Musica e imprenditoria. L’impero della luce incontra la Fondazione Bonotto

A volte imprenditoria e sperimentazione artistica possono percorre strade parallele diventando l’uno alimentatore dell’altro. È successo tra la nota azienda tessile veneta Bonotto e il duo elettronico L’impero della luce. Che ne ha fatto un brano inserito nel suo primo disco.

L'impero della luce, photo Antonio Campanella
L'impero della luce, photo Antonio Campanella

La profonda passione nei confronti delle avanguardie storiche – in particolar modo dell’esperienza Fluxus – che trasuda da ogni parete dell’ormai celebre azienda tessile, Bonotto, di Molvena, continua a essere al centro di interessanti dialoghi con coloro che portano avanti ricerche artistiche fuori dagli schemi. La realizzazione del brano Calcite, onyx, hawaii e tabacco – prodotto da L’impero della luce, e inserito recentemente nel loro disco, Il mare di Dirac – è la dimostrazione tangibile di quanto appena detto. Fondato nel 2018 dall’organizzatrice di suoni (come John Cage amava definire chi si cimenta nella musica sperimentale) Johann Merrich e dal graphic designer eeviac (già noto per i suoi contributi visivi per musicisti quali IOSONOUNCANE, Bologna Violenta, e Father Murphy), L’impero della luce si prefigge l’obbiettivo principale di dare voce a tutta una serie di apparecchi elettrici che altrimenti rimarrebbero inascoltati, rendendo così udibile l’energia vitale che risiede in ognuno di essi.
Il nome suggestivo, scelto dal duo, non fa riferimento soltanto all’atmosfera onirica presente nell’omonima serie di dipinti realizzata da Magritte negli Anni Cinquanta del secolo scorso, bensì alla pulsione stessa dei campi elettromagnetici. La volontà di scavalcare il limite voltaico, che si aggira tra i 220 e i 240, proprio dei dispositivi domestici, ha portato i due musicisti a investigare il fascino del suono della corrente industriale a 380 volt, cavalcando frequenze capaci di andare dai 30 ai 300 hertz; questa particolare attrazione nei confronti dell’energia sprigionata da macchinari atipici ha inevitabilmente fatto incontrare, lo scorso settembre, L’impero della luce con una delle aziende più innovative del territorio veneto, la Bonotto spa, per l’appunto.

PAROLA ALL’IMPERO DELLA LUCE

Oggetti del desiderio di questa affannosa caccia al tesoro durata tre giorni non potevano che essere tanto le imponenti macchine tessili (con relativi telai, asciugatori, spolette e centraline elettriche) quanto alcune opere della medesima collezione Bonotto, come ad esempio Robot: the Baseball Player (1989), di Nam June Paik, o l’arpa indiana automatizzata, protagonista assoluta del ready made rettificato Mechanical Surmandal (1978) di Joe Jones.
Come dichiara il duo: “Attraverso le tecniche dell’induzione elettromagnetica abbiamo potuto così scoprire il ‘suono silenzioso’ dei circuiti elettrici e dei campi elettromagnetici, una fantasia di trilli e variazioni armoniche che è possibile ascoltare solo attraverso particolari dispositivi: all’orecchio nudo del comune ascoltatore, nulla di quanto abbiamo registrato sarebbe stato manifesto”. E ancora: “Dopo tre giorni di lavoro abbiamo registrato materiale a sufficienza per comporre il terzo movimento del nostro primo disco, ‘Il mare di Dirac’; calcite, onyx, hawaii e tabacco sono quattro nomi di filati che la fabbrica di tessuti stava impiegando al momento della nostra visita. Il brano dura 9 minuti, si struttura in diversi Momenti e conta solo due suoni che i nudi orecchi umani possono percepire: il fragore dei telai posti in apertura e le note dell’arpa di Jones, che si stagliano sullo sfondo a metà composizione”.

ARTE E IMPRENDITORIA

Indipendentemente da gusti estetici, preferenze e interessi individuali, ciò che colpisce particolarmente – in ultima analisi – si trova nella voglia stessa, da ambo le parti, di spingere sempre i più i confini di una certa conoscenza; esempi simili fungono da conferma che imprenditoria e sperimentazione artistica possono percorrere strade parallele diventando l’uno alimentatore dell’altro, e viceversa, in uno scambio culturale atto a ripensare le strategie che si trovano alla base del fare impresa. A emergere, in questi casi, è infatti un amore profondo nei confronti dell’ignoto: un sentimento che sprona ad andare oltre, al di là tanto delle barriere del suono quanto della vista poiché chi coltiva, in maniera così ardente, una certa curiosità non può che essere considerato un visionario.

Valerio Veneruso

https://imperodellaluce.bandcamp.com
https://www.fondazionebonotto.org/

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Valerio Veneruso
Esploratore visivo nato a Napoli nel 1984. Si occupa, sia come artista che come curatore indipendente, dell’impatto delle immagini nella società contemporanea e di tutto ciò che è legato alla sperimentazione audiovideo. Tra le mostre recenti: la personale RUBEDODOOM – Per tutti e per nessuno (Metodo Milano, Milano, a cura di Maurizio Bongiovanni, 2020) e le collettive, Existance Resistence (mostra virtuale su Instagram a cura di Giovanna Maroccolo e Patrick Lopez Jaimes, 2022), The Struggle is Real (Green Cube Gallery e Fondazione Spara, a cura di Clusterduck, 2021), Rifting (a cura di Federico Poni e Federica Mirabella per la quinta edizione di The Wrong Biennale, 2021), ISIT.exhi#001 (Spazio In Situ, Roma, a cura di ISIT Magazine, 2021), e Art Layers (progetto espositivo su Instagram curato da Valentina Tanni per il decennale di Artribune). Tra le principali esperienze curatoriali: lo screening video Melting Bo(un)d(ar)ies (Cappella di Santa Maria dei Carcerati, Palazzo Re Enzo, Bologna, 2022), il progetto di newsletter mensile IMMAGINARIA – Un altro mondo (per l’arte è possibile (commissionato dall’Associazione culturale di arte contemporanea TRA – Treviso Ricerca Arte, 2020/2021), le mostre collettive Le conseguenze dell’errore (TRA Treviso Ricerca Arte, 2019), e L’occhio tagliato (Casa Capra, Schio, 2018) e il ciclo di incontri TorchioTalks – Dialoghi tra arte grafica e arte contemporanea e la relativa esposizione collettiva TorchioFolks (atelier Palazzo Carminati della Fondazione Bevilacqua La Masa di Venezia, 2015/2016). È inoltre fondatore, insieme a Davide Spillari, del progetto editoriale BANANE FANZINE e co-curatore delle prime due edizioni del festival di arti interattive Toolkit Festival (Venezia, 2011 – 2012).
Ha collaborato con diverse realtà editoriali come Kabul Magazine e NOT. Attualmente vive tra Torino e il web.