occhio tagliato (Casa Capra, Schio, 2018), il workshop L’occhio tagliato – il potere della manipolazione dell’immagine nell’era contemporanea (Circolo cinematografico The Last Tycoon, Padova, 2016), il ciclo di incontri TorchioTalks – Dialoghi tra arte grafica e arte contemporanea e la relativa esposizione collettiva TorchioFolks, (atelier Palazzo Carminati della Fondazione Bevilacqua La Masa di Venezia, 2015/2016). È inoltre fondatore, insieme a Davide Spillari, del progetto editoriale BANANE FANZINE e co-curatore delle prime due edizioni del festival di arti interattive Toolkit Festival (Venezia, 2011 – 2012).
Collabora con Kabul Magazine e NOT. Attualmente vive tra Torino e il web.